T. Benedetto

Luogo:

Il T., sottufficiale paracadutista, all’epoca dell’armistizio trovavasi in licenza di convalescenza presso la sua amante L. Liliana, figlia di esercenti una lavanderia in via Capodimondo di questa città. Si adattò per vivere a coadiuvare lunghi nei lavori dell’azienda, ma ben presto, attratto dal miraggio di lauti guadagni, come ebbe a confessare a Da Fano Edoardo, a fine dei lunghi, si arruolò nel corpo delle SS tedesche col particolare incarico di scoprire i rifugi degli ebrei.

Egli denunciava al competente ufficio, a capo del quale era il capitano Von Alberti, il recapito dei disgraziati, usa ordinariamente non partecipare alla loro cattura, riservandosi, ad arresto avvenuto, di porsi a contatto con loro e con i loro familiari. In questo secondo momento offriva la sua protezione, permettendo ai detenuti la libertà e ai loro parenti ancora liberi di evitarne l’arresto in cambio di qualche prova tangibile della loro gratitudine (denaro e gioielli) e di qualche utile confidenza circa il rifugio di loro correligionari. Quando poi aveva tutto ciò ottenuto e stimava che dal soggetto non si potessero ricavare ulteriori utilità e confidenze, lo abbandonava alle SS, che lo portavano in quei campi di concentramento, donde qualche raro fortunato in tanta sventura è riuscito a ritornare.

Siffatta proficua abituale occupazione non gli impedì però di attendere, quando i suoi padroni glielo comandavano, ad altre operazioni, come l’arresto di persone sospette di attività clandestina in contrasto con l’opera, da lui altamente apprezzata e per lui tanto remunerativa, della banda nazifascista.

Reduce dal Nord, ove era rifugiato all’avvicinarsi delle truppe alleate, egli venne arrestato il 12 maggio 1945, ed in seguito ad indagini circa l’attività sua nel tragico periodo fra l’autunno del 1943 e l’estate del 1944, venne denunciato per i reati in rubrica. Quanto all’omicidio, di cui al lettera G, è stata a lui contestata in udienza sull’istanza del pubblico ministero l’aggravante di cui all’articolo 577 numero quattro in relazione all’articolo 61 numero uno.

Venendo all’esame dei singoli fatti a lui rimproverati, osserva la corte che, a parte la definizione giuridica di taluni, nessun dubbio è consentito circa la sussistenza di essi.

La losca attività della T. si iniziò ai danni della famiglia Lopes.

Tale famiglia, composta dal vecchio Adolfo Lopes, dal figlio Fernando, dalla nuora Anna Del Monte e dal giovane Massimo, figlioli di questi ultimi, si era nascosta in un quartiere di via del Purgatorio, preso in affitto per conto della signora Bernardi Linda negli Schiavoncini, vecchia amica di casa, che viveva quasi sempre con loro.

Disgraziatamente però tale recapito era conosciuto anche da tale B. Bruno, sottoposto a procedimento penale insieme col T. e prosciolto per amnistia con sentenza 11 novembre 1946 di questa sezione istruttoria.

Il B. dunque, che più tardi derubò la Del Monte di tutte le sue masserizie, dopo pochi giorni dall’arresto di Fernando Lopes, avvenuto nel febbraio 1944 ad opera del famigerato Martelloni, dirigente l’ufficio italiano affari ebraici, propose alla Del Monte di presentarle un tale, che molto avrebbe potuto per la libertà del marito e presso il quale il marito in quel momento trovavasi. Alla sventurata non parve vero di a abboccarsi col marito, che lo scaltro T. era riuscito a tirare fuori momentaneamente dalle carceri, mercé un permesso, ottenuto dal sottufficiale Ettler, addetto all’ufficio di Von Alberti, col pretesto che occorreva conquistare la fiducia del detenuto per ricavarne utili informazioni, che facilità essere la cattura di altri ebrei.

Si fece quindi dopo l’abboccamento col marito che la donna, convinta della influenza e della benevolenza del T., si determinò a donarli vari oggetti di un certo valore lire e 25.000 per ottenere la libertà del congiunto. E tale libertà il Lopes Fernando effettivamente ottenne dal capo delle SS tedesche a condizione di fornire informazioni circa i movimenti dei suoi correligionari e di presentarsi periodicamente all’ufficio delle SS in via Bolognese. Senonché dopo poco, non avendo egli utili informazioni da fornire, come il T. cinicamente dichiarò, in occasione di una di cotali visite all’ufficio fu definitivamente trattenuto.

Molto probabilmente la seconda cattura di Fernando Lopes si deve al consiglio del delinquente, che aveva la sensazione di non poter altro pretendere per la liberazione di lui e della necessità, ai suoi fini truffaldine, di pregare alle occasioni per il Lopes di sperimentare la sua alta protezione. Si è indotti in tale convincimento dalla sua confidenza al Da Fano che si sarebbe procurato altro denaro con la cattura degli altri Lopes, e dai fatti successivi. Ai familiari del Lopes che avevano invano atteso il ritorno del loro congiunto, ne chiesero, come era prevedibile, notizie al T. e costui fissò al giovane Massimo appuntamento per il giorno seguente in piazza Giudici dove costui fu arrestato nei pressi degli Uffizi, cioè in prossimità della detta piazza dal maresciallo Ettler, portato all’ufficio di via Bolognese, vi trovò il T., che, facendo lo gnorri, si presentò subito alla casa di via del Purgatorio, avvertì la madre desolata e il nonno dell’arresto del giovane, assicurò di dover fermare il vecchio Adolfo Lopes, ma poi, gradito il dono di due gioielli con brillanti e di 5000 L., esortò lui, la nuora del Monte e la Schiavoncini di allontanarsi per evitare di essere catturati dai tedeschi, che sarebbero sopraggiunti, si fece dare le chiavi di casa della Schiavoncini e più tardi, nell’assenza dei tre, fece man bassa di tutto quanto era nella casa di asportabile (biancheria, abiti, argenteria, macchine fotografiche e 6500 L.) ad onta che fosse stato in tale operazione sorpreso dalla schiava uncini, ritornata nella casa per rilevarne appunto le 6500 L. di spettanza di Adolfo Lopes, nascoste dietro un mobile è già rinvenute in seguito alla coscienziosa perquisizione del ladro.

Gli sventurati Fernando e Massimo Lopes sono finiti in campo di concentramento germanico.

Tutto ciò depone dalle dichiarazioni del Lopes Adolfo dalla Del Monte, dalla Schiavoncini, dal ricordato Da Fano e dalle parziali ammissioni dello stesso imputato e risulta altresì dal racconto della Del Monte, che trova riscontro in questa parte della dichiarazione di Curiel Aldo, che il povero Lopes fu anche sottoposto dagli ignobili sgherri di von Alberti a gravi sevizie.

 

Se ne deduce che il T. pur essendo a conoscenza dell’atroce sorte riservata ai prigionieri, non esitava a procurare la cattura degli ebrei, sensibile solo al miraggio di arricchire.

Insieme con Massimo Lopes furono presso gli Uffizi arrestati dall’Ettler, superiore immediato del T., la signora Galletti Clara, vedova Bemporad e i suoi figlioli, Anna, Lidia e Giorgio quest’ultimo semi demente e paralitico. Essi andarono a raggiungere la rispettiva figlia e sorella Marcella, arrestata giorni innanzi proprio dal T., come egli ammise parlando con la Del Monte. Di loro più nulla si è saputo oltre quanto è stato deposto da Del Sole, il quale li ebbe compagni di viaggio verso il campo di concentramento e da loro apprese che il T., prima dell’arresto, gli aveva depredati completamente promettendo loro protezione di tutto quanto possedevano in denaro e oggetti di valore. Altra vittima del criminale fu appunto il Del Sole. A lui si presentò il lavandaio Longhi, che vantando l’influenza del “genero”, gliene promise la “disinteressata” protezione. Al povero uomo non parve vero di aver trovato così disinteressato protettore e volle essergli presentato. Ma l’altro personaggio non appena lo vide gli manifestò con rincrescimento che “non per lui” ma per le esigenze di altro personaggio più in alto di lui, ma non altrettanto onesta, occorrevano 5000 L. il Del Sole, misero [ill.], disse che egli non disponeva di tanto denaro e a furia di mercanteggiare riuscì a ridurre la pretesa del secondo altro personaggio a lire 1500 e la pretesa del primo, suo interlocutore, a 300, che quelle disse sarebbero servite per la cena di quella sera a lui, al” suocero” ed alla figlia di costui e conseguentemente sua “moglie” L. Liliana.

Con un cliente di così scarse risorse non si poteva perdere troppo tempo. Il Del Sole fu arrestato qualche giorno dopo e si salvò poi gettandosi dal treno in prossimità del Brennero.

Affare anche magro fu fatto da T. con l’altro ebreo Curiel Aldo.

Questi era in migliori condizioni economiche di Del Sole, perché proprietario di un ristorante assai frequentato, ma era stato arrestato e derubato di tutto quanto possedeva da un altro sgherro di von Alberti quando il T. lo incontrò nell’ufficio di via Bolognese. Dovette costui perciò accontentarsi del poco denaro (3000 L. circa), di una penna stilografica e di una matita d’oro, che il Curiel portava sulla persona. Cercò però di rifarsi proponendo alla signora Fasoli Jolanda (arrestata contemporaneamente al Curiel, per averlo favorito assumendo la gestione del ristorante di cui sopra) di consegnare a lui per il pagamento 5600 L., importo di pena pecuniaria nella quale la Fasoli era incorsa per contravvenzione daziaria, e, ottenuto la somma, certamente perché riteneva deriso dall’esiguità del bottino precedente, la ritenne.

Non mancò poi di visitare il Curiel in carcere e di offrirgli, come a tutti quelli che si trovavano nelle condizioni di lui, la sua protezione in cambio di “utili informazioni” e di qualche piccolo segno di gratitudine. Le stesse offerte fece alla F., che era stata liberata. Ma la cosa non ebbe seguito la F., ammonita dalla truffa patita, non ha obbedito ad alcuna richiesta di lui e il Curiel fu presto deportato al campo di concentramento di Fossoli e da esso in un campo di concentramento tedesco, donde con [ill.] fortunati è potuto ritornare.

Proseguendo nella sua attività il T. riuscì a scoprire il rifugio di altri ebrei danarosi (l’argentiere Genazzano e il commerciante Cassuto), che però, avvertiti a tempo dal Da Fano, il quale, in concorso con il parroco Don Paggi, si serviva delle confidenze del criminale per sventare i piani, potettero sottrarsi al pericolo, che loro incombeva.

Il Da Fano stesso, poi, avendo appreso dal T. che si era stabilito un rastrellamento di ebrei nell’ospedale psichiatrico di San Salvi ed in quello per malattie comuni di Careggi, si affrettò a rendere edotti il Prof. Taddei del primo e l’infermiere Toccafondi del secondo. Ma purtroppo non furono prese tempestivamente misure atte a frustrare i disegni dell’ufficio affari ebraici e dopo qualche giorno nell’ospedale psichiatrico furono catturati tre ed in quello di Careggi ben 14 ebrei dei quali sette (i Padoa, le Balzano, la Pini, il Bindi le Givré, di cui all’ultimo capo di imputazione) nella sola clinica del prof. Siciliano.

A questa operazione partecipò il T. e, come al solito, a fine di lucro. Infatti poco prima che si presentassero a Careggi gli agenti delle S.S. tedesche era stato visto aggirarsi per le sale un tale coperto dal camice bianco, che indossano gli inservienti, il quale poi, gettando via quell’indumento, erasi unito agli agenti. Nel falso inserviente l’infermiere [ill.] aveva riconosciuto il “genero” del lavandaio Longhi di via Capodimondo, come ebbe poi a riferire ai fratelli Padoa, e fu proprio quel falso inserviente notato pure dalle infermiere Valla e Dall’Osso che il giorno seguente si presentò a quest’ultima per reclamare il denaro e gli oggetti di valore degli ebrei arrestati.

Le risultanze istruttorie pertanto, pienamente confermate da quelle dibattimentali, inducono a ritenere in ordine alla collaborazione prestata dal T. per le razzie di ebrei: 1) che egli vi fu indotto solamente dal fine di lucro, come del resto confessò al Da Fano. 2) che, pur essendo siffatta collaborazione diretta a favorire i disegni politici del nemico, essa fu prestata d’accordo coi tedeschi e talvolta insieme con loro ed alle dirette dipendenze del capo delle S.S. germaniche von Alberti, come del resto il T. ammise nell’interrogatorio reso il 29 maggio 1945. 3) che pertanto si [ill.] nell’ipotesi contestata dall’art. 54 c.p.m.g., in cui, in vista del più grave pericolo e del più intenso dolo, che rispettivamente deriva e vien dimostrato dalle intelligenze col nemico, non si fa distinzione fra favoreggiamento politico e favoreggiamento militare. 4) dal quel fatto contestato come saccheggio sotto la lettera c della rubrica, non ricorrendo la pluralità di delitti e tanto meno l’offesa all’ordine pubblico, ed anzi era esclusa negl’intendimenti del T., il quale voleva fare i suoi interessi col minore clamore possibile, si ravvisa un furto aggravato a sensi degli art. 625 n.1 e 61 n. 5, in quanto commesso in casa d’abitazione, dove il T. erasi espressamente recato, e profittando della minorata difesa dei derubati, costretti ad allontanarsi dal timore di venir catturati. 5) che nel fatto contestato quale estorsione in danno del Curiel sotto la lettera d si ravvisa una truffa in quanto il Curiel fu indotto a privarsi in favore del T. del denaro che aveva sulla persona, della matita e della penna stilografica dietro l’osservazione dell’imputato che altrimenti quelle cose sarebbero andate ai tedeschi, osservazione nella quale era esplicita una promessa di restituzione. […]


a) Del Reato di cui agli art. 5 D.L.L. 27.7.1944 n.159- 54 C.P.M.G. perché in Firenze, in epoca posteriore all’8 settembre 1943, fino al luglio 1944, collaborava col nemico invasore del territorio nazionale ponendosi volontariamente, e condotto da scopo di lucro, a disposizione di un reparto di polizia germanica incaricato delle ricerche di cittadini di razza ebraica, quindi tenendo intelligenza col reparto predetto svolgeva una continua attività diretta a raccogliere informazioni e segnalazioni atte al rintraccio degli ebrei stessi e partecipava anche materialmente all’arresto di alcuni di essi.

b) del reato di cui agli art. 640 81 C.P. perché nel marzo 944 con più azioni esecutive d’un medesimo disegno criminoso al fine di procurarsi un ingiusto profitto induceva certi Fano Del Sole Bruno, Massimo Lopes, Angelo Lopes, a consegnarli rispettivamente lire 2500, lire 25000, lire 5000 in denaro, più alcuni oggetti preziosi per un valore di oltre 10.000 lire facendo loro credere d’essere in suo potere di procurarsi loro un ordine di scarcerazione da parte delle autorità di polizia germaniche di cui [ill.] i nominati erano già detenuti [ill.]

c) Del reato di cui all’art. 419 C.P. per avere in Firenze la sera del 30 marzo 1944 commesso atti di saccheggio nella casa di abitazione di Anna Del Monte Lopes e Alberto Lopes.

d) Del reato di cui agli art. 629 C.P. perché in Firenze il 23 marzo 1944 costringeva certo Curiel, detenuto nelle celle di un comando di Polizia germanica e rilasciargli lire 3000 più una penna stilografica e una matita d’oro di valore imprecisato sotto il minacciarlo di fare confiscare quei beni dalle autorità germaniche.

e) Del reato di cui all’art. 628 C.P. perché in Firenze il 6.3.44 mediante violenza, al fine di trarne profitto illecito si impossessava del denaro e delle gioie in possesso di Bemporad Clara Anna e Lina, mentre costoro erano a disposizione delle S.S.

f) Del reato di cui agli art. 640 C.P. perché in Firenze il 22.3.944 al fine di trarne profitto induceva Fasoli Iolanda detenuta a disposizione delle S.S. a consegnargli la somma di lire 5000 facendole credere di [ill.] durante il periodo della sua detenzione a pagare per suo conto l’ammontare di una contravvenzione annonaria all’ufficio competente ed appropriandosi invece della somma senza adempiere il compito assuntosi.

g) […]

h) Del reato di cui agli art. 605 e 81 C.P. perché in Firenze dopo l’8 settembre 1943 in esecuzione d’uno stesso disegno criminoso privava della libertà personale i seguenti ebrei. Marcella Bemporad, Fano Del Sole Bruno, Sacerdoti P. Paola, La Padoa [?] Bianca Bassano V [ill.] Rita Bassano, Forni [ill.] Clara, Rimuz [?] Luigi, Givré Bianca

La Corte Dichiara T. Benedetto colpevole del collaborazionismo ascrittogli in concorso di attenuanti generiche, in esso conglobato il sequestro continuato di persona, contestatogli sotto la lettera H, nonché dell’omicidio, di cui alla lettera G con l’aggravante, contestata in udienza, del motivo abietto e futile, e di furto doppiamente aggravato a sensi degli art. 624, 625 n.1 e 61 u.s.c.p., così modificata l’imputazione, di cui all’art. c. […]

Lo condanna all’ergastolo con isolamento diurno per anni due, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, al pagamento delle spese processuali e di quelle occorse per il suo mantenimento personale durante la custodia preventiva, al risarcimento dei danni a favore delle parti civili, Fanteschi Fosca e Del Monte Anna […]

Anno:
1944

Tribunale:

Corte di Assise di Firenze, sezione speciale

Presidente:
Moscati Francesco

Tipologia di accusa:
Arresto

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio di Stato di Firenze, sentenze della Corte di Assise Speciale