M. Cesare

Luogo:

In seguito all’odierno pubblico dibattimento, ritiene il fatto ed il diritto:

L’imputato M. Cesare, padre di famiglia, ex commerciante, sessantenne, incensurato, non iscritto al PFR, deve rispondere [illeggibile] del delitto di collaborazionismo politico per il fatto specifico di aver denunciato il cittadino italiano M. P. di razza ebraica, determinandone la cattura per il successivo internamento in campo di concentramento in Germania, donde non ha più fatto ritorno. La Corte è pienamente convinta che il fatto è vero e reale: le deposizioni insospettabili del Commissario di P.S. Caponetto e del teste avv. Giulio non lasciano invero adito a dubbio di sorta. Il Commissario ricevette la denuncia firmata dal M. (che ha perfettamente riconosciuto in carcere ed all’udienza, nonostante le spudorate smentite dell’imputato), nella quale denunciava il M. P. quale ebreo richiedendo che fosse arrestato e indicando dove poteva essere rintracciato, adducendo che per motivi di provati interessi voleva vendicarsi di lui: “egli l’ha fatta a me, ed è giunto il momento che io la faccia a lui!” si presentò una seconda volta l’imputato al Commissario per conoscere l’esito dei provvedimenti e per sollecitarli, dimostrando l’ostinazione del denunciante. La denuncia scritta andò smarrita, ma non solo la testimonianza del Commissario l’accerta, ma anche la deposizione dell’avv. Giulio, il quale, recatosi quale patrocinatore del M. P., ad assumere informazioni, ebbe visione della denuncia scritta, firmata dal M.. Ricorda anzi l’avv. Giulio che nella denuncia si diceva il M. P. “faceva il signore coi dinari degli altri” e lo si definiva, oltre che di razza ebraica, anche come antifascista. La portinaia dello stabile dove il M. P. teneva l’ufficio depone che l’imputato veniva spesso, ed ancora pochi giorni prima dell’arresto, e a far ricerca e a spiare se il M. P. si trovava in casa e che i militi che vennero dopo l’arresto ad operare la perquisizione in casa richiesero dell’individuo che “faceva il signore coi denari degli altri”, frase che il M. aveva tante volte ripetuta alla portinaia e che si trovava scritta pure nella denuncia presentata da lui alla P.S.

Aggiunge la portinaia che una volta avendo al solito risposto che il M. P. non era in casa, l’imputato ebbe a rimproverarla, dicendole che non diceva la verità, perché la sera prima l’aveva egli stesso visto entrare in casa; pochi giorni dopo la portinaia era chiamata in Questura, dove si riceveva un’intemerata e l’ordine di telefonare quando il M. P. si recasse in casa: dopo pochi giorni avveniva l’arresto del M. P..

Per comprendere l’accanimento di questo vecchio per far arrestare il M. P. occorre accennare brevemente ai rapporti intercedenti fra essi. Risulta dai documenti allegati al procedimento che la moglie del M. aveva mutuata fin nel lontano 1933 una somma, pare L.42.000, al M. P. il quale poco dopo era caduto in fallimento ed anzi veniva perseguito e condannato per bancarotta fraudolenta; che la creditrice aveva acconsentito ad accettare il concordato del 25% sull’assicurazione del M. P. che, a chiusura della procedura fallimentare, avrebbe fatto il possibile per indennizzarla completamente, versandole, anche a rate mensili l’integrale residuo del suo credito. In linea soggettiva occorre accennare che nel 1933 il M. rimase vittima di un incidente motociclistico con gravissime conseguenze, che produssero gravi malattie con pericolo di vita e che lasciarono rilevanti postumi permanenti, per cui non fu più in grado di riprendere l’abituale suo lavoro: da una perizia del prof. Sacerdote si rivela che per i soli fatti psiconevrotici residuati il 25% della capacità lavorativa del M. sia andata definitivamente perduta; e che sia residuata una infermità parziale permanente, con tendenza ad aggravarsi.

In questo vecchio, mezzo invalido per difetto di vista, di udito e per diabete, e mezzo infermo di mente, la constatazione che il suo debitore si trovava ora in condizioni agiate, o credute tali, e che si ostinava a non far fronte al suo impegno ed anzi lo sfuggiva e non gli versava neanche il più modesto acconto, assunse una forma spiccatamente ossessionistica e ciò spiega la persecuzione continua del suo debitore ed infine l’atto basso e vile della denuncia alle autorità politiche per far catturare l’odiato nemico quale ebreo ed antifascista.

Il fatto integra gli estremi, materiale e morale, del delitto di collaborazionismo politico col nemico. In vero oggettivamente contribuiva ad aiutare il nemico della lotta razziale contro gli ebrei, che costituiva uno degli scopi politici perseguiti dai tedeschi. Il che era ben noto al M., che si rivolse appunto alle autorità politiche, sapendo che avrebbero fatto buon viso alla sua opera di collaborazione, arrestando, come arrestarono, l’ebreo antifascista ed inviandolo nei campi di concentramento in Germania, dai quali l’infelice non doveva più fare ritorno. In questa azione di denuncia, fatta con la consapevolezza di favorire il nemico sta il dolo specifico del delitto mentre i sentimenti di odio personale e di bassa vendetta non sono che moventi che lo hanno spinto a compiere il reato, i quali sono estranei alla sua perfezione e debbono soltanto essere presi in considerazione per valutare la responsabilità soggettiva e graduare la pena. Ritiene la Corte che le perizie in atti rendano superflua l’ammissione di una perizia psichiatrica sulle condizioni mentali dell’imputato, potendo senz’altro accogliersi le conclusioni del prof. Sacerdote sulla seminfermità mentale del soggetto, riscontrata con carattere di permanenza e con tendenza ad aggravamento fin dal 1933. Nel pur dubbio appare alla Corte che competa all’imputato la diminuenti dell’art.II4 C.P., ben potendosi affermare che nella collaborazione ai disegni politici del nemico l’opera limitata ad un unico fatto, del M. ha avuto minima importanza. Le condizioni oggettive e soggettive sovra rivelate, l’età, l’incensurati precedenti consigliano l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche partendo dal minimo della pena ed operando le tre diminuzioni in misura di un terzo dell’art.89 C.P. di altro terzo per L’art.II4 C.P. ed infine in misura alquanto inferiore al terzo per l’art.62 bis C.P., come ritiene congruo la Corte, la pena rimane fissata come in dispositivo con le altre conseguenze di legge.


Del delitto p.e p. art.5 D.L. 27/7/1944 N°159 in relazione all’art. 58 C.P.M.G. per avere nel territorio invaso ed occupato dal nemico tedesco, favorito i disegni politici del nemico stesso, spargendo nel periodo settembre 1943- aprile 1945 ed in Torino, denunce varie in danno del cittadino italiano di religione ebraica M. P., determinandone la cattura ed il relativo internamento [ill.] campi di concentramento di Germania.

P.Q.M.

Dichiara colpevole M. Cesare del delitto ascrittogli con le attenuanti dell’art.89, II4 e 62 bis C.P.V art.58 CPMG, 89, II4, 62 bis CP. 483, 488 C.P.P.

M. Cesare alla pena della reclusione per anni tre e mesi otto (anni 3 e mesi 8), all’interdizione dai pubblici uffici per anni cinque e dal pagamento delle spese processuali

Anno:
1946

Tribunale:

Corte di Assise di Torino. III sezione speciale

Presidente:
Livio Enrico

Tipologia di accusa:
Delazione

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio di Stato di Torino, Corte di Assise Straordinaria, Sentenze, b.4