Rosini

Luogo:

Negli ultimi mesi del 1943 per sfuggire alle persecuzioni razziali contro gli ebrei, volute dal nazifascismo, parecchi di costoro dovettero lasciare l’Italia e trovare scampo in Svizzera. Per tentare l’espatrio tale Comm. Edoardo Orefice, residente alla Gazada, provincia di Varese, venne messo a contatto da un’amica di famiglia, certa Fruttieri, con tale Rosini Vicentini Antonia, residente alla frazione Malnate, la quale assicurò avrebbe provveduto a fargli passare la frontiera affidandolo ad una guida molto pratica, anzi gli promise che lei stessa lo avrebbe accompagnato sorreggendolo sotto il braccio (si trattava di un uomo di tarda età) attraverso un varco facile e breve. In compenso di tali prestazioni la Rosini richiese al comm. Orefice L. 5000, che lei diceva dovevano servire per la guida, cui sarebbero state versate ad esito felice dell’impresa, mentre altre L. 1000 le vennero versate dall’Orefice da tenere per sé per il suo interessamento. Il 6.12.1943 l’Orefice partiva e la sera stessa venne recapitato alla di lui famiglia a mezzo della Rosini un suo biglietto autografo che tranquillizzava i parenti sulla riuscita impresa. Pochi giorni dopo i familiari apprendevano la triste notizia che il loro congiunto, lungi dall’essere riparato in Svizzera, era stato arrestato e trovavasi detenuto. Alcune persone avevano visto infatti l’Orefice mentre alla stazione di Varese veniva fatto salire su un vagone-cellulare di un treno diretto a Milano.

La Rosini intanto continuava ad andare a caccia di ebrei, desiderosi di varcare la frontiera svizzera; così avvenne disgraziatamente che altri due ebrei, i coniugi Goldschmied e Jole Camerini Goldschmied, accettarono i suoi servizi.

L’asserito successo dell’operazione di espatrio relativa al comm. Orefice era giunto a mezzo della signora Nacmias figlia del predetto, a conoscenza della signora Albrighi, che teneva ospiti i Goldschmied in una cascina di sua proprietà in provincia di Varese, dove i detti coniugi erano sfollati da Milano. Conoscendo la volontà di costoro, spaventati dai provvedimenti antiebraici del neofascismo, di recarsi in Svizzera, la signora Albrighi chiese alla Nacmias l’indirizzo della Rosini e pose a contatto con costei i coniugi Goldschmied. Questa volta la Rosini elevò il compenso a L. 20.000 a persona. Il 10.12.1943 partivano i Goldschmied, ma questa volta dalla Rosini non veniva consegnato od esibito nessun biglietto, come invece era stato convenuto, per attestare che i due coniugi avessero raggiunto il territorio svizzero. La Rosini, cui anticipatamente erano state consegnate L. 40.000 dai Goldschmied stessi, diede però le più ampie assicurazioni sia all’avv. Albrighi e signora come ad altro amico dei Goldschmied, tale Dino Urbani di Varese, che tutto era andato bene e che i loro amici avevano felicemente varcato il confine, solo che a causa di una sparatoria, avvenuta proprio nel momento del passaggio, vi era stata un po’ di paura e nella precipitazione del momento il biglietto non aveva potuto essere consegnato. Anche Goldschmied, si apprese dopo pochi giorni dall’Urbani, che ne informò gli Albrighi, essere stati catturati e condotti alle carceri di Varese. L’Urbani intanto alle informazioni tranquillanti della Rosini sul buon fine di questa seconda spedizione, facendo pieno affidamento sulle parole di costei, si interessò presso la Rosini […] per l’espatrio di un altro amico ebreo, tale avvocato Cammeo e della moglie di costui. La Rosini, il 22 dicembre raggiungeva il Cammeo in una sua villa in Brianza e faceva pressioni perché costui si decidesse a partire subito il mattino dello stesso giorno, ma questi rinviò la partenza; frattanto il ragionier Giossi lo avvertiva di non fidarsi della Rosini, che era una spia, e gli faceva sapere che i Goldschmied si trovavano detenuti a Varese; così la sera verso le ore 18 quando ritornò la Rosini a visitarlo il Cammeo non ebbe difficoltà a respingere l’offerta della Rosini col fare presente la detenzione dei Goldschmied; allora la Rosini sconvolta disse che si sarebbe interessata per accertare se la notizia fosse vera. Fra il Natale 1943 e il 10 gennaio 1944 la Rosini entrava in trattative con tale Bassi Carlo che voleva passare il confine insieme alla madre e che appunto a tal fine da Venezia si era portato a Milano per avere il modo di conoscere una qualche via. Da un proprio parente fu presentato alla Rosini, che gli richiese L. 45.000, di cui L. 40.000 sarebbero stati destinati alle guide e L. 5.000 avrebbero dovuto trattenersi dalla Rosini. Tali laboriose trattative furono concluse il 9 gennaio e il giorno successivo ebbe luogo la partenza per Intra con pernottamento in tale comune. L’indomani furono i Bassi affidati alla guida, tale Muzzi Umberto, per essere condotti al confine su una macchina che era guidata dallo stesso Muzzi. Costui dopo pochi chilometri dal paese diede dei segnali acustici insistenti, che richiamarono sulla strada dei militi, i quali fermarono la macchina e condussero il Bassi e la madre in una villa, dove davanti al commissario politico di Intra, tale Falletta, mutilato, alle cui dipendenze operavano i militi, il Muzzi gettò la maschera, qualificandosi repubblicano ed accusando il Bassi e la madre di essere degli ebrei che clandestinamente tentavano di passare il confine.

Furono spogliati madre e figlio del denaro che tenevano indosso spossessati delle valigie e in una perquisizione più accurata furono al Bassi asportati gioielli e oro ammontanti a circa £400.000 secondo la valutazione di allora. Fu trattenuto il Bassi per qualche tempo, portato prima ad Intra e poi a Premeno sotto la sorveglianza del Muzzi, di un altro agente e del commissario. Il Falletta lo rilasciava dopo una settimana con l’intesa che avrebbe dovuto spedire un certificato medico dove si faceva apparire essere esso Bassi affetto da qualche infermità e così pure veniva rilasciata la madre del Bassi, donna di età avanzata, poiché allora una disposizione dalla repubblica disponeva essere esclusi dalla deportazione gli uomini anziani e quelli affetti da talune infermità. Per il riconoscimento del buon fine era stato consegnato alla R. un biglietto da £5 firmato, l’altra metà avrebbe dovuto esserle recapitata dal Nuzzi.

Anche l’intera somma pattuita in L. 45.000 era stata versata in mani della Rosini. Durante la detenzione del Bassi il Muzzi spianandogli la pistola gli ingiunse di scrivere un biglietto con su scritto “tutto bene” perché il biglietto da £5 era forse andato disperso. Dopo il 25.4.1945 dal Falletta e dal Duse che collaborava col primo in occasione della cattura del Bassi, quest’ultimo ottenne in restituzione i valori sequestratigli escluse le somme.

Caduto il regime nazi-fascista l’Urbani si affrettava a sporgere denuncia contro la Rosini, la quale un mese dopo, saputo di detta denuncia a suo carico, temendo le conseguenze che potevano derivarne, scrisse una lettera all’Ufficio Legale della Comunità Israelitica di Milano, di cui esistono in atti due copie, una prodotta dai figli del Comm. Orefice, che denunciarono anch’essi la Rosini quale responsabile della cattura del loro genitore, e l’altra allegata ad altra denuncia sempre contro la Rosini sporta dai Signori Camerini […] e dall’avvocato Ego Goldschmied, parenti dei coniugi Goldschmied, anch’essi traditi vilmente dalla Rosini. Dall’esposto suaccennato di quest’ultima emerge come uno dei due collaboratori (dalle somme appare che costoro fossero due) della Rosini nelle delittuose imprese della stessa poste in essere in danno dell’ebreo Orefice, dei due Goldschmied, e dei due Bassi fosse un tale Muzzi Umberto, da lei conosciuto casualmente ad Intra a mezzo della madre dello stesso, alla quale avrebbe la Rosini praticato una cura essendo essa di professione erborista, e dalla quale avrebbe avuto confidato che il figlio Umberto faceva il contrabbandiere e si interessava di espatri di ebrei, dietro lauto compenso, essendo d’accordo con la finanza. Per quanto concerne l’espatrio dell’Orefice e dei Bassi la Rosini espone di essere stata rassicurata dal recapito avvenuto dei biglietti convenuti attestati il buon fine dell’operazione, mentre per il caso Goldschmied il Muzzi, pur essendo ritornato senza il convenuto bigliettino, avrebbe a lei assicurato e giurato che tutto era andato bene e che il biglietto da consegnare ai signori Albrighi non era stato dato perché tutto si era svolto in gran fretta sulla linea di confine per via di una sparatoria, che aveva spaventato la signora Goldschmied. Dopo due o tre mesi dalla partenza del Bassi per la Svizzera essa Rosini incontrava in Milano il signor Bassi, che le avrebbe detto di non dir nulla a nessuno di averlo visto aggiungendo la frase “Non posso parlare, a guerra finita ne riparleremo”. Da allora la Rosini sostiene il proprio esposto di aver cominciato a dubitare che “Le cose non fossero andate liscie come mi [le]aveva [il Muzzi] fatto credere” e afferma di essere a causa degli incubi e dei turbamenti caduta malata. Questi i fatti da cui trasse origine il processo odierno a carico del Muzzi e della Rosini Vicentini, rinviati a giudizio per l’imputazione di corrreità nella commissione del reato previsto e punito dall’art.58 c.p.m.g. in relazione alle leggi speciali citate in rubrica per aver favorito i disegni politici del nemico col causare la cattura dell’Orefice, dei due Goldschmied, del Bassi e della madre dello stesso da parte dei nazifascisti simulando a scopo di lucro di favorire nel loro intento di raggiungere la Svizzera i suddetti cittadini italiani di razza ebraica. Al dibattimento veniva pure contestato alla Rosini su richiesta del p.m. il tentativo a scopo di lucro di indurre l’avv. Cammeo ad espatriare a mezzo del Muzzi pur prevedendo che il Cammeo e la moglie, come cittadini ebraici, sarebbero stati arrestati.

Entrambi gli imputati si sono mantenuti negativi, escludendo ogni loro colpevolezza nella cattura seguita al tentativo di espatrio dei succitati ebrei. Così il Muzzi dice di aver accompagnato l’Orefice fino al confine consegnandolo ivi ad un suo amico milite, insieme alle L. 5000 avute dalla Rosini, […] dopo che l’ebreo gli [al milite] aveva dato un bigliettino da consegnare alla Rosini. Per il secondo episodio il prevenuto afferma che questa volta ricevette per sé L. 20.000 volendo provvedere lui stesso perché non si fidava tanto dell’amico milite, allo sconfinamento dei Goldschmied. Aveva infatti appreso dalla Rosini Vicentini che l’Orefice era detenuto a Varese. L’espatrio non sarebbe riuscito perché i due ebrei sarebbero stati catturati assieme ad esso imputato che sarebbe riuscito poi a scappare […]. Non avrebbe più rivisto la Rosini da allora se non un mese dopo circa, quando la stessa gli portò per far passare in Svizzera il Bassi e la madre, che poi sarebbe stato costretto a consegnare ai nazifascisti per le minacce del commissario Duse, […] esso Muzzi avrebbe fatto montare gli ebrei [in macchina] e avrebbe caricato i bagagli […], facendo finta di condurli al confine. Ammette il Muzzi che il Bassi gli consegnò L. 20.000 lire e nega di avere portato alla Rosini un biglietto sottoscritto dal Bassi in cui si attestava essere andato tutto bene […], nei confronti del Bassi […] avrebbe avuto assicurazione, prima della consegna, che non sarebbe stato commesso male alcuno. La imputata Rosini afferma di aver avuto dall’Orefice L. 5000 […] e nega di aver saputo nulla dell’arresto dell’Orefice quando ella portò al Muzzi la coppia Goldschmied […] e [afferma di essere stata assicurata da questi] di aver visto i detti coniugi metter piede in territorio svizzero. Afferma la prevenuta di essere stata informata dalla Nacmias, dell’arresto del padre, e di essere stata edotta sia dall’Urbani come dagli Albrighi della cattura dei Goldschmied […]. Essa imputata avrebbe fatto fare delle ricerche nel carcere di Varese […] per appurare l’arresto dei Goldschmied, ma le ricerche avrebbero avuto esito negativo […]. Ammette di essersi rivolta al Muzzi nel gennaio 1944 per far espatriare i Bassi, da cui ebbe L. 45.000 […]. Lo speciale contrassegno [quale prova dell’avvenuto espatrio], non le era stato però consegnato sulle prime dal Muzzi, che le avrebbe dato un bigliettino scritto di pugno dal Bassi […]. Ammette di aver scritto una lettera all’ufficio legale della Comunità Israelitica di Milano.

Le prove raccolte sia nel processo scritto come al dibattimento sono troppo precise e abbastanza esaurienti per affermare la colpevolezza degli imputati, che si erano diviso il compito procacciando la Rosini gli affari e riscotendo il prezzo delle prestazioni delle guide e il Muzzi facendo finta di accompagnare alla frontiera gli ebrei che invece venivano consegnati a militi del fascismo coi quali il Muzzi doveva prender parte nella spartizione dei valori rinvenuti addosso ai catturati e del contenuto dei loro bagagli. E valga il vero:

la colpa del Muzzi non può revocarsi in dubbio. Il teste Urbani riferisce che i propri amici Goldschmied in occasione della loro traduzione dalle carceri di Varese, dove sulle prime furono condotti, alle carceri di San Vittore in Milano, diedero espresso incarico a un carabiniere a nome Valsecchi di informare esso teste del loro stato di detenzione […]. Tale circostanza è stata confermata al dibattimento dallo stesso Valsecchi che ha dato altre notizie assai importanti relative alla cattura dell’Orefice, da cui appare, in occasione del medesimo trasporto di detenuti ebrei a Milano, che esso Orefice era stato tradito dalle guide d’accordo coi militi: infatti giunto l’Orefice vicino al confine le guide (c’era quindi anche il Muzzi e non solo il milite) lo fecero ivi aspettare e poi ritornarono sul posto con una pattuglia di militi ai quali lo consegnarono. Dunque niente sparatoria nell’episodio Goldschmied, come assume l’imputato, ma tradimento da parte del Muzzi che diede in consegna alla milizia i due coniugi, come pure tradimento dello stesso Muzzi e dell’altra guida, un milite non identificato, insieme a cui il Muzzi operava, nell’episodio Orefice. Risulta così che tra i nazifascisti ed il Muzzi c’era l’accordo che gli ebrei che capitavano nelle di lui mani dovessero essere catturati e tale intesa è ribadita dalla narrazione di un’altra vittima del prevenuto, il Carlo Bassi, che nelle modalità sopra riferite venne consegnato ai fascisti […]. Vinto dall’evidenza della schiacciante prova a lui contraria il Muzzi ha dato una spiegazione alquanto peregrina del fatto: il Duse, anch’esso commissario avrebbe scoperto la sua attività in favore degli ebrei e pertanto […] gli avrebbe ingiunto di consegnare quei due ebrei, che gli erano stati affidati, sotto minaccia, se non avesse aderito, di gravi rappresaglie contro i familiari dell’imputato. Esso imputato non avrebbe mai costretto con la pistola il Bassi, contrariamente alla affermazione di costui, a scrivere il biglietto relativo al buon fine dell’impresa […].

Non è chi non veda la puerile inconsistenza di tale tesi: a un mese appena di distanza dalla pretesa miracolosa fuga dalle mani della polizia tedesca il Muzzi circola liberamente ad Intra; continua a interessarsi di espatri degli Ebrei […]; scoperto dai fascisti non gli si torce un capello, anzi lui scende a patti con i fascisti circa il trattamento da fare a due Ebrei, che deve consegnare […]. Non si può pertanto ritenere che il Muzzi abbia agito perché costretto.

Anche la volontà delittuosa della Rosini appare dalle risultanze processuali altrettanto incontestabile. [È certo che] prescindendo dall’affermazione del Muzzi relativa alla notizia […] circa lo stato di detenzione a Varese dell’Orefice […], la Rosini […] si precipitò dall’avv. Cammeo per fargli prendere una rapida risoluzione di partire subito quel mattino, e quando il 10 gennaio consegnava i Bassi al Muzzi, era perfettamente consapevole che le prime due spedizioni da lei organizzate avevano avuto quale soluzione non già l’espatrio dell’orefice e dei Goldschmied, contrariamente alle assicurazioni del biglietto rilasciato dal primo, ed alle assicurazioni del Muzzi accompagnate da giuramenti dello stesso.[…]

Sotto il peso di tanti elementi a lei avversi da cui balzano a chiare note la coscienza e la volontarietà di commettere in ordine agli ultimi due episodi (Cammeo e Bassi) il reato contestatole, la prevenuta non ha saputo fare altro che trincerarsi dietro una monotona affermazione “non vi ho creduto, non vi ho creduto” e parla di pretesi accertamenti da lei fatti eseguire alle carceri di Varese […] per conoscere se vi fossero detenuti i Goldschmied, accertamenti risultati ­- lei dice- negativi e che perciò confortarono in allora la sua convinzione circa il nessun fondamento delle notizie pervenutele dai familiari e amici dei detti Ebrei. […] Ammesso che le ricerche furono fatte è certo che nessun affidamento le stesse potevano dare. […]

Appare in tutto il suo aspetto ripugnante il cinismo di questa donna e l’arte sua raffinata nel saper convincere e distruggere i tentennamenti e le incertezze delle proprie vittime. […]

L’evidenza della colpevolezza dell’imputata in ordine agli ultimi due episodi Cammeo e Bassi permettono alla corte per via di logica induzione di escludere nella R. qualsiasi buona fede, anche nella vicenda Orefice e Goldschmied. È dimostrato che la Rosini operava a favore dei nazifascisti per tramite del Muzzi e di quell’altro milite confinario, non identificato, causando la cattura degli ebrei da lei tratti in inganno con false promesse di farli sconfinare in Svizzera e carpendo loro denaro. […]

Resta così irrefutabilmente assodato come entrambi gli imputati avessero tra di loro stretto un pactum sceleris che si estrinsecava nei fatti sopra esposti in danno degli ebrei ed agissero in perfetta intesa coi nazifascisti per agevolare i disegni politici degli stessi che favoriti in concreto dall’attività delittuosa posta in essere dai prevenuti. […]

Il decreto di amnistia del 22.6.1946 esclude dal beneficio i reati di collaborazionismo consumati per fini di lucro; ora nella fattispecie non può negarsi che i fatti addebitati ai prevenuti furono compiuti con la cosciente volontarietà di favorire i disegni politici del nemico, integrando l’ipotesi delittuosa prevista dall’art. 58 c.p.m.g., e che il movente a delinquere sia stato quello di lucro. […] Il reato è grave e si presenta sotto un aspetto particolarmente odioso non solo per il movente, ma anche per i mezzi fraudolenti che servirono a commetterlo, per le orrende conseguenze cui andavano incontro le vittime, e per il numero degli episodi (in tutto tre per il Muzzi e quattro per la R.) che concorrono a costituire il detto reato. La pena, tenuto conto nei riguardi del Muzzi anche dei precedenti penali e per la R. della particolare astuzia ingannatrice da lei dimostrata appare equo mantenerla in limiti elevati e fissarla nella misura base di anni 18 di reclusione. Detta pena dovrà essere ridotta poi per il Muzzi, a causa della sua seminfermità mentale di cui fa fede la perizia in atto, ad anni 15. La riduzione per detta causale della pena base è contenuta nella misura un sesto, avendo il prevenuto nel dibattimento mostrato di possedere forza di ragionamento e di argomentazione nel sostenere la propria difesa, talché non può certo ritenersi diminuita della misura massima la sua capacità di intendere e di volere.


Imputati del reato di cui all’art. 5 d.l.l. 27.7.44 n.159 in relazione all’art. 1 d.l.l. 22.4.45 n. 142 art. 58 c.p.m.g. per aver in giorni diversi del settembre 1943 al gennaio 1944 provocato la cattura nella zona di Verbania dei cittadini italiani di razza ebraica Edoardo Orefice, Giorgio e Jole Goldschmied, Carlo Rossi e di lui madre da parte dell’autorità fascista e tedesca, simulando di favorirli a scopo di lucro nel loro proposito di espatriare in Svizzera.

La Rosini Vicentini inoltre: l’avere a scopo di lucro tentato di indurre l’avv. Cammeo di Milano ad espatriare in Svizzera a mezzo del Muzzi pur prevedendo che lo stesso Cammeo sarebbe stato arrestato come appartenente alla razza ebraica.

La Corte visto l’art. 483, 487 c.p.p., 29 c.p.p. dichiara Muzzi Umberto e Rosini Vicentini Antonia colpevoli del reato loro ascritto compreso per quest’ultima nell’imputazione l’episodio relativo al tentativo a scopo di lucro verso l’avv. Cammeo ad espatriare in Svizzera, e con la diminuente nei confronti del Muzzi del vizio parziale di mente di cui all’art. 82 c.p. e con l’altra nei confronti della R. di cui all’art. 62 bis c.p. condanna entrambi alla pena della reclusione per anni 15, al pagamento delle spese processuali e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici; visti l’art. 9 d.l. 27.7.944 n. 159 ordina la confisca dei beni dei condannati visto l’art. 9 d.p. 22.6.946 n. 4. Dichiara dette poene condonate per la durata di anni 5.

Anno:
1946

Tribunale:

Corte di Assise di Novara. Sezione speciale

Presidente:
Faranda Francesco

Tipologia di accusa:
Delazione

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Ieri Novara Oggi. Annali di ricerca contemporanea dell’Istituto storico della Resistenza in provincia di Novara “Piero Fornara”, dicembre 1996, n. 45

Bibliografia:

Cecilia Nubola, Fasciste di Salò. Una storia giudiziaria, Laterza, Roma-Bari, 2017