Scarpato

Luogo:

In fatto e in diritto

Espulso sullo scorcio del 1934 dalla Germania, dove per circa due anni aveva vis­suto di espedienti ed aveva anche scontato una condanna per furto, Federico Scarpato, che era dedito al vagabondaggio, ed altre condanne aveva in precedenza riportate a Basilea e a Bolzano, prese a fare il cameriere di albergo in varie città di Italia, preva­lentemente a Roma.

La sua figura morale appariva già assai compromessa anche attraverso le varie iscrizioni al casellario giudiziario; la sua figura politica era oscura ed indefinibile, es­sendo egli tra coloro che non hanno coscienza e personalità propria, e una sicura fede, ma con agilità e con raffinata scaltrezza adattano alle circostanze l’orientamento e l’azione, e tra le opposte correnti seguono quella che le vicende fanno apparire più favorevole, schierandosi sempre col più forte, senza peraltro essergli fedeli.

Così agevolmente si spiega come, deportato dalla polizia tedesca per antifascismo e consegnato alla questura di Roma, fosse riuscito a farsi rilasciare subito in libertà, cosa non facile nei tempi in cui l’antifascismo era ferocemente perseguito e punito. E mentre per la sua condotta e per i suoi falsi atteggiamenti continuava ancora ad essere segnalato come antifascista, e la polizia non cessava di vigilarlo, egli, anche con un lungo esposto diretto al questore di Roma, non esitava a professare altamente la sua fedeltà al regime e ad illustrare con calore la sua figura di vero fascista e ammiratore convinto del partito nazionalsocialista di Adolfo Hitler.

Tratto in arresto nel 1940 dalla polizia tedesca per avere falsificato il passaporto di un ebreo tedesco, riusciva abilmente a farsi accogliere dagli stessi tedeschi come loro fido cameriere al circolo germanico in Roma; e dopo esserne stato licenziato come individuo indesiderabile, riusciva ancora a farsi accogliere come cameriere alla mensa della Luftwaffe a Brindisi, e poi come interprete alla sussistenza della Luftwaffe a Fra­scati, dove rimase fino all’otto settembre 1943.

Il 16 novembre 1943 viene arrestato a Roma e condotto al comando delle SS. te­desche che avevano già iniziato in via Tasso la loro opera spietata di persecuzione e di rappresaglia. A quel comando egli offre subito l’opera sua con la stessa spontaneità e con lo stesso entusiasmo con cui più tardi, dopo la liberazione di Roma, la offrirà in­vano al Comando Alleato, che la respinge con disprezzo. E per valorizzare la sua of­ferta egli, che si era vantato di essere fuggito da Frascati perché non voleva più lavo­rare con i tedeschi, rievoca a titolo di benemerenza i precedenti servizi prestati, po­nendo a suo vanto particolare proprio quel servizio di Frascati che, a suo dire, eragli divenuto odioso.

E così, mentre ogni anima pura di Italiano fremeva di sdegno per le atrocità tede­sche e trepidava per le sorti di Roma invasa ed oppressa, lo Scarpato, rinunziando agli attributi essenziali della propria persona, financo al nome che sostituì con quelli tede­schi di Fritz e Schuler, si asserviva al nemico, stringendo con esso i vincoli più ob­brobriosi di scelleratezza e crudeltà ai danni dei suoi connazionali.

Era trascorso appena qualche giorno dall’assunzione in servizio che iniziò l’opera sua nefanda con un diabolico tranello ai danni di alcuni patrioti.

Luigi e Piero Valenzano, Emilia Del Grosso, Sergio Sonnino e Alberto Chimichi, volevano sfuggire da Roma e varcare le linee. Egli, assicurandoli che conosceva un battelliere che li avrebbe trasportati a Napoli, diede loro convegno in un punto remoto e solitario dove si era fatto precedere da alcuni agenti delle S.S. che rapidamente cir­condavano la vettura, nella quale aveva preso posto anche lui, e li traevano in arresto.

Per colorire il sottile inganno lo Scarpato si mostrò sorpreso e addolorato dal suo arresto, ed ebbe espressioni tali di disperato dolore, che mossero a compassione perfi­no le stesse vittime, pur trepidanti della loro sorte.

All’indomani faceva poi allo stesso modo arrestare Guglielmo Sonnino dopo di avergli, nella località convenuta, date le più ampie assicurazioni che la partenza del figliuolo Sergio era avvenuta puntualmente e felicemente.

Anche in via Tasso continuò la turpe commedia, poiché mentre fingevasi avvilito e stanco di essere in carcere per loro, assisteva impassibile agli interrogatori ed ai maltrattamenti di quei disgraziati; e quando più tardi fu scoperto e gli fu rinfacciato l’inganno, la sua risposta fu questa: “io sono un funzionario delle S.S. e debbo fare il mio dovere verso il mio paese”.

Il 20 dicembre 1943 procedette allo arresto di Italo Grimaldi accusato di antinazi­smo, e poiché questi aveva resistito, lo percosse in viso col calcio del fucile.

Alla testa di una squadra di S.S. ne perquisiva poi minutamente la casa asportando oggetti di valore, cibarie e L. 400.000 in banconote e titoli. Quivi arrestò anche il fra­tello Grimaldi Guido e la figlia Amneris nonché Vittorio Mallozzi che vi si trovava per caso. Furono tutti tradotti in Via Tasso dove Italo Grimaldi fu fatto segno dallo Scarpato a gravi maltrattamenti e percosse che gli cagionarono la rottura di alcune co­stole e fuoriuscita degli occhi dalle orbite. L’Italo fu poi giustiziato ed ugual sorte toccò al Mallozzi.

Arrestò anche il giovane patriota Ettore Arena, che percosse fortemente col calcio del fucile rompendogli tre costole, e lo sottopose poi a gravi torture per fargli rivelare i nomi di altri patrioti.

Lo Arena che mantenne fino all’ultimo il segreto, fu trucidato alle Fosse Ardeatine.

Per costringere Quadrari Teresa a dare indicazioni del marito che era ricercato dalle S.S., lo Scarpato la traeva in arresto e durante l’interrogatorio la ingiuriò e la percosse con pugni, facendole saltare un dente. Operò poi in casa di lei con agenti te­deschi minutissime perquisizioni, asportando in varie volte biancheria e generi ali­mentari in rilevanti quantità.

Il 21 dicembre, con minaccia a mano armata di fucile, obbligava Angelo Capone ad indicargli la casa di Filippo Rocchi. Lo trovò che dormiva, e, puntandogli la rivol­tella, lo fece balzare dal letto senza neppure permettergli di vestirsi; e alla madre, che gli aveva aperto l’uscio, inferse con violenza degli spintoni, soffocandole in gola le commoventi implorazioni di pietà; “Ho questo solo figlio che mi rimane di quattro lasciatemelo”; ma lo Scarpato, tutt’altro che impietosirsi, obbligò la povera donna ad assistere alle forti percosse che egli con un bastone inferse al figliolo, rompendogli le braccia. Trattenuto come ostaggio, il Racchi fu poi sacrificato alle Fosse Ardeatine.

Partecipò successivamente allo arresto di Antonio Fauna che, in presenza della moglie dolorante, percosse brutalmente rompendogli un sopracciglio.

Anche il Fauna fu tra gli ostaggi trucidati.

Il 18 gennaio in Via Tasso usò violenza e minacce ad Oscar Gaggeggi per indurlo a parlare sulla sua attività antinazista di cui era incolpato. E qualche giorno dopo lo costrinse ad accompagnarlo in un caffè di Roma per indicare a lui ed agli agenti tede­schi in sua compagnia un certo Potenza ed altri ricercati. Gli raccomandò di non far trapelare la sua qualità di arrestato e di assumere di fronte al pubblico un atteggia­mento di amico. E più che raccomandarglielo, glielo impose, poggiandogli sulla fronte la canna della rivoltella e minacciandolo di scaricargli addosso tutte le pallot­tole, se non avesse obbedito. [.. .]

Il 14 febbraio partecipò all’arresto di Paolo Buffa, Paolo Petrucci, Cornelio Mi­cheli-Salomon, Vera Michelin-Salomon ed Enrica Filippini Lera. Nello interrogatorio, al quale egli li sottopose in Via Tasso, usò asprezza inaudita e linguaggio offensivo, studiandosi di aggravare la loro condizione processuale. Giudicati per propaganda an­tinazista e porto d’arme, le ragazze furono condannate a tre anni di carcere; gli altri prosciolti; tutti però vennero successivamente rinchiusi come ostaggi a Regina Coeli, da dove il Petrucci fu poi rilevato per essere sacrificato alle Fosse Ardeatine e le don­ne per essere deportate in Germania. […]

Nel 28 febbraio partecipò alla perquisizione in casa di Salomon Drucker, da lui già fatto arrestare dopo ricerche personalmente compite. Con cinismo sprezzante disse alla moglie implorante che si dimenticasse del marito, che era un ebreo e per giunta polacco; e avendola poi riveduta, dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, lo Scarpato volle con gioia feroce inasprirle il ricordo della fucilazione del marito, rivolgendole queste parole: “Ed adesso, Signora Drucker, come state?”. […]

Il 18 marzo trasse in arresto Santi Maria, verso cui usò minacce e blandizie per in­durla a parlare del sottufficiale Angelo toppi, una delle più belle figure di patriota, che era stato arrestato dallo Scarpato e fatto segno alle più spietate violenze e sevizie ed anche allo scherno più volgare ed esasperante.

Tra gli ostaggi era egli uno dei designati alle Fosse Ardeatine e fu trattenuto in carcere perché avrebbe dovuto ancora soffrire e rivelare i nomi dei suoi compagni di fede e di azione. Scampò poi miracolosamente alla morte nel giorno stesso della libe­razione di Roma.

Col corpo dilaniato, ma con lo spirito ardente di tutta la sua indomita fede, egli è comparso al dibattimento assetato di giustizia, e, mostrando una camicia macchiata del suo sangue a testimonianza delle violenze subite nei suoi novanta giorni di prigio­nia, ha narrato tutte le inaudite atrocità di via Tasso che non valsero però a piegarlo. Tre costole rotte, i denti molari estirpati con grosse pinze che gli spaccarono un labbro, la mano sinistra fratturata e la testa più volte ferita, fratturati anche un ginocchio ed un piede a colpi di sbarre di ferro e di corde di acciaio, cecità dall’occhio sini­stro e molteplici ustioni causate da lampade elettriche, sono i segni tangibili della sua tortura. Ma i segni del suo tormento spirituale non sono visibili, e non basta ad espri­merlo il grido che con un invincibile impeto di odio e di vendetta proruppe in dibatti­mento dalla pura anima martoriata.

Avvenuta la liberazione di Roma, lo Scarpato, che aveva rinnegato la Patria per i tedeschi, rinnega anche i tedeschi e li abbandona.

Mentre si accinge a compiere l’ultima finzione nel vano tentativo di riapparire ita­liano, lo incoglie l’ira delle sue vittime che ne provocano l’arresto e lo assicurano alla giustizia. […]

Affermandosi in conseguenza la piena responsabilità dello Scarpato, in favore del quale non sussiste alcuna attenuante, la condanna da infliggergli è quella della pena capitale prevista dalla prima parte del citato art. 54 C.P. Militare di guerra, da eseguir­si mediante fucilazione nella schiena a sensi del 2° comma dell’art. 25 C.P.M. di pace a cui devesi avere riferimento. […]

Sussiste, invero, il concorso nei delitti di omicidio, poiché se non fu lo Scarpata tra quelli che eseguirono materialmente la uccisione, egli pose tuttavia in essere la condizione essenziale perché essa si verificasse.

Nella previsione dello evento e nella consapevolezza di concorrere con la propria azione a quella dei criminali tedeschi, egli arrestò le vittime e le consegnò ai carnefici; e se con la libertà tolse anche ad esse ogni possibilità di difesa contro chi voleva sacri­ficarle, come più tardi le sacrificò, è di mafesta [sic] evidenza che egli contribuì alla strage e deve pertanto, ad ogni effetto giuridico, essere ritenuto compartecipe nella consumazione del delitto.

Sussistono altresì gli altri reati di sequestro di persona e di furto commessi nelle circostanze e con le modalità indicate in epigrafe, ricorrendone tutti gli elementi inte­gratori, ed anche per essi devesi affermare la colpevolezza dell’imputato.

La pena dell’ergastolo, relativa al concorso in omicidio, e quella della reclusione per gli altri reati restano assorbite dalla pena capitale, che va applicata per il delitto più grave.

Il risarcimento dei danni è dovuto in conseguenza della condanna; e la presente sentenza deve essere pubblicata per estratto a sensi di legge.


da inserire

P.Q.M.

L’Alta Corte di Giustizia dichiara Federico Scarpato colpevole di tutti i reati ascrittigli e letti ed applicati gli ar­ticoli 5 D.L.L. 27 luglio 1944, n. 159 e 151 C.P.M.G.

Condanna

Scarpato Federico alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena.

Anno:
1945

Tribunale:

Alta corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo

Presidente:
[ill.]

Tipologia di accusa:
Arresto

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio dell’Istituto Romano per la Storia d’Italia dal fascismo alla resistenza

Bibliografia:

Amedeo Osti Guerrazzi, “La Repubblica necessaria”. Il fascismo repubblicano a Roma 1943-1944, Angeli, Roma, 2004.

Silvia Haia Antonucci e Claudio Procaccia (a cura di), Dopo il 16 ottobre. Gli ebrei a Roma tra occupazione, resistenza, accoglienza e delazioni (1943-1944), Viella, Roma, 2017.

Su Salomon Drucker: Edgarda Ferri, Uno dei tanti, Mondadori, Milano, 2009