Vezzalini

Luogo:

Fatto e diritto.

Ritenuto che Vezzalini Enrico, già capo della Provincia di Novara, su richiesta del p.m., con decreto del 4 corrente giugno, fu citato a comparire innanzi questa Corte Straordinaria d’Assise per rispondere dei fatti e delle imputazioni ascrittegli come dalla rubrica; Il dibattimento relativo è stato celebrato nelle udienze del 14 e 15 giugno del 1945.

Osserva sull’incidente proposta dalla difesa, che la stessa chiese, con richiamo di documenti e certificazioni dalla Prefettura, dalla Questura, dalla Procura del Regno e dalla Direzione delle Carceri, l’ammissione di 27 testi: di essi ne furono ammessi 13, rimanendo esclusi, come è detto nella motivazione del provvedimento presidenziale, quelli chiamati a deporre su circostanze ininfluenti o pacifiche o risultanti da atti o su fatti in ordine ai quali erano stati indotti altri testi, quelli già sentiti inutilmente in istruttoria e quelli che, per la loro vaga indicazione e per la loro condizione (prigionieri di guerra), non sarebbe stato possibile citare ed escutere. Fu ammessa, invece, la chiesta documentazione, che venne regolarmente acquisita agli atti.

Dai testi ammessi non ne comparvero 8, uno per rinuncia della parte e 4 per mancata citazione dipendente, per 2 da inesatte indicazioni fornite, e per gli altri 2 residenti in Ferrara, per la mancata accettazione del programma relativo.

In ordine all’ammissione di tutti i testi, la difesa, all’infuori di una generica riserva, nulla ha eccepito di riserva, per cui nulla la Corte è in grado di aggiungere alla motivazione del decreto presidenziale.

In ordine, invece, alla mancata citazione e comparizione di alcuni dei testi ammessi, va rilevato che, mentre la difesa avrebbe dovuto fornire esatte le indicazioni per la conseguente citazione ed avrebbe poi potuto, in rapporto alle difficoltà di comunicazione di locomozioni e alla speciale celerità del processo, presentare i suoi testi i fatti qu cui gli stessi avrebbero dovuto deporre sono rimasti accertati e superati dalle circostanze emerse al dibattimento, alle quali comunque ai fatti stessi nessuna modifica avrebbero potuto apportare. Per tali motivi la Corte, estendendo l’affermazione che precede anche all’audizione del teste Mirandola, chiesta in fine del dibattimento, e ritenendo la causa più che sufficientemente istruita, reputa a doversi respingere l’incidente.

Nel merito, del dibattimento risultato che il Vezzalini, già iscritto al PNF e poi al PFR, fu membro del tribunale straordinario di Verona costituito per il giudizio a carico dei membri del Gran Consiglio. Egli nel novembre 1943 partecipò al congresso del partito in Verona, ove avrebbe, secondo le sue affermazioni, dovuto svolgere argomenti relativi a questioni economico-sociali. Qui alle ore 16 del 14 novembre 1944, mentre il congresso era in seduta, giunsero da Ferrara dei fascisti, tra cui certo Mirandola, apportare l’annuncio dell’avvenuta uccisione in Ferrara del commissario federale Ghisellini. Il segretario del partito, Pavolini, inviò il Vezzalini a Ferrara.

L’imputato assume che il compito commessogli era stato quello di indagare e riferire, compito, poi, troncato a metà dal sopraggiungere del delegato regionale del partito, Pagliani, e dal generale delle brigate nere, Riggio, i quali, con esclusione d’ogni partecipazione del Vezzalini, che si sarebbe interessato unicamente di predisporre i funerali della vittime, assunsero le direttive delle indagini e della repressione, culminata con la fucilazione previa condanna da parte di un tribunale improvvisato, di undici persone, fra cui il senatore Arlotti, il sost. procuratore del Regno Colagrande, l’avvocato Zanatta, altri 3 avvocati, due ebrei Anau, l’ing. capo del Municipio ed un operaio. Dai testi escussi, invece, e particolarmente attraverso le deposizioni del pretore Servello, che conferì in merito anche col podestà allora in carica, e dell’avvocato Bignozzi il quale, genero del senatore Arlotti, ebbe a fare indagini specifiche in merito conferendo anche col Mirandola, con certo Calura e coll’allora prefetto Berti, si evince che il Vezzalini fu inviato a Ferrara per operarvi una repressione e coll’ordine, pare, preciso di sopprimere il senatore Arlotti e certo Biagioli, rimanendo in suo potere ogni altra ulteriore attività. Egli fece arrestare 70 persone, i cui nomi erano stati rinvenuti addosso al cadavere del Ghisellini, e unitamente al Pagliani, sopraggiunto, dopo qualche incertezza sottopose la lista al Calura e a certo Ghelardoni perché avessero scelto 10 nomi di persone, evidentemente da uccidere. Il prefetto Berti, che si era adoperato per evitare l’eccidio, riportò per ciò la disapprovazione del Vezzalini. Al Vezzalini ed al Pagliani si unì il Riggio, giunto pure a Ferrara; al rifiuto di scelta da parte del Calura e del Ghelardoni, fu decisa l’uccisione di 100 persone, ridotte poi a 10, alcune tra quelle fatte arrestare dal Vezzalini ed altre arrestate in precedenza e prelevate dal carcere.

L’uccisione avvenne di notte in piazza del Castello; i cadaveri furono lasciati esposti sino all’indomani; a guardia di essi vi erano dei militi, che rimbrottavano i passanti che avevano qualche parola di umana pietà; il Vezzalini fu notato alla finestra del Castello ridere soddisfatto alla vista dei cadaveri; lo stesso annunziò l’eccidio con un manifesto alla cittadinanza e, successivamente, in discorsi tenuti nel Ferrarese, fece noto che qualora si fosse ripetuto il fatto Ghisellini, si sarebbe ripetuto l’eccidio, e più volte in Ferrara e Novara, dell’eccidio stesso trasse vanto assumendone la piena paternità. In evidente premio di tale sua attività fu nominato commissario federale e poi capo della Provincia di Ferrara. Durante la sua prefettura in Ferrara operò una certa compagnia “Giorgi”, un reparto speciale, pare, della GNR, detto dei “Tupin”, che per i suoi crimini si rese malfamato. È, per esempio, emerso che da costoro furono prelevate varie persone fra cui l’ing. Stefani, trovate poi uccise; il Vezzalini, alle proteste dei parenti (figlia dell’ing. Stefani), si schermiva adducendo trattarsi di attività dei patrioti. Gli stessi si impossessarono di un grosso camion di proprietà dei sigg. Costa e Giordani e, ai reclami degli interessati, trassero in arresto e seviziarono costoro; il Vezzalini, ripetutamente informato di ciò, finì col riconoscere essersi trattato di un errore, ma non ordinò la restituzione del camion, nessun provvedimento prese a carico dei militi, ed ora afferma essersi trattato di una regolare confisca perché il camion trasportava partigiani o comunque serviva alla causa degli stessi. Sempre sotto la sua prefettura furono portati via ad ebrei rilevanti beni, specie in argenteria e biancheria: il Vezzalini, quando si allontanò da Ferrara, recò seco 19 bauli completi versando, per i beni che si ha motivo di ritenere trafugati, lire 2.000, non si è accertato a chi e perché.

Egli personalmente, infine, ebbe un certo giorno a recarsi in una caserma, ove erano detenuti numerosi sovversivi; fece loro un certo discorso, regalò loro del regalo e li mise in libertà. Molti di loro scomparvero per sempre.

Nel luglio 1944 il Vezzalini fu nominato capo della Provincia di Novara, col compito specifico di ripristinare in questa zona il prestigio e l’autorità del governo repubblicano; prima e principale sua preoccupazione fu l’attività partigiana, che rivelò intensa e pressante e prima e principale sua cura fu, previ contatti ed accordi col Comando tedesco, organizzazione della lotta antipartigiana, di cui fu solerte animatore. Chiese ed ottenne l’invio di rinforzi militari, che dislocò nei vari presidi agli ordini dei tedeschi e di essi si servì per preparare, spesso in unione a forze naziste, numerose operazioni di carattere militare, a molte delle quali partecipò personalmente al comando diretto di truppe.

Fra queste la principale fu quella dell’Ossola (ottobre 1944) che, col grosso delle truppe costituite da formazioni repubblicane al comando del Vezzalini e con reparti tedeschi riportò Domodossola e valli adiacenti, già liberate dai partigiani, di nuovo sotto il dominio dei nazifascisti di ciò trasse vanto il Vezzalini telegrafandone l’annuncio al capo del Governo. L’imputato stesso ammette tale attività: solo nega di aver preso comando di truppe, nega avere esplicata attività militare e tende a giustificare la sua partecipazione alle varie operazioni, l’opera da lui svolta, con l’intento, che si direbbe raggiunto, di alleviare il paese dall’occupazione tedesca, di rendere meno dure le conseguenze di un’attività esclusivamente tedesca, di contrastare l’esecuzione di misure repressive e di ristabilire tra le popolazioni l’ordine e la tranquillità. Di fatto sta, invece, che le operazioni predette, oltre ad indebolire la causa della liberazione, produssero perdite nel campo del Corpo Volontari Libertà e, compiute da truppe nazifasciste o solo fasciste, capitanate o meno dal Vezzalini, in contrasto con l’assunto di lui, costituirono sempre seri mali per la popolazione civile, che sotto l’accusa, fondata o meno, di aver aiutati, ospitati o comunque favoriti i partigiani, veniva sottoposta a rappresaglie di ogni genere: uccisioni, incendi, saccheggi, ostaggi e taglie. A Domodossola vi furono gravi perdite per il CVL e, dopo la riconquista, anche rappresaglie non specificate, all’infuori dell’impiccagione di certo Gavin, avvenuta l’11 novembre 1944, della soppressione di certo Muriel, ordinata personalmente dal Vezzalini, e dello svaligiamento della casa del dott. Rolla, riparato in Svizzera.

A Borgo Ticino (13 agosto 1944) vi fu l’uccisione di 12 ostaggi e l’imposizione di una taglia di L. 300.000 ad opera di truppe tedesche e della X Mas; il Commissario prefettizio dal Vezzalini, cui era ricorso, si sentì rispondere che, qualora fossero tornati i partigiani, si sarebbe fatto di peggio.

A Cressa-Cavaglio d’Agona (19-20 settembre 1944) furono prelevati e minacciati di morte ostaggi ed incendiati dei cascinali, del che ebbe a compiacersi lo stesso Vezzalini il quale, alle minacce di morte del questore, ne aggiungeva, per i sacerdoti che da lui si recavano a parlamentare, delle sue, consentì il saccheggio di altri cascinali e di altri, poi, ordinò personalmente l’incendio.

A Fara Novarese (6.10.1944) fu portata via gran quantità di oro, fu distrutto l’albergo Quaranta, fu schiaffeggiato e picchiato il parroco, fu richiesta la presentazione di 40 ostaggi e, congiuntamente o in sostituzione di tale presentazione, imposta una taglia di L. 800.000 pagate al Vezzalini, pure presente sul posto.

A Momo, in epoca imprecisata, ad opera di una squadra guidata dal questore Pasqualy, furono uccisi due civili innocenti e ne fu ferito un terzo.

A Castelletto di Momo (24.10.44) vi fu, ad opera dello stesso Pasqualy e della sua squadra, l’incendio di numerose case e della chiesa, delle uccisioni in numero imprecisato ma non inferiore a 4 e l’impiccagione di un cecoslovacco.

Con i rinforzi a Novara giunse da Ferrara la malfamata compagnia dei Tupin, vera guarda al corpo del capo della Provincia, dal quale il comandante, capitano Tortonesi, riceveva ordini direttamente.

Accanto a questa agiva, poi, una squadra speciale di PS detta “squadraccia”, della quale, agli ordini del questore Pasqualy, era magna pars e divenne in seguito comandante l’agente Martino, promosso per le sue benemerenze criminali ufficiale. L’una e l’altra seminarono la strage e il terrore: le uccisioni ed i misfatti furono innumerevoli, anche se vagamente conosciuti e tali da non consentire un preciso accertamento. Oltre ai fatti innanzi enunciati sono emerse le seguenti attività delle squadre stesse e dei loro comandanti.

L’11 agosto 1944 fu arrestato a Cavaglio d’Agona Rubazzi Mario, perché renitente di leva, e fucilato in Novara l’indomani.

La giovanetta Capelletti Leonilde, arrestata il 1° ottobre 1944, fu, per ordine ed in presenza del Vezzalini, picchiata.

A metà ottobre fu arrestata nella zona di Cambiasca certa Pavesi Augusta che, scarcerata, scomparve: dal comandante le truppe della brigata nera di Intra fu detto che il Vezzalini avrebbe dovuto conoscerne la sorte2.

Tra l’11 e il 22 ottobre 1944 in Bergonzo fu svaligiata la villa Stramba, con asportazione di numerose attività (circa 20 milioni di Lire) in Prefettura, ove il Vezzalini personalmente riceveva e sorvegliava la sistemazione delle attività stesse, che poi finirono per scomparire.

Gli arrestati a disposizione della questura venivano scarcerati col pretesto dell’esecuzione di sopralluoghi e lungo il tragitto trucidati; per alcuni di essi si riferiva l’autorità giudiziaria che gli stessi erano stati uccisi per aver tentato la fuga. Di specifico sono emersi casi Barbieri, che fece tale fine, quello Olivieri, ucciso dal Martino, è quello Allegra, ucciso da Pasqualy, in ordine al quale il Vezzalini, facendo esercitare minacce sul procuratore del Regno, a mezzo Pasqualy, si oppose ad ogni indagine, che fu invece condotta, mettendosi in luce che l’Allegra  era stato ucciso con colpi di fucile al cranio.

I crimini culminarono coll’eccidio di Novara del 20.10.44: mediante minacce anche a mano armata a Magistrati ed al Capo-guardia delle Carceri giudiziarie, il questore Pasqualy, il Martino e uomini alle loro dipendenze prelevarono dal Carcere tali certi Bertona, la Vezzalini e altri 5, trucidandoli barbaramente parte nella piazza antistante al Carcere e parte in piazza Cavour: i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico e alle intemperie fino all’’indomani.

Di tali crimini Vezzalini dichiara di non aver nulla saputo e di esser venuto a conoscenza solo dell’eccidio ultimo, che stava stigmatizzato, provocando l’allontanamento del Pasqualy e del Martino. L’affermazione anche se avvallata da qualche test è infondata: fu il Vezzalini, infatti, che preparò l’ambiente violento fra i suoi dipendenti attraverso discorsi e fatti da lui stesso ordinare; fu egli a servirsi dei Tupi e della Squadraccia e per la consumazione di crimini; a lui più volte si fece ricorso dagli interessati per trovare protezione, ed egli anziché reprimerlo, esaltava l’operato dei suoi dipendenti.

In un discorso agli indiziati politici da lui ad hoc convenuti nel settembre del 1944, rivolse a tutti l’epiteto di delinquenti, immeritevoli di riguardo, e concluse che, qualora fosse accaduta qualche cosa, li avrebbe uccisi in uno alle loro famiglie, dappoichè il mandarli in Germania sarebbe stato troppo poco.

Alla vigilia dell’impresa di Domodossola tenne rapporto ai paracadutisti qui venuti per l’azione, e disse, fra l’altro: “I Novaresi sono gentaglia che si deve decimare…ne ammazzeremo più che sia possibile, così il pane aumenterà senza la tessera…ragazzi questa sera baldoria, domani si parte… io sarò con voi, in testa a voi… avete pane per i vostri denti… siete bene armati, avete i mitra…”.

All’avvocato Bazzetta nel novembre 1944 disse “Dica che ai Novaresi io, quando voglio sopprimere un anti-fascista faccio netto non soltanto lui ma tutta la famiglia, anche i figli, perché un giorno non possano dire “Siamo figli di un martire’.

Con l’ordinanza 22.9.44 disponeva l’arresto e all’assegnazione ad un campo di concentramento “Di tutti i congiunti maschi, dai 15 ai 65 anni, di reni tenti, disertori e banditi”, nonché la confisca dei loro beni.

Come rilevasi dagli atti acquisiti al processo, la gente marino per le sue bravure fu proposto per la promozione ad ufficiale per merito di guerra ed il Vezzalini la caldeggiò, esaltando i meriti, cosi come nel rapporto relativo all’eccidio di Bertona, ed altri 6 esaltò la Squadraccia del Martino, approvando nel suo intimo l’operato del Pasqualy, del Martino e della Squadraccia.

È risultato inoltre che il Vezzalini, fermato che fu l’ing. Motta, telefono personalmente al presidio di Gozzanno, dando l’ordine di sopprimerlo, e l’ordine fu eseguito, cosi come il 5.9.1944 fu eseguito dato al Tortonesi di sopprimere l’industriale Saini.

Il Pasquale ed il Martino, infine, furono allontanati, come fu poi allontanato anche il Vezzalini, a seguito di una inchiesta da altri provocata il Vezzalini solo molto più tardi propose, con la promozione l’allontanamento da Novara del Martino, resosi inviso alla popolazione, perché nel compiere il suo dovere non aveva riguardi per alcuno.

Dal complesso delle emergenze innanzi esposte la Corte ritiene che il Vezzalini, oltre all’essere stato membro del Tribunale Straordinario di Verona, oltre all’avere tenuto intelligenze col tedesco favorendone le operazioni militari, cui partecipò egli stesso quale capo di provincia, dopo avere, con propaganda fatta con ogni mezzo ed in ogni occasione, inoculato l’odio per gli anti-fascisti, l’avversione per la causa della liberazione, dopo avere, violento egli stesso con la parola e l’esempio, ispirata la violenza nei dipendenti, istigandoli al delitto a crimini compiuti ne approvava, ne esaltava e ne premiava l’opera e si rese poi colpevole di concorso in numerosi delitti che, partendo dai vari omicidi per suo ordine commessi in Ferrara e in Novara, attraverso quello di incendio e sequestro di persone, vanno fra l’altro sino a volgarissimi reati contro il patrimonio: assumendo così gravissime responsabilità ed imponendo nei suoi confronti l’applicazione della pena di morte, stabilita negli art, 51 e 54 c.p.m di guerra.

Né è il caso, di fronte alla gravità dei fatti, soffermarsi ad escluder specificamente possibili eventuali attenuanti: deve invece specificamente escludersi quella dell’art. 114 u.p. c.p. in relazione all’art. 112 n.3 stesso codice, invocata dalla difesa, nonché il vizio parziale di mente, richiamato dalla difesa stessa nelle sue conclusioni, non si sa se in via autonoma, per l’applicazione della diminuirne della cui l’art. 89 c.p. , o con riferimento ai citati articoli stesso codice 114 u.p. e 112 n.4. Mentre è inverosimile, infatti, che il capo del Governo, il Mnistro degli Interni, il Capo della Polizia e l’Alto Comando Germanico abbiano impartito disposizioni determinanti il Vezzalini ha commettere i reati a suo carico accertati, di tali disposizioni non c’è traccia alcuna in atti e l’ipotesi, poi, è da escluder quando si pensi, ed è notorio, che le disposizioni impartite dall’alto miravano a ripristinare la legalità ed erano per ciò in contrasto coll’attività che andava svolgendo il Vezzalini, il quale infine seguendo la sorte del Questore Pasqualy e del Martino, autentici criminali, fu esonerato dalla carica egli stesso precisamente in seguito all’accertamento dell’attività predetta che, conseguentemente, non solo non era stata disposta, ma non veniva neppure approvata.

E non ricorre nella specie l’invocato vizio parziale di mente, di cui parimenti nessuna traccia è dato rinvenire dagli atti, dai quali invece appare invece, esattamente l’incontrario: il Vezzalini dal principio alla fine esplicò ogni sua attività in perfetta coerenza con i fini propostisi, consapevole dell’entità di essa, a volte con circospezione, sempre in piena lucidità mentale, e fu sempre, come lo è tutt’ora, in perfetto possesso d’ogni sua facoltà psichica. Ebbe, in sostanza, sempre piena coscienza dei propri atti e completa capacità di volere.

A convincersene basta leggere le circolari di saluto, nell’assunzione della carica a Novara, e di commiato, gli altri atti allegati al processo e provenienti da lui; basta approfondire la sua attività, basta leggere i suoi interrogatori: ricordando i minimi particolari d’ogni fatto contestatogli tenta sfuggire abili argomentazioni difensive alle accuse che gli si muovono, nega i fatti nei confronti dei quali nulla può addurre e, per gli altri che ammette, prova giustificazioni e spiegazioni le quali, anche se non reggono ad una critica, superficialmente considerate possono apparire logiche ed idonee.

La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca dei beni.


[…] Imputato dei reati degli artt. 81, 110, 112 n. 1,2,3 c.p., 1 d.l. 22.7.45 n.142. in relazione all’art. 5 d.l. 27.7.1944 n.159, art. 1 d.l. 22.4.45 e 51, 54, 58 c.p. militare di guerra, per avere con più azioni consecutive dello stesso disegno criminoso ed in tempi diversi dal 22.7.44 al 15.1.45, in qualità della provincia di Novara, collaborato col tedesco invasore prestando aiuto ed assistenza alle forze militare nemiche e segnatamente compiendo atti diretti a contrastare l’azione dei volontari della libertà e fra l’altro l’aver diretto azioni di rastrellamento contro le forze militari del CVL nella zona dell’Ossola, del Cusio e del Verbano; l’aver procurato la morte del sottotenente Lavezzari Emilio e di altri in Novara il 24.10.1944; l’aver procurato l’incendio della Cascina di Cavaglio d’Agona e di altre località di case civili di abitazione; l’avere svolto in epoche diverse propaganda per la violenta instaurazione della dittatura, favorendo in tal modo i disegni politici del nemico; colpevole altresì di avere intenti diversi e successe alla metà del novembre 1943 collaborando col tedesco invasore favorendo le operazioni militari del nemico e partecipando fra l’altro nella notte dal 14 al 15.11.1943 all’eccidio di 11 cittadini di Ferrara.

P.Q.M.

La Corte respinge l’incidente proposto dalla difesa; in applicazione degli art. 483, 484 c.p.p., 36 c.p., 1 d.l.l. 22.4.45, 51 e 54 c.p.m. di guerra, 5 e 9 d.l.l. 27.7.44, dichiara Vezzalini Enrico di Ennio colpevole del reato ascrittogli in conformità della rubrica e lo condanna alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena.

Ordina la confisca dei beni di lui a vantaggio dello Stato.

Ordina la pubblicazione per estratto della presente sentenza, mediante affissione nei Comuni di Ferrara e di Novara e pubblicazione sui giornali “la Provincia di Novara”, “La voce del popolo”, “La lotta”, “Il Lavoratore”, “Il Corriere di Novara”. Novara 15 giugno 1945. Il Presidente: C. Grillo. Il Cancelliere: Barile

Depositata oggi nella cancelleria di questa Corte straordinaria di Assise. Novara, 20.6.45. Il Cancelliere:

Con sentenza 13.7.1945 della Suprema Corte di Cassazione, Sezione speciale  di Milano, è stato dichiarato inammissibile il ricorso interposto dall’imputato. Per annotazione. Novara, 15.7.1945. Il Cancelliere: [firma non leggibile].

La sentenza è stata eseguita, alle ore 6 del giorno 23.9.1945 al Poligono di Novara, mediante fucilazione nella schiena. Per annotazione a sensi dell’art. 580 c.p.p. Novara, 23.9.1945. Il Cancelliere:[firma non leggibile].

Anno:
1945

Tribunale:

Corte straordinaria di Assise di Novara

Presidente:
De Bernardi Italo

Tipologia di accusa:
Omicidio

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

“Ieri Novara Oggi”, Annali dell’Istituto Storico della Resistenza in provincia di Novara “Piero Fornara”, dicembre 1996, n.4-5.

Bibliografia:

Longhi, Giuseppe (a cura di), Un’alba di sangue e di vendetta. Il 15 novembre 1943 a Ferrara, Seledizioni, Bologna 1975

Gandini, Giorgio, La notte del terrore. L’eccidio del Castello estense cinquant’anni dopo, Book, Castel Maggiore 1994

Sitografia:

scheda

https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Vezzalini