Muti

Luogo:

In esito alle risultanze dibattimentali, di cui alle pubbliche udienze tenutesi dal giorno 24 marzo al giorno 30.5.1947. Sentiti gli imputati presenti, i testimoni di accusa e di difesa, i periti, il consulente tecnico, le parti civili, il pubblico Ministero, i difensori di tutti gli imputati, che per primi e per ultimi ebbero la parola.

 

Fatto

Subito dopo l’8 settembre 1943 si raccolsero, intorno alle ricostituite federazioni fasciste, nelle principali città dell’Italia occupata dai tedeschi, alcune cosidette “squadre di azione” e di “polizia federale” destinate alla difesa armata del risorto fascismo. Col definirsi della sedicente repubblica sociale italiana e, quindi, col sorgere delle forze regolari di polizia, dipendenti dagli organi dello Stato, tali formazioni non avrebbero avuto più ragione di esistere; vi fu, tuttavia, una certa tendenza a mantenerle perché ciò rispondeva ai sentimenti e ai desideri della massa fascista. Fu appunto una di quelle squadre d’azione che, costituitasi in Milano, nella seconda decade dello stesso settembre, divenne poi, nel marzo 1944, il “Battaglione di forze armate di Polizia Ettore Muti”. Al battaglione, di stanza in città, fu poco tempo dopo aggregato altro battaglione “esterno”, dislocato in Piemonte, e, dalla fusione delle due unità, derivò la “Legione autonoma mobile Ettore Muti”, cosi denominata perché pur essendo alle dirette dipendenze del ministero dell’Interno, che provvedeva anche a finanziarla, si considerava autonoma nei rapporti con le autorità milanesi; e, per l’impiego in compìti operativi fuori Milano, dipendeva dai prefetti delle provincie nelle quali i suoi reparti, volta a volta, venivano trasferiti. Le sue funzioni avrebbero dovuto essere, almeno in prevalenza, di carattere militare, simili, perciò, a quelle esplicate dalle altre formazioni armate repubblichine; e, particolarmente in Milano, essa avrebbe dovuto limitarsi a contribuire, quando richiesta, al disimpegno di servizi di ordine pubblico. Di fatto però, fin dalla origine, la “Muti” rivelò una decisa tendenza a sostituirsi agli organi della polizia istituzionale; e, data la tenace resistenza dei suoi maggiori esponenti, fatti audaci dal forte arma-mento di cui disponevano e dal numero dei gregari divenuto assai rilevante in progresso di tempo, non fu mai possibile scioglierla ed assorbirla nella Polizia Ausiliaria o nella Guardia Nazionale Repubblicana, come avvenne, invece, per altre sedicenti polizie, a seguito dei soprusi ed arbitri che commettevano. Il suo sviluppo ed il prepotere che venne acquistando furono agevolati, così come era stato per la sua costituzione, dall’appoggio dei Tedeschi, i quali di quella forza armata intendevano servirsi, e si servirono, per l’attuazione dei loro disegni politici e militari sul territorio italiano invaso. Unità della “Muti” furono, infatti, tenute a disposizione del generale germanico Tensfeld, risiedente in Monza, per operazioni di rastrellamento in Lombardia e Piemonte. Comandante della “Legione” fu l’ex-caporale dell’esercito Francesco Colombo, che assunse poi il grado di colonnello e che ebbe, quale aiutante, il maggiore Bruno De Stefani. Vice comandanti ne divennero Gastone Gorrieri e Ampelio Spadoni, al quale ultimo, già caposquadra della milizia, fu attribuito il grado di tenente colonnello e furono successivamente affidate anche le funzioni di capo della Commissione di disciplina. In seguito il Colombo venne nominato “questore” e lo Spadoni e il De Stefani “vice questori”.

Nel frattempo il ministro Buffarini-Guidi aveva istituito un ufficio di collegamento fra la “Legione” e la questura repubblicana, ed a tale ufficio era stato addetto il vice-commissario di pubblica sicurezza dott. Ferdinando Pepe col suo aiutante, brigadiere Enrico Ferrario. L’ufficio di collegamento avrebbe dovuto svolgere opera di normalizzazione dell’attività di polizia della Muti, ma tale opera esso poté utilmente esplicare soltanto in un primo tempo, mentre in seguito il dott. Pepe, sia perché di carattere pavido, sia perché tenuto in sospetto, fini per farsi assimilare dall’ambiente e non riuscì ad imporsi alla volontà del comandante Colombo e degli altri maggiori esponenti della “Legione”. Non si conosce uno statuto o regolamento interno della “Legione”. Sembra però, a quanto è stato affermato da alcuni fra gli stessi attuali imputati, che statutariamente esistesse un Ufficio politico della “Muti”. È tuttavia certo che nella seconda metà dell’anno 1944 l’ufficio di polizia diretto dal dott. Pepe fu praticamente scisso in due uffici diversi: l’uno rimasto affidato allo stesso dott. Pepe con funzioni di polizia ordinaria, l’altro con funzioni prettamente politiche, affidato all’ex sergente dell’esercito, Alceste Porcelli, che si faceva chiamare “maggiore” ed anche “questore Alceste” ed era coadiuvato da certo dott. Geminiano Venturini e da altri civili. L’ufficio politico avrebbe dovuto avere, per sua stessa natura, compiti soltanto informativi ed investigativi; ma la sua attività sconfinò sempre da tali limiti, e ciò fu causa, oltre che di gravissimi abusi, di continui attriti tra la “Muti” e la questura repubblicana. Alle investigazioni ed alle operazioni di polizia politica era addetta una squadra mobile, che, comandata dal tenente (poi capitano) Arnaldo Asti, divenne, di fatto, lo strumento essenziale di quell’ufficio. Ne facevano parte dieci, undici uomini, alcuni dei quali in permanenza, come i marescialli Cagnoni e Della Vedova, altri temporaneamente come il Fontanesi che era addetto all’archivio, altri infine avvicendati a turno con elementi dei reparti operanti in zona d’impiego. L’ufficio politico aveva la sua sede centrale presso il Comando della legione in via Rovello n. 2, che disponeva di numerosi locali, alcuni dei quali adibiti ad alloggio per gli ufficiali, per il sanitario di servizio, ecc., nonché della caserma con camere di sicurezza e celle d’isolamento al primo e secondo piano; mentre una sezione staccata dello ufficio stesso funzionava presso la caserma Salinas (scuole Schiaparelli) in via Tivoli, ed era diretta dal sedicente “Conte di Toledo” (Carrelli Celestino), per opera precipua del quale, verso la fine del 1944, divennero assai stretti i rapporti della “Muti” col comando SS dell’albergo Regina. Varia ed intensa fu l’attività della “Legione” così nel campo militare come in quello politico. Più oltre saranno prese in esame le risultanze del processo in ordine ai fatti delittuosi pii gravi che formano oggetto di addebiti specificamente contestati ai singoli giudicabili. In via di semplice accenno occorre qui ricordare soltanto che numerosissimi furono gli arresti operati, specialmente dai componenti la squadra mobile addetta all’ufficio politico, nelle persone di antifascisti, patrioti, ebrei, nonché di appartenenti alle S.A.P. ed ai G.A.P. e ad altre formazioni militarmente organizzate del Corpo dei Volontari della Libertà. Agli arresti conseguivano sempre perquisizioni nel domicilio dei catturati o dei loro famigliari e quasi sempre venivano sequestrate le cose loro appartenenti anche se nessuna attinenza avevano con l’attività clandestina che essi svolgevano. Gli arrestati venivano sottoposti a stringenti, ripetuti, e talora massacranti interrogatori per essere costretti a rivelare notizie sulla loro attività, indirizzi di compagni, luoghi di raccolta di armi. Molti venivano duramente percossi e seviziati, specialmente quando si ostinavano a non rispondere o a rispondere in modo evasivo alle domande che venivano loro rivolte. Alcuni venivano indotti o costretti a recarsi, vigilati e seguiti d’appresso, a convegni che avevano con altri, i quali potevano essere, cosi, anch’essi arrestati. Capi e gregari non esitavano a far fuoco su coloro che tentavano di darsi alla fuga. Quando per i loschi fini dell’ufficio politico si decideva di sopprimere taluno fra gli arrestati, questi veniva fatto figurare rimesso in libertà; e pertanto, invece, di notte in periferia o in campagna veniva ivi ucciso ed abbandonato. Molti fra gli inquisiti venivano periodicamente consegnati ai tedeschi per l’invio ai centri di raccolta e per la conseguente deportazione in Germania. Reparti armati della “Legione” eseguivano rastrellamenti militarmente organizzati nelle adiacenze della città o nei paesi vicini per la cattura di patrioti e di partigiani in formazioni armate o isolati. Altri in grande stile ne operavano anche fuori provincia. Si ricordano qui, fra i primi, quelli di Baggio, di Quinto Romano, di Settimo Milanese (dei quali hanno riferito i testi Restelli e don Bollini) e fra gli altri quelli della Valsesia, di Caltignaga e di Balocco (dei quali si dirà ancora in seguito). Non poche furono le uccisioni e fucilazioni di civili e di partigiani eseguite nelle circostanze suddette, e le rappresaglie contro le popolazioni, con depredazioni ed incendi. Fu pure la “Muti” a fornire ai tedeschi gli uomini per il plotone di esecuzione che materialmente consumò l’eccidio dei quindici martiri di Piazzale Loreto. Nei giorni della insurrezione liberatrice il comandante Francesco Colombo, il maggiore De Stefani, il Conte di Toledo, i capitani Beltramini e Venturini ed il brigadiere Ferrario, già aiutante del dott. Pepe, furono fermati e giustiziati dal popolo. Altri vennero raccolti in campi di concentramento e poi tradotti nelle carceri giudiziarie di Milano. Contro questi ed altri superstiti della famigerata “Legione”, nonché nei confronti di certo De Wolf Arnaldo, indiziato di concorso con essi nella cattura di prigionieri inglesi ospitati da partigiani nella zona di Massalengo, Compiuta a questo punto una sottile indagine giuridica sul significato e sull’applicabilità degli art. 51, 54 c 58 C.P.M.G., la Corte conclude nel senso che “di collaborazionismo come reato unico, punibile nel caso con la sanzione suprema, tanto a norma dell’art. 51 quanto dell’art. 54, debbano rispondere tutti quelli fra i suoi componenti (della Muti), che le prove raccolte designeranno quali compartecipi dell’attività sopra detta nelle diverse sue forme, sempre che ricorra nei loro confronti una o più delle suenunciate cause ostative all’applicabilità”. In riguardo poi alle cause “ostative” a cui si fa riferimento, e quindi alla definizione dei concetti di sevizie particolarmente efferate, scopo di lucro e falli di omicidio, la Corte – soffermandosi sui primi due come quelli più bisognosi di una chiarificazione laddove il terzo si spiega da sé in quanto la consumazione dell’omicidio sia riconducibile sotto l’art. 575 C.P. – stabilisce che si deve parlare di particolare efferatezza della sevizia ogni volta che l’agente abbia rivelato un “alto grado di perversità, di brutalità e di raffinata ferocia… nel porla in atto, escogitando c adottando mezzi ed espedienti inumani per impedire alla vittima di reagire o di sottrarsi al tormento, prolungandone o rimandandone i patimenti per fiaccarne la resistenza, terrorizzandone lo spirito con la minaccia di infliggerle sofferenze ancora più gravi”. La Sentenza continua:

l’ufficio del P. M. promosse azione penale emettendo ordini di cattura, Gli arrestati ed i latitanti, ad eccezione di due prosciolti per amnistia, furono, al termine della laboriosa istruzione, tratti in giudizio con citazione diretta avanti questa Corte per rispondere dei reati loro contestati come in epigrafe; ed agli atti del relativo processo furono quindi allegati per connessione anche quelli contro il minore Tangari Luigi, già gregario della stessa “Legione” imputato di partecipazione all’eccidio di un partigiano e quelli contro l’ex partigiano Piantoni Ettore imputato di con-corso, con elementi della “Muti”, nella cattura, mediante delazione, di suoi ex compagni di fede. I famigliari delle vittime di alcuni fra i più gravi delitti attribuiti ai giudicabili, si sono costituiti parti civili in giudizio.

Motivi

A tutti gli imputati già appartenenti alla “Muti” (esclusi pertanto il De Wolf ed il Piantoni, ed escluso anche il Tangari) è contestato, sotto il numero i del decreto di citazione, il reato di collaborazionismo previsto dall’art. 5 del D.L. L. 17 luglio 1944, n. 159 con riferimento a tutte e tre le ipotesi rispettivamente configurate negli art. 51, 54 e 58 del cod. pen. militare di guerra. Gli stessi, inoltre, sono chiamati a rispondere, in con-corso fra loro, dei reati comuni di sequestro di persone, violenza privata e lesioni personali volontarie (numeri, 3 e 4 della rubrica) i quali, per essere connessi con quello principale di collaborazionismo, in rapporto teleologico od occasionale, (art. 45, n. 2 C.P.P.) sarebbero anch’essi esclusi dall’amnistia concessa col decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4 (art. 3) ove risultasse, come afferma l’accusa, che gli imputati, nel commetterli o per commetterli, abbiano adoperato sevizie particolarmente efferate, od abbiano posto in essere fatti di omicidio, ovvero abbiano agito a scopo di lucro.

[…] basterebbe ricordare, ad esempio, quella consistente nel forzato adagiamento della vittima su di uno sgabello, orizzontalmente, afferrata da un lato per i capelli e dall’altro per i piedi, oppure curvata “a ponte”, cioè col busto e la testa rovesciati all’indietro, le gambe piegate in basso e, nell’una o nell’altra di tali posizioni, percossa con pugni, calci, colpi di bastone in ogni parte del corpo; la vittima non poteva difendersi né schermirsi; e, se cadeva, veniva rimessa nella medesima posizione per essere nuovamente e ripetutamente colpita. Di questa forma dì sevizia, subita fra gli altri da Ferrari Dante (verbale di udienza 8° pag. 9), Boerchi Luigi (stesso verbale, pag. 8), Battaglia Augusto (deposizione Boerchi, Ferrari e Folletti in verb. ud. 90, pag. 7 retro), Cicognini Luigi (verb. 28° pag. 4), Furia Natale (stesso verb., pag. 8) e Camagni Carlo (verb. 2.90, pag. 4 retro), esiste persino una impressionante quanto autentica documentazione fotografica in atti (vol. V, pag. 96). Ma di molte altre, non meno atroci e inumane, è risultata la prova nella istruzione e al dibattimento: A Cicognini Luigi, caduto dallo sgabello dove, nella posizione sopra descritta, era stato già brutalmente percosso anche con uno strumento a forma di clava terminante in una palla di piombo, furono pestati con scarpe calzate ì polpastrelli delle mani e conseguentemente spezzate, e in parte divelte, le unghie. Pure con scarpe calzate fu pestato sullo stomaco Furia Natale, dopo essere stato staffilato sulla schiena e sul petto, si da presentare nella parte colpita, una impronta con escrescenze sanguinolente, constatata poi dal compagno di cella Roy Giuseppe (verb. 288, 7). A Calderini Ambrogio (verb. 140, 9) furono strappate con una pinza le unghie del quinto dito dei piedi. Al prof. Brambilla (verb. 130, 4) che in tredici giorni di detenzione alla caserma Salinas, subì una quarantina dì estenuanti interrogatori, vennero praticate due iniezioni di un preparato che egli ritiene fosse scopolamina, perché gli produssero paresi del lato sinistro del corpo e grave obnubilamento della coscienza con perdita completa del senso dell’equilibrio. Iniezioni di sostanza non identificata furono praticate pure ai nominati Furia Natale e Camagni Carlo. Brutali percosse per tutto il corpo, dal viso ai genitali, furono inferte a certo Cortese Italo detenuto nella caserma Salinas (teste prof. Brambilla). Ramponi Eugenio (vol. IV, 305 e verb. 26°, 8) vide un suo compagno di detenzione presso la “Muti”, che camminava a stento, a gambe larghe e non poteva sedersi, avendo riportato la rottura dei tessuti dell’ano.

I mezzi più frequentemente adoperati per le sevizie erano sacchetti di sabbia, nerbi di bue, scudisci e bastoni foderati di cuoio a forma di clava, di dimensioni diverse: l’uso di questi ultimi veniva preannunciato alla vittima con la minaccia che, se si fosse ostinata a tacere, avrebbe sentito la prova della V1 e poi, progressivamente, della V2 e della V3: molti infatti, fra i quali Crabbi Benvenuto (vol. III, 47, 48 e verb. 9°, pag. 8), Boccaletti Umberto (verb. 100, p. 7), Porro Fiorenzo (verb. 28°, p. 4), Maggi Agostino (verb, 28°, p. 10 retro) ne fecero la dura esperienza conservandone i segni in varie parti del corpo. Con uno strumento flessibile e terminante a guisa di martelletto in una sfera metallica grossa come una noce, fu ripetutamente colpito alla fronte, fin quasi a perdere i sensi, Tarantino Dario, pochi giorni dopo assassinato a Bruzzano insieme col compagno Giaume Umberto. Questi, che assisteva a quella sua tortura, ne provò un tale strazio che ad un certo momento, non potendo più resistere, intervenne implorando: “Basta, basta! se no, parlo io!” e solo allora l’atroce sevizia ebbe termine (dep. Lardi Attilio vol. IV, 399 e Pinelli Giuseppe vol. IV, 289, confermate al dibattimento). Altra più atroce tortura era stata però inflitta allo stesso Tarantino, come riferisce il teste Maugeri Giovanni (verb. 26°, p. 6) al quale egli, tornato in cella, mostrò i segni delle percosse ricevute e, fra l’altro, i testicoli gonfi, dicendo che gli erano stati stretti nel cassetto di un tavolo. L’avv. Marco De Meis che, durante la traduzione dal luogo della cattura alla caserma della “Muti” era stato bestialmente colpito all’occhio sinistro da un graduato della scorta con la canna del moschetto in modo così grave da perdere poi completamente da quel lato la vista, non solo venne sottoposto, mentre soffriva atrocemente per quella ferita, ad un interrogatorio durato circa quattro ore, tanto che svenne tre o quattro volte; ma, durante la notte, per maggior tormento, gli fu ripetutamente proiettata, proprio nell’occhio offeso, la luce abbagliante di una forte lampada elettrica, e gli fu, inoltre, impedito il sonno con un altoparlante collegato con un apparecchio radio e posto nella sua cella (verb. 260, pag. 23). Grossi batuffoli di cotone imbevuti in un liquido che sembrava acqua sporca, oppure maschere impregnate di una sostanza emanante un odore acre, venivano ripetuta

 

[…]

 

VIII) Dai primi giorni del dicembre 1944 si trovava detenuto nelle camere di sicurezza della Muti in Milano, Piantoni Giuseppe, capo G.A.P. del settore Venezia il quale, soggiogato dall’ambiente, fini per mettersi a disposizione dell’Ufficio Politico prestandosi a far delazione e a tendere tranelli tendenti ad agevolare od a provocare l’arresto di persone appartenenti alla stessa organizza-zione di cui aveva fatto parte. Egli si recava sul posto dove, in precedenza, aveva fissato appuntamento con la persona ricercata e, non appena questa giungeva, gli uomini della Muti, in agguato nelle vicinanze, procedevano alla sua cattura. Numerose persone poterono, cosi, essere arrestate fra le quali il maggiore dell’aeronautica Mazza Francesco, consulente militare del C.V.L., e il suo dipendente Cenacchi Enea che vennero catturati il 9 dicembre fra le 9,3o e le io nella zona S. Babila; e cosi avrebbe dovuto avvenire nel medesimo giorno per Sergio Kasman (alias Bonomelli Enrico, detto anche Marco), capo di stato maggiore del C.V.L. e comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà” per Milano e provincia. In quel giorno infatti il Piantoni avrebbe dovuto incontrarsi con lui in piazza Lavater, nei pressi della edicola dei giornali, e, all’ora stabilita, fu accompagnato sul posto dal Porcelli e dal sergente Cagnoni con una macchina che fu fatta sostare nelle adiacenze. Nel momento stesso in cui il Kasman giungeva all’appuntamento e porgeva la mano al Piantoni, il Porcelli e il Cagnoni che fino allora si erano tenuti nascosti in quei pressi, gli si avvicinarono e, premendolo con le pistole alle reni, lo costrinsero ad avviarsi verso il luogo dove sostava la macchina. Senonché, giunto quasi a metà della piazza il Kasman tentò, o quanto meno fece l’atto di darsi alla fuga; ma immediatamente, e cosi a distanza brevissima, alcuni colpi d’arma da fuoco furono sparati contro di lui ed egli cadde mortalmente ferito. Trasportato morente dallo stesso Porcelli, con un mezzo di fortuna, alla vicina guardia medica di Porta Venezia, il Kasman spirò quasi subito ed il sanitario di servizio, dott. Cesare Bussolati, constatò che la morte era stata causata da una sola ferita d’arma da fuoco con foro d’ingresso del proiettile nella regione toracica infero -posteriore e foro d’uscita alla regione toracica anteriore destra.

Quali correi dell’omicidio vengono dall’accusa indicati il Porcelli, il Cagnoni ed il Piantoni. Va subito rilevato però che le risultanze del processo hanno escluso la responsabilità di quest’ultimo come compartecipe alla esecuzione di tale delitto: l’evento si potrebbe collegare in rapporto causale con la sua condotta se fosse provato che fu lui a volere l’arresto del Kasman; giacché in questa ipotesi egli, come delatore, dovrebbe rispondere, a norma dell’art. 116 C.P., del reato commesso dai concorrenti, sebbene diverso e più grave rispetto a quello da lui voluto. Ma, per deposizione del teste Moretti Giovan Battista, pienamente attendibile per la sua qualità di commissario di zona del C.V.L., già in diretto contatto col Kasman, è rimasto accertato che egli aveva fatto, invece, tutto quanto era in lui per evitare che questi fosse arrestato. In un colloquio avuto 1’8 dicembre con la sua convivente Passera Maria aveva infatti incaricato costei di mandare il figlio da “Marco”, nella casa del Moretti dove egli si nascondeva, per avvertirlo che non si recasse all’appuntamento preso con lui per le ore dieci del 9 dicembre stesso. La Passera esegui puntualmente l’incarico, ma il mattino del 9, verso le 8, il ragazzo si recò nell’abitazione del Moretti e chiese di parlare con “Marco”; il Moretti, diffidando di lui, negò che questi fosse ospite suo ed il ragazzo, per prudenza, si astenne dal palesare il motivo della sua visita; cosi che fatalmente, ignaro della sorte che lo attendeva, il Kasman cadde nell’imboscata che gli era stata tesa dall’ufficio politico della Muti senza che il Piantoni potesse fare altro per scongiurarne le tragiche conseguenze. Pienamente provata deve ritenersi invece la responsabilità del Porcelli e del Cagnoni quali correi nella cattura ed uccisione del Kasman. La teste Vanini, unica presente al fatto, pur avendo avuto l’impressione che il Kasman fosse stato colpito alle spalle, afferma di aver notato che egli, pochi istanti prima di cadere, non correva ma camminava e, obbedendo a qualcuno che intimava “in alto le mani” aveva levato le braccia in segno di resa. Tuttavia la versione data del fatto dal Piantoni e dallo stesso Porcelli, che quegli avesse tentato la fuga, appare più attendibile, non potendosi logicamente ammettere che il Porcelli ed il Cagnoni, recatisi sul posto col preordinato proposito di trarlo in arresto per indurlo, poi, – secondo il metodo costantemente adottato dalla Muti – a rivelare notizie di particolare interesse per l’ufficio politico sull’attività dell’organizzazione della quale era capo, abbiano invece deciso di sopprimerlo sul posto senza che egli, comunque, avesse mostrato di volersi sottrarre e di sfuggite all’arresto. Ad ogni modo è a ritenere per certo, sebbene il Porcelli al dibattimento lo abbia negato, in contrasto con le dichiarazioni del Piantoni o con le ripetute prece-denti sue confessioni, che tutti e due gli imputati diressero le loro armi e fecero fuoco contro di lui, mentre volgeva loro le spalle, e a così breve distanza che una pallottola, raggiuntolo in pieno, gli passò da parte a parte il torace provocandone – come si è detto – la morte quasi immediata. Entrambi pertanto, concorsero con la loro azione simultanea, volontaria e cosciente, a determinare l’evento; e indubbiamente agirono a fine di uccidere, avendo usato mezzi e profittato di circostanze idonee a cagionargli la morte. L’interesse che avrebbero avuto di interrogarlo era ormai venuto meno per ceder luogo al dispetto di vedersi sfuggire la preda e quindi all’istintivo impulso bestiale di fermarla uccidendola. Ma con altrettanta certezza è dato anche affermare che il Kasman sia stato mortalmente ferito proprio e soltanto da un colpo sparato dall’imputato Porcelli. Esplicite e circostanziate sono al riguardo le ripetute sue confessioni di cui sopra si è fatto cenno. Risulta infatti dalla testimonianza resa in istruttoria, e confermata in giudizio, del dr. Cesare Bussolati della guardia medica di porta Venezia che, da lui interrogato sulle circostanze del fatto, il Porcelli – alludendo al morente – rispose cinicamente: “L’ho accoppato io”; soggiunse quindi che desiderava vedere dove lo avesse colpito, ed osservata la ferita esclamò: “L’ho colpito bene”. Estrasse poi la pistola mostrandola al teste, e questi notò che era un’arma automatica piuttosto grossa e con canna lunga. Precisò infine che il Kasman era stato da lui fermato in quei pressi e che, avendo tentato di fuggire, egli aveva estratto quell’arma e sparato, freddandolo. Il teste osservò che avrebbe potuto sparargli alle gambe, al che l’altro rispose: “Ma che alle gambe, si tira direttamente”.

La teste Steiner Kitta cui, durante il periodo della dominazione nazifascista, era stato affidato dal C.L.N. clandestino il compito di intercettare tutte le comunica-zioni telefoniche provenienti dalla Muti o a queste dirette, ricorda che l’11 dicembre 1944, e cioè due giorni dopo l’uccisione del Kasman, ascoltando dal suo apparecchio presso la Stipel una conversazione del Porcelli con persona di sua fiducia, la quale gli domandava se vi fosse nulla di nuovo, senti il Porcelli rispondere: “Le cose vanno bene, l’altro ieri ho fatto un colpo grosso, ho eliminato uno dei pezzi grossi di quei fetenti”.

Dopo l’insurrezione, tradotti dalle carceri di Como a quelle di Milano, il Porcelli, in presenza di Signorelli Giuseppe, di Bigatti Franco, di Volpe Gioachino e di Fregoni Giuseppe, confermò nuovamente di essere stato lui ad uccidere il Kasman. Vero è che, a quanto ricorda il Fregoni, egli fin da allora spiegò, come ha confermato al dibatti-mento, che il Kasman per tentare la fuga gli aveva dato una spinta e lo aveva fatto cadere a terra; ma allora egli confessò che da terra, per rabbia gli aveva sparato in aria. La circostanza della spinta e della caduta del Porcelli, e però smentita dal Piantoni oltre che dal teste Venini; ed anche se fosse vera non escluderebbe che il Porcelli abbia potuto sparare e colpire il Kasman da terra; giacché per testimonianza già riferita dal dr. Bussolati risultò che il Kasman fu mortalmente ferito da un colpo d’arma da fuoco diretto obliquamente dal basso in alto e da sinistra a destra, come si rileva dalla rispettiva posizione del foro di entrata e di quello di uscita della pallottola.

Secondo l’imputazione il Kasman sarebbe stato ucciso a scopo di lucro perché quando fu fermato presso l’edicola di piazza, Lavater recava seco una borsa di cuoio che il Porcelli poteva ritenere contenente denaro affidatogli dal comando del C.V.L. Si tratta, però, di una ipotesi non avvalorata da alcun elemento di prova ed anzi contrastata da tutte le surriferite circostanze dalle quali appare, invece, come si è detto, che il Porcelli ed il Cagnoni spararono sul Kasman per impedire, uccidendolo, che si desse alla fuga. È appena il caso di aggiungere che l’attività collaborazionistica nella quale si inserisce il fatto di omicidio si concreta in un aiuto portato dal Porcelli e dal Cagnoni al nemico per favorire le sue operazioni militari, giacché il Kasman aveva un posto di comando in una organizzazione militare operante sul fronte della resistenza contro il tedesco invasore. E tale attività rientra, pertanto, nella previsione dell’art. 51 del C. P. M. G.

[…]

  1. X) 24 gennaio 1945 furono arrestati dagli attuali imputati Asti, Della Vedova e Cagnoni, in un appartamento dello stabile sito in via Goldoni 86 di questa città, i patrioti Tarantino Dante (Massimo), Giaume Umberto (prof. Jarri), Cantú Maria e De Wolf Arnaldo (Matteo), successivamente anch’esso imputato in questo processo. Il giorno seguente, 25 gennaio, nel medesimo alloggio, dagli stessi appartenenti alla squadra mobile dell’ufficio politico della Muti, venne tratto in arresto anche il patriota Finzi Angelo (Vito) il quale, ignaro dell’avvenuta cattura dei compagni, sì era colà recato per consegnare al Tarantino documenti e denaro interessanti il movimento della resistenza. Tutti gli arrestati esplicavano attività clandestina preminente, essendo il Tarantino capo dell’ufficio espatrio prigionieri alleati ed ufficiale di collegamento con i parti-giani ed altri combattenti, il Giaume comandante del G.A.P. alle dipendenze del Capo di stato maggiore delle formazioni “Giustizia e Libertà”, il Finzi addetto al servizio informazioni del C.V.L., il De Wolf segretario di Tarantino, e la Cantú collaboratrice dei predetti. Al Finzi venne sequestrata all’atto dell’arresto la somma di lire 620.000; agli altri arrestati, in seguito a perquisizione effettuata dal Della Vedova nello stabile di via Goldoni, fu sequestrata una cassetta contenente, fra l’altro, documenti della F.I.R.I. (Fronte Italiano Resistenza Interna) numerose ricevute di consegne di prigionieri alleati alle guide che avevano materialmente agevolato l’espatrio degli stessi e la somma di oltre un milione e lire zoo mila destinate al movimento clandestino. Alla Cantú inoltre, all’atto dell’arresto, vennero sequestrate una valigia di cuoio ed una macchina dattilografica, una borsetta contenente, fra l’altro, l’assegno 036568 per lire 50 mila, emesso da certo Giacomazzi Turiddu sul Banco di Napoli, in data 25 gennaio 1945 e girato a Cantú Ambrogina, sorella della Maria. Condotti alla caserma della Muti in via Rovello e messi a disposizione dell’ufficio politico, gli arrestati furono sottoposti ad interrogatori, alcuni dei quali violenti, specialmente quelli nei confronti del Tarantino e del Finzi, ai quali vennero inflitte sevizie e bestiali percosse. Nella notte dal 27 al 28 gennaio 1945 il Tarantino ed il Giaume, e nella notte dal 2 al 3 febbraio seguente il Finzi e la Cantú, condotti in automobile alla periferia di Milano, vennero uccisi con numerosi colpi d’arma da fuoco, rispettivamente in località di Bruzzano e di Quinto Romano. I cadaveri degli uccisi (quelli di Tarantino, Giaume e Finzi, attribuiti rispettivamente a Montella Antenore, Polenghi Rinaldo e Silvestri Angelo, in base alle carte d’identità false dagli stessi possedute, e quello della Cantú, sprovvisto di documenti), furono, all’indomani del fatto, rinvenuti da passanti e trasportati all’obitorio di Milano, ove furono successivamente riconosciuti da parenti ed amici. Nei registri dì entrata ed uscita degli arrestati politici custoditi nella caserma della Legione dal carceriere Forino, gli uccisi, in base a falsi ordini di scarcerazione compilati dall’ufficio politico, furono fatti figurare come rimessi in libertà. Ai parenti ed alle altre persone che richiedevano notizie degli scomparsi presso lo stesso ufficio politico o presso altri uffici della legione, venne sempre riferito che tutti erano stati inviati in campi di concentramento in Germania. L’efferato delitto viene attribuito a titolo di omicidio volontario premeditato a scopo di lucro agli imputati Porcelli, Asti, Della Vedova e Cagnoni col defunto Venturini Geminiano, collaboratore Cagnoni primo. Il Porcelli e l’Asti, presenti al processo, hanno negato l’addebito, asserendo il primo che della posizione degli arrestati si era occupato soltanto il Venturini, il quale aveva a lui riferito genericamente dell’operazione e della cassetta di sequestro; insistendo l’altro nell’affermare di avere unicamente partecipato all’arresto del Tarantino, dei suoi compagni e del suo segretario De Wolf. Ma le giustificazioni degli imputati sono state smentite dalle risultanze processuali. Il De Wolf ha riferito che, subito dopo la scomparsa dei suoi compagni, si era diffusa nell’ambiente della Muti la voce che questi erano stati uccisi e che autori dell’eccidio erano stati Asti, Cagnoni e Della Vedova. Lo stesso De Wolf ha soggiunto di aver saputo che sarebbe stata intenzione dei predetti di sopprimere anche lui, sebbene il Porcelli avesse deciso di risparmiarlo. Il teste Magnani Angelo ha precisato a sua volta di aver appreso dal milite di guardia alle celle nella sera del 27 gennaio, che il Tarantino e il Giaume, suoi compagni di cella, erano stati prelevati e portati fuori con una macchina verso le ore 21,3o da Asti, Della Vedova e Cagnoni, dopo dì che non avevano più fatto ritorno. I testi Benuzzi Valerio e Bazzi Fausto, hanno dichiarato infine di avere appreso, per confidenze loro fatte dal sedicente Conte di Toledo, già capo dell’ufficio politico speciale della Muti (caserma Solinas) che era stato il Porcelli a volere che il Tarantino Dario e compagni di lui fossero soppressi per potere, con i suoi complici, appropriarsi del denaro loro sequestrato. Vero è che il teste Benuzzi ha accennato ad una certa rivalità esistente fra il Conte di Toledo ed il Porcelli; ma, a parte il riflesso che quella rivalità, dovuta più che altro all’ambizione di primeggiare ond’erano entrambi animati senza che – a quanto risulta – veri e propri motivi di rancore li dividessero, non varrebbe a far presumere la calunniosità dell’accusa, va rilevato che la partecipazione del Porcelli al delitto risulta anche da altri elementi di prova: È chiaro, anzitutto, che se egli, malgrado l’opposizione di Asti, Della Vedova, Cagnoni e Venturini, volle risparmiare al De Wolf la sorte riservata al Tarantino e compagni (verosimilmente perché si proponeva di giovarsi di lui per la cattura di prigionieri alleati effettuata infatti – come si dirà oltre – col suo personale concorso) doveva senza dubbio aver deciso, d’accordo con i predetti, la soppressione di tutti gli altri arrestati. Di ciò, d’altronde, si ha sicura conferma dalla deposizione del teste Pivelli Giuseppe il quale ha riferito di avere appreso dal Vice Commissario Pepe, addetto all’ufficio di polizia della Muti, che della “pratica Tarantino e compagni” si era occupato personalmente proprio il Porcelli, come dirigente dell’ufficio politico a disposizione del quale gli arrestati erano stati messi subito dopo la loro cattura. E che se ne fosse effettivamente ingerito, si desume anche dal fatto sopra accennato che, con l’aiuto del De Wolf egli poté organizzare, dirigere e portare a compimento (con le modalità che saranno riferite a suo tempo) l’operazione per la cattura dei prigionieri inglesi nella zona di Massalengo, in quanto era in possesso dei documenti contenuti nella cassetta sequestrata dal Della Vedova nell’appartamento di via Goldoni. La cassetta fu sempre a disposizione del Porcelli, tanto che nelle sue mani la vide il teste Fabrizioli Amerigo, arrestato il 24 gennaio e da lui, poscia, interrogato nell’ufficio politico della Muti; né può dubitarsi che fosse quella di cui si tratta, giacché egli l’apri in presenza del Fabrizioli per contestargli l’appartenenza al F.I.R.I., già contestata pure al Tarantino e compagni in base alla circo-stanza che un esemplare dello statuto di quella organizza-zione era stato trovato, appunto, nella cassetta in sequestro. Altro elemento di prova del legame che univa il Por-celli e tutti gli altri compartecipi della losca impresa delittuosa, si desume dalle notizie contenute nei bollettini n. 53 e 58 del C.V.L., nelle rispettive date 13 e 16 marzo 1945, fornite all’avv. Francesco Labaini (Racul), che le raccolse dal cappellano della Muti Don Nazzareno e da questi confermate anche nelle risposte date, dopo la liberazione, al questionario propostogli dal C.L.N. per l’Alta Italia. Da quelle notizie si apprende infatti che il nucleo responsabile dell’eccidio Tarantino era composto come segue: Magg. Alceste Porcelli, capit. Asti, ten. Venturini, maresc. Cagnoni, maresc. Della Vedova. Decisiva, in particolare nei confronti dell’Asti, e di riflesso nei confronti degli altri imputati, è infine la prova documentale scaturente dal ricordato assegno bancario della Cantú, indubbiamente venuto in possesso di lui come parte della sua quota nella divisione dell’ingente bottino che i compagni dell’ufficio politico della Muti ricavarono dal delitto. A sua discolpa egli asserisce che l’assegno gli fu dato da Venturini perché glielo cambiasse in denaro contante. Ma tale assunto trova piena smentita nelle emergenze dibattimentali, essendo risultato che esso assegno fu consegnato dall’Asti al cognato suo Bertolini Giuseppe; che previa abrasione del nominativo della girataria Cantú Ambrogina, venne versato sul c.c. di esso Bertolini e che fu quindi riscosso (in parte) il 6 febbraio 1945, cioè pochi giorni dopo il delitto, da Fumagalli Edoardo, socio del Bertolini, il quale vi appose la propria firma sia nello spazio originariamente occupato dal nominativo abraso della Cantú, sia dopo la sottoscrizione del girante Giacomazzi Turiddu. Ritiene peraltro la Corte che, proprio in vista dell’illecito lucro in effetti poi ricavato con la ripartizione del vistoso bottino, oltreché nell’intento collaborazionistico di stroncare l’attività clandestina dei patrioti arrestati, il Porcelli, l’Asti, il Della Vedova, il Cagnoni e il Venturini si siano determinati al delitto. A tale convincimento inducono non soltanto i già rilevati elementi di prova desunti dalla deposizione dei testi Benuzzi e Bassi, ma anche il riflesso che gli arrestati, se rimasti in vita, avrebbero potuto porre con i loro reclami l’ufficio politico della Muti nella necessità di rendere conto della somma in sequestro, mentre era volontà ferma e decisa dei componenti di quell’ufficio di appropriarsene impunemente. Essi infatti – come si apprende dalla dichiarazione del teste Magnani confermata al dibattimento – tentarono di tener nascosto agli stessi arrestati l’avvenuto rinvenimento della preziosa cassetta, rispondendo falsamente al Giaume, che ne chiedeva conto, di non averla trovata. Correlativa alla prova del movente di lucro è quella della premeditazione del delitto da parte di tutti coloro che direttamente o indirettamente concorsero a preordinarlo ed a consumarlo, ma in particolare la premeditazione risulta dalle modalità stesse dell’eccidio perpetrato in due tempi, in località solitaria della periferia, nella oscurità della notte, dopo avere avuto cura di fare apparire – con false annotazioni sui registri della caserma – che le vittime designate ne uscivano per essere restituite alla libertà. Appena è il caso di rilevare, da ultimo, come anche qui l’omicidio premeditato a scopo di lucro venga ad inserirsi come episodio culminante in quella forma di attività collaborazionistica che si concreta in un vero e proprio aiuto militare al nemico, punibile a norma dell’art. 51 C.P.M.G., perché inteso alla cattura ed alla soppressione di elementi operanti in formazioni militarmente organizzate dal C.V.L., per la resistenza antifascista e antinazista.

 

[…]

XXV) Fin dall’ottobre 1943 l’ebreo Víto Virgilio, industriale di Milano e proprietario di una villetta in territorio di Asso, per sottrarsi a persecuzioni razziali si era rifugiato in Isvizzera dopo avere simulatamente alienato quello stabile a certo Scotti, e dopo aver fatto murare nel vano di una scaletta comunicante con la cucina un grosso recipiente in cui aveva riposta tutta l’argenteria, nonché una cassetta contenente oro e gioie che, però, in occasione di una sua successiva gita in Asso, aveva prelevato dal nascondiglio per portarla seco in Isvizzera. Di ciò erano informati soltanto il capomastro che aveva eseguito il lavoro di muratura, il fratello ed il figlio che lo avevano aiutato ed il vecchio custode della villa, Pina Abele. Ne era ignaro, invece, l’amico suo dr. Jonna Guglielmo che, per suo desiderio, aveva in sua assenza preso alloggio in uno degli appartamenti della villa stessa per evitare che fosse occupata da estranei.

Il mattino del 12 ottobre 1944 giunsero sul luogo da Milano, a bordo di un’automobile, il vice commissario dr. Pepe dell’ufficio di polizia della Muti, il suo aiutante, brigadiere Ferrario, e sei militi. Il dr. Pepe, chiesta la presenza del dott. Donna, indicò al custode di indicargli dove fossero nascosti i valori suddetti, dicendo di doverne eseguire il sequestro, e sebbene il Pinna protestasse di non saperlo e il dr. Jonna tentasse di dissuadere il commissario dall’esigere la immediata esecuzione dell’ordine dato, questi mostrando di essere sicuro dell’esistenza di quel nascondiglio, fece demolire una parte della scala, ma senza risultato. Il Ferrario disse allora al Pinna, in presenza del Pepe, che sarebbe tornato dopo avere raccolto a Milano più precise indicazioni sul luogo nel quale erano nascosti i valori da sequestrare. Nel tardo pomeriggio del medesimo giorno tornò, infatti, il Ferrario con più numerosa scorta dì militi, su due macchine, ma senza il suo superiore dr. Pepe. Furono riprese le ricerche, questa volta proprio nel vano murato della scaletta ed ivi fu rinvenuto il recipiente con dentro tanti pezzi di argenteria per un peso approssimativo (a dire del dott. Jonna) di oltre un quintale. Il Ferrario volle poi sapere se altri valori fossero nascosti nella villa; e con i suoi militi si portò nel solaio aprendo casse e bauli e facendo man bassa di tutto quanto contenevano di biancheria, stoviglie ed altro. Il saccheggio durò per tutta la notte. All’indomani mattina giunse alla villa anche il maresciallo comandante il locale distaccamento della G.N.R. che, informato della cosa, volle farsi anche la sua parte di biancheria e di stoviglie. Infine tutto il bottino fu caricato sulle due macchine per essere trasportato a Milano. Il dr. Jonna, che avrebbe dovuto recarsi egli pure in città, pensò di profittare di uno di quegli automezzi; ma vi rinunciò quando gli fu riferito dalla persona di servizio che uno dei militi diceva agli altri: “Se viene con noi barbetta. (egli infatti porta la barba a pizzo) lo buttiamo nel lago”. Egli fece tuttavia osservare al Ferrario che sarebbe stato giusto redigere un verbale con l’inventario di quanto veniva asportato, ma il Ferrario in tono che non ammetteva repliche gli rispose: “non si usa più”. Dell’addebito mossogli su questo fatto, lettera a del capo d’imputazione, parte speciale, il dr. Pepe si è difeso affermando che sul posto egli fu mandato dal comandante Colombo al quale la segnalazione dei valori nascosti era stata fatta dal figlio del capomastro che a suo tempo aveva eseguito i Lavori di muratura del nascondiglio; che le ricerche da lui fatte con esito negativo furono poi proseguite dal brigadiere Ferrario, che di sua iniziativa era ritornato ad Asso con alcuni militi, e (a quanto gli disse lo stesso Ferrario) anche col capitano Asti, trovando ed asportando tutta l’argenteria. All’indomani mattina, infatti, egli trovò depositati nel suo ufficio tanti pezzi d’argento (posateria, vasellame ed altro) che fece stimare dall’orefice Verga, accertandone il peso complessivo in 25-30 kg. che in parte, per 4 o 5 kg. a richiesta del cappellano don Morigi, furono trasformati in arredi sacri per l’altare della legione. Il Pepe ha dichiarato, inoltre, di avere riferito il fatto alla Questura di Milano, a quella di Corno, al Ministero dell’Interno e di essere dopo circa un mese tornato sul posto per una inchiesta ordinata dallo stesso ministero accertando che l’argenteria portata dal Ferrario alla sede della Muti era soltanto una parte di quella che il sig. Vito teneva riposta nel nascondiglio; e che altri oggetti a lui appartenenti erano stati asportati dal maresciallo della G.N.R. di Asso e da altro maresciallo della squadra Finizio. La Corte è però di avviso che l’assunto difensivo del Pepe non valga a giustificare completamente la sua condotta. É da ritenere, infatti, che il brigadiere Ferrario non possa essere tornato ad Asso per continuare le ricerche iniziate dal suo superiore, senza un previo accordo con lui: se avesse avuto intenzione di tornarvi a sua insaputa, non avrebbe detto al Pinna, in presenza di lui, che si riservava dì raccogliere a Milano più precise indicazioni sulla ubicazione del nascondiglio, e non sarebbe tornato con una scorta di militi dei quali solo il suo superiore poteva autorizzarlo a disporre.

D’altronde, lo stesso Pepe, nel suo rapporto del 25 dicembre 1944 (allegato al 250 verbale di udienza) scriveva di non essere tornato ad Asso col brigadiere Ferrarlo, non perché non sapesse che questi si proponeva di proseguire le ricerche, ma perché impegnato a Milano nel disbrigo di altre pratiche urgenti e perché non sicuro che quelle ulteriori ricerche avrebbero potuto avere esito positivo. E’ tuttavia possibile che a sua insaputa una parte dell’argenteria sequestrata nella villa di Asso sia stata sottratta dai militi del Ferrario durante il trasporto a Milano, se è vero che egli apprese soltanto in seguito che il quantitativo di quella trovata all’indomani nel suo ufficio era inferiore a quello rinvenuto nel nascondiglio. Ma sta in fatto che, quando lo seppe, il Pepe, non solo si astenne dal denunziare il Ferrario come responsabile di sottrazione, quanto meno per trascurata vigilanza sui suoi dipendenti, ma si studiò di far apparire meno ingente l’ammanco inducendo il custode Pinna Abete a firmare una dichiarazione nella quale l’argenteria tolta dal ripostiglio dove il Vito l’aveva nascosta era indicata in un quantitativo molto inferiore a quello che ivi era stato effettivamente rinvenuto. Manca, invece, del tutto la prova che il Pepe, pur avendo indebitamente consentito che una parte dell’argenteria in sequestro fosse messa a disposizione del cappellano per essere trasformata in arredi sacri per l’altare della legione, abbia tratto personale profitto dall’altra; e perciò deve escludersi che egli abbia agito a scopo di lucro. Ma non può negarsi che, partecipando al sequestro operato ai fini di persecuzione razziale in danno del Vito, sia concorso a porre in essere un atto di collaborazionismo politico e nel tempo stesso abbia dimostrato scorrettezza e mancanza assoluta di scrupolo nell’esercizio delle mansioni di controllo che, come funzionario di ruolo della pubblica sicurezza, avrebbe dovuto esplicare sull’attività della Muti. Al sequestro in danno dell’ebreo Vito avrebbe partecipato – secondo l’accusa – l’attuale imputato Asti (lettera b della parte speciale del capo di imputazione formulato nei suoi confronti); ma del suo intervento nell’operazione, alla quale egli protesta di essere rimasto del tutto estraneo, nessuno dei testi escussi è stato in grado di fornire notizie; e lo stesso dr. Pepe, nel suo rapporto già ricordato, si limita a riferire di avere saputo che, dopo il sequestro, egli con altri si sarebbe recato presso la villa del Vito in Asso con l’incarico, avuto dal comando della legione, di accertare se fosse vero – come si vociferava – che altri ingenti valori vi fossero ancora nascosti.

[…]

 

XXIX) Nel settembre 1943, l’avv. Giorgio Jarach, ebreo residente in Milano, per sottrarsi a provvedimenti razziali e all’oppressione nazifascista dovette abbandonare l’Italia e rifugiarsi in Isvizzera. In tale contingenza egli fece figurare cessionaria dì tutte le proprie cose la signorina Scotti, sua segretaria di studio, incaricandola di averne cura, ed essa – dopo averle spostate da un luogo ad un altro per evitarne l’eventuale sequestro – le fece depositare, in parte, per suggerimento di certo Perusi, nella casa di tal Ferrario Emilio in via Padova n. S. Si trattava di alcuni mobili di stile di rilevante valore, di numerosi quadri d’autore, di tappeti pregiati, di lampadari, coperte di seta e di lana, casse di biancheria, indumenti, porcellane, ceramiche, cristallerie, stoviglie ed altro, del complessivo valore dichiarato di circa quattro milioni di lire italiane. Senonché fra il 20 ed il 23 dicembre 1944 l’appartamento del Ferrario fu perquisito da alcuni elementi della Muti, che sequestrarono e asportarono ogni cosa.  Nel denunciare quanto sopra, con esposto pervenuto all’ufficio del P.M. dopo la richiesta di decreto di citazione, l’avv. Jarach ha riferito pure di aver saputo che, subito dopo la liberazione, alcuni dei mobili di sua proprietà occultati in casa del Ferrario, e precisamente un mobiletto ed un tavolo di stile Luigi XIV color marrone e oro con figurine dipinte e con mobile Boule nero con intarsi rosso e oro in legno e metallo, erano stati rinvenuti nei locali della caserma di via Rovello già occupati dal vice comandante Spadoni, mentre nulla era stato più ritrovato delle altre cose sopra indicate. Sentito al dibattimento, egli ha aggiunto di avere appreso dalla signorina Scotti che, alla vigilia del suddetto sequestro, essa aveva trovato il Ferrati nel suo appartamento di via Padova, in colloquio con un milite della Muti il quale aveva poi riferito all’avv. Ferreri che il sequestro era stato eseguito per ordine del vice commissario dr. Pepe dell’ufficio di polizia della Muti. A sua volta il Ferrario ha deposto che alla vigilia del sequestro il suo conoscente Perusi era stato fermato dalla G.N.R. di via Fiamma sotto l’accusa di aver ricettato, occultandole in casa di esso Ferrario, cose provenienti da furto in danno di ebrei di Bergamo; che alla sera tre militi della Muti, entrati nell’appartamento, avevano aperto alcune casse contenenti oggetti di proprietà dell’avv. Jarach asportandoli in parte; che all’indomani era venuto da lui anche il dr. Pepe, aveva esaminato alcuni dei quadri d’autore asportandone due raffiguranti rispettivamente “testa di vecchio con barba” e “un paesaggio”, mentre altri erano stati portati via dai militi che lo accompagnavano; e che alcuni giorni. dopo la Muti aveva mandato a ritirare, caricandoli su dì un camion, i mobili e quant’altro di proprietà dello Jarach si trovava ancora nell’appartamento. Alle contestazioni fattegli l’imputato Pepe ha risposto ammettendo di aver proceduto soltanto ad un sopraluogo nell’abitazione del Ferrario, in seguito a segnalazione fattagli da lui stesso circa l’esistenza in quei locali di cose appartenenti ad ebrei; ha spiegato, però, dì avere ciò fatto per ordine del comandante Colombo senza più ingerirsi della faccenda e ha negato di avere asportato alcune delle cose colà rinvenute. In realtà l’accusa mossa a lui al riguardo dal Ferrati è risultata priva di fondamento, sia perché sul comportamento ambiguo di quel teste nella vicenda sono stati elevati gravi sospetti dallo stesso denunciante avv. Jarach e dall’avv. Ferreri; il quale ha riferito anche di una cospicua offerta ‘di indennizzo da lui fatta alla signorina Scotti per risarcirla del danno cagionatole con la segnalazione alla Muti della esistenza in casa sua delle cose poi sequestrate, sia perché l’avv. Jarach ha escluso in modo assoluto che fra i quadri di sua proprietà depositati dalla Scotti in casa del Ferrario vi fosse quello raffigurante un “vecchio con barba” del quale – a dire di esso Ferrario – si sarebbe appropriato il Pepe. Quanto alla circostanza che alcuni dei mobili artistici dell’avv. Jarach sequestrati dalla Muti in casa del Ferrario sarebbero stati trovati nei locali occupati ín caserma dal vice comandante Spadoni, nulla dì concreto è risultato al dibattimento. Questi, anzi, non solo ha negato di essersi mai impossessato e di aver comunque fatto uso dei mobili di cui trattasi; ma ha prodotto copia della fattura a 6 luglio 1944 dalla quale risulta che il suo alloggio in caserma era arredato con mobili tutti stile novecento, appositamente acquistati ed ivi descritti

[…]


Tutti, ad eccezione del De Wolf Arnaldo:

1) del delitto di cui agli art. 81, 110,112 n,.1 C.P., 5 D.L.L. 27.7.1944, n.159, 1 D.L.L. 22.4.1945, n.142 51, 54 e 58 C.P.M.G. per avere – posteriormente all’8 settembre 1943 e in Milano ed in altre località dell’Italia settentrionale, in concorso tra di loro e con i defunti Colombo Francesco (Comandante), De Stefani Bruno (Aiutante Maggiore), Venturini Geminiano, Beltramini Azeglio, nonché altri non identificati, in gruppi quasi mai inferiori a cinque persone, quali facenti parte del Comando o di organismi subordinati in seno alla cosidetta Legione Autonoma Ettore Muti, espressamente costituita per la repressione del Movimento della Resistenza Patriottica e in parte, almeno formalmente, anche per il mantenimento di un asserito ordine pubblico da effettuarsi mediante operazioni di polizia giudiziaria (le quali furono invece dirette al compimento di perquisizioni, sequestri ed arresti arbitrari a scopo di lucro personale dei componenti la “Legione” e principalmente dei suoi esponenti o dei più intraprendenti che talvolta operavano isolatamente come organizzazione “autonoma”, talvolta col con-corso di forze militari del cosidetto esercito repubblicano fascista e sovente col concorso delle SS tedesche), – tradite La fedeltà e la difesa militare dello Stato, strettamente collaborando col tedesco invasore che nella “Legione” identificava uno dei principali strumenti per mimetizzare la propria attività criminosa, e con esso mantenendo rapporti di intima intelligenza onde favorirlo nei suoi disegni politici e prestargli aiuto ed assistenza nelle operazioni militari; consegnando allo stesso, come da precisi accordi intercorsi, e a discrezione, numerosissimi arrestati politici oppure cittadini che non aderissero alle richieste criminose fatte dai suoi componenti e mascherate col movente politico; istituendo forme di propaganda navi-fascista anche a mezzo di propri giornali; attuando numerosi rastrellamenti antipartigiani o di pacifici cittadini e causando o direttamente eseguendo saccheggi cd incendi, massacri od uccisioni isolate di numerose persone, o la deportazione in campi di concentramento tedeschi o l’incorporamento nei cosidetti battaglioni RR (Ricostruzione Redenzione), nonché commettendo quegli ulteriori fatti, come appresso rubricati,

2) del reato di cui agli art. 81, 110, 112, 605 I° – comma C. P.  per avere, nelle stesse circostanze di tempo, di luogo e di persona, privato della libertà personale numerosissime persone, trattenendole arbitrariamente in stato di arresto e, spessissimo, senza farne denuncia all’autorità giudiziaria, malgrado in seno alla “Legione” fosse costituito un organo con tale funzione;

3) del reato di cui agli art. 81, n. 81, 110, 112, n. 1 e 2, 61 n.4, 582 e 583 C.P., per avere, sempre nelle stesse circostanze, costretto gli arrestati a rendere e sottoscrivere dichiarazioni contro la loro volontà usando armi e sevizie, mediante continue minacce di morte e simulate fucilazioni; mediante clausura nella cosidetta “cella della morte”, mediante minacce di sevizie e sevizie sulle persone dei famigliari degli arrestati cd altro, privando le stesse persone della libertà personale e minacciandole di più gravi persecuzioni;

4) del reato di cui agli art. 81, n. 81, 110, 112, n. 1 e 2, 61 n.4, 582 e 583 C.P per avere nelle ripetute circostanze, in concorso tra loro o con altri non identificati e sempre in gruppi non inferiori a cinque persone, in esecuzione del medesimo disegno criminoso, adoperando sevizie e torture cd agendo con particolare efferatezza, cagionato lesioni personali anche gravi e gravissime: con pugni, schiaffi e calci sulla faccia e su ogni parte del corpo; con vari tipi di bastone foderati di cuoio ingrossati ad una estremità (le cosidette V1, V2, V3); col calcio del fucile; con sedie ed ami di legno; con sacchetti di sabbia; con bastoncini animati, fruste, nerbi; con colpi violenti alla regione cardiaca ed allo stomaco; con pestaggio effettuato con scarpe chiodate si da lasciare sul corpo impronte durature; mediante strappamento delle unghie delle mani; con iniezioni di scopolamina e di altre sostanze non identificate determinando nelle vittime stati fisiopsichici di incoscienza o debolezza; con calci nelle parti genitali o al basso ventre o in parti del corpo ammalate; con la rottura dei tessuti dell’ano; con forzato adagiamento su uno sgabello orizzontalmente, così che la vittima, sorretta per i capelli, per i piedi e anche per le mani, veniva violentemente colpita con bastoni, pugni e calci sul petto e sulle altre parti del corpo determinando svenimenti; con lampade a luce violenta si da rendere allucinate le vittime; con altoparlanti funzionanti giorno c notte per provocare sfinimento e stordimento, ed altri strumenti. Torri, ad eccezione di De Wolf Araldo e di Pepe Ferdinando: 4 bis) del reato di cui agli art. 81, n. 81, 110, 112, n. 1 e 2, 61 n.4, 582 e 583 C.P per avere — nelle circostanze di cui sopra, con premeditazione, in concorso tra loro e isolatamente o in gruppi di rasi o con altri non identificati e con i defunti predetti la morte di Sergio Kasman, Giuseppe Canevari, Angelo Fieri, Umberto Giaume, Dario Tarantino, Maria Cantò, Arturo Pasetti, Pietro Frontini, Augusto Battaglia, Piero Zavaglia, Colli Angelo, Marchioni Cesare, Avondo Giuseppe, Marchese Pietro, Aldo Cuttica, Landolfo Cuttica ed altri numerosi, uccidendo sovente a scopo di lucro o per occultare altro reato, inscenando finte fughe delle vittime, occultandone il cadavere o gettandolo per le strade o in aperta campagna o in corsi d’acqua ed occultandone l’identità, inscenando simulate scarcerazioni che formalmente apparivano registrate negli incarta-menti degli uffici della “Legione” e a cui seguivano invece le uccisioni mediante il cosidetto “viaggetto notturno” attribuendo il delitto, a volte, anche ai tedeschi occupanti e sempre agendo con particolare crudeltà dopo aver seviziato le vittime.

Tutti, ad eccezione di De Wolf Arnaldo:

5) del reato di cui all’art. 416 ult. cap. C. P. per essersi associati in qualità di appartenenti al cosidetto Ufficio Politico della “Legione”, oppure al cosidetto Ufficio Legale di collegamento con l’autorità ordinaria costituita, oppure ad altri organismi dipendenti dal  “Comando della Legione”, allo scopo di commettere i reati suddetti, ed inoltre, in particolare, i seguenti atti a fianco di ciascuno indicati:

 

Porcelli Alceste:

  1. a) Subito dopo l’8 settembre 1943 entrò a far parte della “Squadra d’azione Ettore Muti” e nel giugno 1944 della “Legione Autonoma”, in seno alla quale rivestì le funzioni di dirigente del cosidetto Ufficio Politico con sede in Milano, via Rovello n. 2, organizzando in detta qualità la cattura di numerose persone molte delle quali consegnò al tedesco invasore che ne dispose l’internamento in campi di concentramento, e in particolare partecipando all’arresto di numerosi membri del Partito d’Azione nel novembre 1944 e partecipando di persona all’arresto di Sergio Kasman, Daniele Ricchini, Crabbi Benvenuto;
  2. b) Concorse materialmente a scopo di lucro in Milano, in piazza Lavater, il 9 dicembre 1944, alla uccisione di Sergio Kasman, Capo di Stato Maggiore delle formazioni “Giustizia e Libertà”;
  3. c) Concorse, quale mandante, alla uccisione del patriota Magni Vincenzo in Milano, in via Mercanti, il 9 dicembre 1944;
  4. d) Concorse a scopo di lucro, il 27 gennaio 1945, alla uccisione dei patrioti Umberto Giaume e Dario Tarantino, in località di Bruzzano e, il 2 febbraio 1945, alla uccisione dei patrioti Angelo Finzi e Maria. Cantò, in località di Quinto Romano, sottraendo agli uccisi somme rilevanti di denaro destinate al Movimento della Resistenza;
  5. e) Concorse, quale mandante, alla uccisione del patriota Giuseppe Canevari, in Milano, il a marzo 1945, indi partecipando all’occultamento del cadavere dell’ucciso, che nella notte dal 3 al 4 marzo 1945 venne gettato nel fiume Adda con falsi documenti di identità:
  6. f) Concorse, in qualità di dirigente dell’Ufficio Politico, alla fucilazione di Albino Abico, Giovanni Alippi, Maurizio dcl Sale e Bruno Clapitz, in Milano, in via Tibaldi, il 28 agosto 1944; alla fucilazione dì Trezzi Ernesto, nella pia771. di Boffalora sul Ticino, il 31 luglio 1944; alla uccisione di Landolfo Cuttica, in Milano, in via Paolo Sarpì, il 14 aprile 1945; vantandosi di avere a sua disposizione i “due più grandi obitori d’Italia” e di “allungare personalmente i suoi nemici”;
  7. g) Organizzò ed effettuò personalmente l’operazione conclusasi con la cattura di diversi prigionieri inglesi, in Massalengo, nella seconda decade del mese di febbraio 1945;
  8. h) Ordinò e partecipò materialmente alle percosse cd alle sevizie inflitte a Dario Tarantino; Giaume Umberto, Angelo Finzi, Luigi Cicognini, Fiorenzo Porro, Ernesto Trezzi, Raffaello Giolli, Benvenuto Crabbi, Giorgio Peyronel, Sergio Griandi, Anacleto Boccaletti, Natale Furia, Agostino Maggi, Giuseppe Roj, Carlo Comagni, Dante Triani, Luciano Campagnoli, Giuseppe Pinelli, Giovanni Besnate, Attilio Landi ed altri;
  9. i) Concorse nelle estorsioni in danno di Antonio di Muro e Pietro Cenna, dì Giorgio Peyronel e di Manfredi Nicola, per somme rilevanti.
  10. l) Partecipò alle perquisizioni e al sequestro di cose e di denaro in danno di Ancillotti Carlo, Ghislandi Alfredo, Belloni Mario ed altri tra cui Calosci Umberto (durante la perquisizione e il sequestro in danno di quest’ultimo venne uccisa Ceretelli Maria Angela, portinaia), sempre autorizzando i dipendenti a procedere senza discrezione, con la direttiva di “cercare sempre di prendere il più possibile”;
  11. m) Presiedette, in occasione di una rappresaglia, alla scelta di un gruppo di appartenenti al Fronte della Gioventù, detenuti nelle carceri di San Vittore, dei quali dodici furono condannati a morte dal Tribunale Speciale per la ditela dello Stato e 9 di essi furono fucilati, il 14 gennaio 1945, in Milano, nell’ex Campo Giuriati.

 

Asti Arnaldo:

  1. a) Subito dopo l’8 settembre 1943 ricoperse in seno al P.F.R. la carica di reggente provvisorio del Fascio di Milano, entrò a far parte della “Squadra d’azione Ettore Muti” e successivamente della “Legione Autonoma”, in seno alla quale raggiunse il grado di capitano e di comandante della cosidetta squadra mobile, partecipando in detta qualità alla cattura dì numerosi patrioti, tra cui Tarantino Dario, Giaume Umberto, Venegoni Pierino, Boccaletti Umberto, Boccaletti Anacleto, Maggi Agostino, Furia Natale, Pasotti Arturo, Roj Giuseppe e Landi Attilio nonché agli interrogatori dci catturati ai quali concorse attivamente.
  2. b) Concorse a scopo di lucro, il 27 gennaio 1945, alla uccisione dei patrioti Umberto Giaume e Dario Tarantino, in località di Bruzzano e, il 2 febbraio 1945, alla uccisione dci patrioti Angelo Finzi e Maria Cantù, in località di Quinto Romano sottraendo agli uccisi somme rilevanti destinate al Movimento della Resistenza.
  3. c) Concorse materialmente alla uccisione del patriota Canevari Giuseppe, in Milano, il 2 marzo 1945, indi partecipando di persona all’occultamento del cadavere dell’ucciso, che nella notte dal 3 al 4 marzo 1945 gettò nel fiume Adda dal ponte di Vaprio d’Adda;
  4. d) Partecipò il 2 aprile 1945, in Milano, in località Musocco, alla uccisione di Pasotti Arturo.
  5. e) Partecipò a diverse uccisioni, tra cui, il 29 luglio 1944, in località dì Mediglia, a quella di Zavaglia Augusto, quanto meno agendo in qualità di mandante;
  6. f) Ordinò e partecipò materialmente alle percosse e alle sevizie inflitte a Dario Tarantino, Angelo Finzi, Canevari Umberto, Landi Attilio, Pinelli Giuseppe, Guerrerio Giuseppe, Cicognini Luigi, Porro Fiorenzo, Venegoni Picrino, Zavaglia Piero, Battaglia Augusto, Giorgio Peyronel, De Mcis Marco, Boccaletti Anacleto, Furia Natale, Boccalctti Umberto, Maggi Agostino, Roy Giuseppe, Comagni Carlo, Bolzoni Mauro, Campagnoli Luciano;
  7. g) Concorse nella estorsione in danno di Di Mauro Antonio e Cenna Pietro;
  8. h) Partecipò, il 10 ottobre 1944, al sequestro di oggetti vari in danno di Vita Virginio, israelita, in località di Asso.

 

Spadoni Ampelio:

  1. a) Subito dopo 1’8 settembre 1943 cooperò alla ricostruzione del fascio repubblicano di Milano, entrò a far parte della Squadra d’azione Ettore Muti e resse il gruppo rionale “Cesare Battisti” partecipando successivamente alla costituzione della “Legione”, in seno alla quale rivesti il grado di Ten. Colonnello Vice Comandante;
  2. b) Organizzò e partecipò a numerosi rastrellamenti antipartigiani in varie località dell’Italia settentrionale e particolarmente nella Val-sesia, ove, in qualità di comandante in capo, emise dei bandi;
  3. c) Il 6 marzo 1945, ordinò la fucilazione di Aldo Cuttica;
  4. d) Il 17 aprile 1945, ordinò la fucilazione di Marchese Pietro, a titolo di rappresaglia, in seguito ad un rastrellamento in località Balocco;
  5. e) Concorse alla fucilazione di Colli Angelo, Marchioni Cesare Avondo Giuseppe catturati durante un rastrellamento, nel corso del quale ordinò, a titolo di rappresaglia, l’incendio di due cascine, un molino cd una casa dell’abitato, in Caltignaga e nei pressi della Cascina Isarno il 9 e 10 aprile 1945;
  6. f) Concorse nella uccisione di un patriota non identificato, in località di Cameriano, il 13 aprile 1945.
  7. g) Concorse alla cattura e alla fucilazione di Abico Albino, Alippi Giovanni, Clapitz Bruno e Del Sole Maurizio, in Milano in via Tibaldi, il 28 agosto 1944.
  8. h) Partecipò alla cattura di Lainati Fausto, Ghisi Sergio, Pettinaroli Costantino e Fregai Umberto.
  9. i) Ordinò nel settembre 1944 l’arresto dl numerosi appartenenti al Partito Socialista.
  10. l) Concorse alla fucilazione di Pizzi Giuseppe, in Milano, in piazza Grandi, il 16 agosto 1944;
  11. m) Ordinò le percosse e le sevizie inflitte a Porro Fiorenzo, Giolli Raffaello, Zavaglia Piero e Battaglia Augusto, Boccaletti Anacleto, Furia Natale, Maggi Agostino, Boccaletti Umberto, Roy Giuseppe, Bolzani Mauro, Pintili Giuseppe, Lindi Attilio, Rosmigo Angelo, Ugolini Vittorio, Martineili Carlo;
  12. n) Ordinò l’arresto di Lebe Pinamonti e il sequestro arbitrano della tipografia di proprietà della stessa, in Albiate Brianza, il 14.9.1944.

 

Della Vedova Michele:

  1. a) Espulso dai reparti armati della “Legione” entrò a far parte della cosidetta “Squadra mobile” in seno alla quale rivestì il grado di maresciallo dallo alle dipendenze di Asti Arnaldo, e del cosidetto “Ufficio Politico”, operando di persona l’arresto di numerosi patrioti fra cui Ancillotti Carlo, Tarantino Dario, Giaume Umberto, Angelo Finzi, Cantù Maria, Ghisi Sergio, Conca Angelo, Landi Attilio, nonché la cattura di diversi prigionieri inglesi, in Massalengo;
  2. b) Esecutore degli ordini di Porcelli Alceste e di Asti Arnaldo. e sovente per iniziativa personale concorse a numerose uccisioni di persone raggiungendo il 16 marzo 1945 il numero di 58 omicidi, non tutti identificati;
  3. c) Partecipò a scopo di lucro il 27 gennaio 1945 alla uccisione dei patrioti Umberto Giaume e Dario Tarantino in località di Bruzzano e, il 2 febbraio 1945, alla uccisione dei patrioti Angelo Finzi e Canili Maria, in località di Quinto Romano, concorrendo nella sottrazione agli uccisi di somme rilevanti destinate al Movimento della Resistenza;
  4. d) Concorse materialmente, il 2 marzo 1945, in Milano, alla uccisione del patriota Canevari Giuseppe, indi partecipando all’occultamento del cadavere dell’ucciso;
  5. e) Uccise di persona, il 12 agosto 1944, sulla strada Rogoredo-Melegnano, Bonvini Raffaele.
  6. f) Concorse materialmente alla uccisione del patriota Landolfo Cuttica, in Milano, nei pressi di via Paolo Sarpi, il 14 aprile 1945;
  7. g) Partecipò alla uccisione di Battaglia Augusto e Zavaglia Piero, in località di Mediglia, il 19 luglio 1944;
  8. h) Concorse a gettare nel Naviglio, in Milano, nella notte tra il 7 e 1’8 marzo 1945, il cadavere di un arrestato non identificato, ucciso precedentemente nella caserma Salinas (Scuole Schiaparelli);
  9. i) Operò materialmente le percosse e le sevizie Inflitte a Canevari Giuseppe, Tarantino Dario, Angelo Finzi, De Wolf Arnaldo, Landi Cicognini Luigi, Ghisi Sergio, Porro Fiorenzo, Giolli Raffaello, Zavaglin Piero, Battaglia Augusto, Griandì Sergio, Rossi Luciano e Giardino Roberto, Boccaletti Anacleto, Boccaletti Umberto, Maggi Agostino, Roy Giuseppe, Camagni Carlo, Bolzani Mauro, Triani Dante, Compagnoli Luciano;

1) Concorse nelle estorsioni in danno di Ancillotti Carlo, Peyronel Giorgio, Di Muro Antonio e Canna Pietro;

  1. m) Partecipò a varie perquisizioni e sequestri arbitrari, tra cui quella in danno di Ghisi Sergio.

 

 

Cagnoni Arnaldo:

  1. a) Espulso dai reparti armati della “Legione”, entrò a far parte della cosidetta “Squadra mobile” in seno alla quale rivesti il grado di sergente, alle dipendenze di Asti Arnaldo e del cosidetto Ufficio Politico, operando di persona l’arresto di numerosi patrioti, tra cui Kasman Sergio, Magni Vincenzo, Tarantino Dario, Giaume Umberto, Angelo Finzi, Cantò Maria, Zavaglia Piero, Ghislandi Alfredo, Peyronel Giorgio, Griandi Sergio, Boccaletti Anacleto, Boccaletti Umberto, Maggi Agostino, Furia Natale, Roy Giuseppe, Lindi Attilio;
  2. b) Partecipò, a scopo di lucro, il 27 gennaio 1945, alla uccisione di Dario Tarantino e Umberto Giaume in località di Bruzzano, e il febbraio 1945 alla uccisione di Angelo Finzi e Maria Cantò, in località di Quinto Romano;
  3. c) Concorse materialmente a scopo di lucro in Milano, in piazza Lavater, il 9 dicembre 1944, alla uccisione di Sergio Kasman, capo di stato maggiore delle formazioni “Giustizia e Libertà”;
  4. d) Concorse materialmente, in Milano, in via Mercanti, il 9 dicembre 1944, alla uccisione del patriota Magni Vincenzo.
  5. e) Concorse ad operare le percosse e le sevizie inflitte a Tarantino Dario, Angelo Finzi, Besnate Giovanni, Pinelli Giuseppe, Cicognini Luigi, Porro Fiorenzo, Giolli Raffaello, Giolli Federico, Rossi Luciano, Giardino Roberto, Boccaletti Anacleto, Boccaletti Umberto, Furia Natale, Maggi Agostino, Roy Giuseppe, Comagni Carlo, Triani Dante.

 

 

Cardella Pasquale:

  1. a) Iscritto al P.R.I. rivesti in seno alla “Legione” il grado di Maggiore, comandante della caserma Solinas, partecipando a numerosi rastrellamenti antipartigiani e numerosi arresti tra cui Amadori Luisa, Lainati Fausto, Pregni Umberto, Pettinaroli Costantino;
  2. b) Uccise di persona, in Milano, in località di Baggio, il renitente Romanò Giuseppe, il 29 novembre 1944;
  3. c) Concorse a numerose uccisioni, tra cui quelle di un renitente, in Milano, in corso Buenos Aires, in epoca imprecisata, raggiungendo nel febbraio 1945, il numero di 82 omicidi.
  4. d) Partecipò, in località Cameriano, il 13 aprile 1945, ad un rastrellamento antipartigiano durante il quale venne ucciso un patriota non identificato;
  5. e) Partecipò in Caldignaga, il 9 aprile 1945, ad un rastrellamento antipartigiano, durante il quale, a titolo di rappresaglia, ordinò l’incendio di due cascine, un mulino e una casa dell’abitato, nonché l’uccisione di Colli Angelo, Marchioni Cesare e Avondo Giuseppe, da lui finiti con colpi di pistola mentre erano agonizzanti; f) Partecipò all’occultamento del cadavere del patriota Canevari Giuseppe;
  6. g) Concorse alle percosse e sevizie inflitte a Rusmigo Angelo;
  7. f) Concorse a gettare nel Naviglio, in Milano, nella notte dal 7 all’8 marzo 1945, il cadavere di un arrestato precedentemente ucciso nella caserma Salinas.

 

Ronchi Mario:

  1. a) Tenente della “Legione” alle dipendenze di Cardella Pasquale, partecipò a numerosi rastrellamenti antipartigiani, vantandosi alla data del 1° aprile 1945 di avere ucciso 210 persone;
  2. b) Partecipò ad un rastrellamento antipartigiano, in Milano, in località di Baggio, durante il quale venne ucciso il renitente Romanò Giuseppe, il 29 novembre 1944;
  3. c) Partecipò ad un rastrellamento effettuato in località di Caltignaga, il 9o aprile 1945, durante il quale furono uccisi a titolo di rappresaglia Colli Angelo, Marchioni Cesare e Avondo Giuseppe e incendiate due cascine, un mulino ed una casa dell’abitato;
  4. d) Partecipò alle percosse e alle sevizie inflitte a Rosmigo Angelo il 13 marzo 1945.
  5. e) Partecipò all’occultamento del cadavere del partigiano Canevari Giuseppe, ucciso da altri, il 3 marzo 1945. f) Concorse a gettare nel Naviglio, in Milano, nella notte dal 7 all’8 marzo 1945, il cadavere di un arrestato politico, precedentemente ucciso nella caserma Salinas (Scuole Schiaparelli).

 

Pepe Ferdinando:

  1. a) Dalla costituzione della “Legione”, in qualità di capo del cosidetto “Ufficio Legale” e con mansioni di collegamento con la Questura di Milano, legalizzò i numerosi arresti, sequestri arbitrari, uccisioni ed altro, commessi dai componenti la “Legione” stessa (Capi e subordinati), a scopo di lucro.
  2. b) Partecipò alle percosse e sevizie inflitte a Porro Fiorenzo, Zavaglia Piero e Battaglia Augusto, Boccaletti Anacleto, Boccaletti Umberto, Furia Natale, Maggi Agostino, Roy Giuseppe.
  3. c) Concorse al sequestro arbitrario di L. 596.000 e di due anelli d’oro con brillanti in danno di Belloni Mario e Sarti Paolo, in Milano, il 28 ottobre 1944;
  4. d) Operò il sequestro di oggetti vari in danno dì Vita Virginio, in Asso, il 10 ottobre 1944;
  5. e) Operò il sequestro di vari bauli contenenti argenteria, tappeti e libri di proprietà della Contessa Barbarina Gallarati Scotti ved. Sforza, in Valloria di Guardamiglio nel settembre 1944;
  6. f) Concorse al sequestro di oggetti di proprietà di Ancillotti Carlo.

 

Nervi Gino:

  1. a) Capitano della “Legione”, partecipò ad interrogatori di detenuti politici nonché alle sevizie inflitte a Ghisi Sergio, che da lui fu colpito con calci ai genitali;
  2. b) Concorse alla uccisione del patriota Canevari Giuseppe il 2 marzo 1945, in Milano;
  3. c) Concorse all’uccisione e all’occultamento del cadavere di un detenuto politico, il cui cadavere fu gettato nel Naviglio nella notte dal 7 all’8 marzo 1945;

 

Fontanesi Decio:

  1. a) Appartenente alla cosidetta “Squadra mobile” della “Legione” alle dipendenze di Asti Arnaldo, partecipò all’arresto di Fabrizioli Amerigo;
  2. b) Partecipò ad interrogatori di arrestati politici, infliggendo agli stessi percosse e sevizie, particolarmente ad Ancillotti Carlo e Peyronel Giorgio.

 

Colombo Pietro:

  1. a) Maresciallo della “Legione”, in qualità di motocarrista, partecipò alla cattura di Ghisi Sergio, Castiglioni Felice, Ramorini Vittorio, Nebuloni Ercole, Salerio Enrico;
  2. b) Concorse alla uccisione di Canevari Giuseppe, in Milano il 2 marzo 1945, partecipò nella notte dal 3 al 4 marzo 1945 all’occultamento del cadavere dell’ucciso;
  3. c) Partecipò alle percosse ed alle sevizie inflitte a Canevari Giuseppe, Ghisi Sergio cd alla madre di costui.

 

De Wolf Arnaldo:

del reato di cui agli art. 1 D. L. L. 22.4.1945 n. 142, 5 D. L. L. 27.7.1944, n. 159 C 51 C.P.M.G. per avere – posteriormente 811’8 settembre 1943 in provincia di Milano e dopo aver tradito la causa patriottica a cui erasi inizialmente votato – tradito la fedeltà e la difesa militare dello Stato, effettuando opera di delazione in danno di prigionieri inglesi che sapeva custoditi da patrioti, provocando e partecipando in Massalengo alla cattura dei medesimi nel febbraio 1945, e così determinando la loro consegna alle SS tedesche da parte di Porcelli Alceste, favorendo conseguentemente le operazioni militari del nemico.

 

 

Piantoni Ettore:

  1. a) del reato di ali agli art. 81, 110, 112, C. P. 5 D. L. L. 27.7.44, n. 159-1 D. L. L. 22.4.45, n.142 – 51 C.P.M.G. per avere, posteriormente all’8.9.43, mediante collaborazione col Tedesco invasore, tradito il movimento della Resistenza clandestina a cui dichiarò di votarsi e conseguentemente tradito la fedeltà e la difesa militare dello Stato partecipando alla cattura di Sergio Kasman, Magni Vincenzo, Mazza Franco, Peyronel Giorgio, Cenacchi Enea ed altri, concorrendo alla uccisione di Kasman Sergio e Magni Vincenzo e commettendo i fatti a scopo di lucro;
  2. b) del reato di cui agli art. 81, n., 575 – 577 C. P. per avere, con premeditazione, in concorso con Porcelli Alceste e con Cagnoni Arnaldo, appartenenti alla Legione autonoma Ettore Muti, cagionato la morte di Sergio Kasman e di Magni Vincenzo, il 9 dicembre 1944, in Milano.

 

Tangari Luigi: di collaborazionismo col nemico (art. 5 D. L. L. 27.7.44, n. 159, D. L. L. 244/45, 11. 142, 58 C.P./A.C.) per avere dopo 1’8.9.1943 fatto parte volontariamente come milite della legione autonoma Ettore Muti e partecipato il 28.11.44 all’eccidio del partigiano Rosetta Giordano, avvenuto a Baggio.

Per questi motivi

Per questi motivi: La Corte, in applicazione degli art. 483 – 488 – 489 -Cod. Proc. Penale; 5 D.L.L. 27 luglio 1944, n. 159, in relazione all’art. 7 D.L.L. 22 aprile 1945, n. 142; 51 e 58 del Codice Penale Militare di Guerra; 81 – 1E0 – 605 parte prima – 610 ultimo capoverso – 582 – 61, n. 4 – 575 – m, n. 3 – 629 – 62 bis – 63 – 64 – 65 – 69 Codice penale; art. 3 e 9 Dec. Pres. 22 giugno 1946, n. 4 e art. 9 citato D.L.L. 27 luglio 1944 e I D.L.L. z6 marzo 1946, n. 134:

  1. A) Dichiara Porcelli Alceste colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo nelle ipotesi rispettivamente previste dagli art. 51 e 58 C.P.M.G., nonché di concorso nei seguenti reati a questo connessi: 1) di sequestro di persona continuato, esclusa l’aggravante dell’art. 112, n. 1 C.P.; 2) violenza privata continuata con armi, esclusa l’aggravante suddetta; 3) lesioni personali volontarie continuate (art. 582 C.P.) con sevizie particolarmente efferate, esclusa l’aggravante dell’art. 182, n. 1 C.P., commesse sulle persone di Tarantino Dario, Giolli Raffaello, Jovine Natale, Pinelli Giuseppe e Landi Attilio; 4) di omicidio volontario premeditato in persona di Tarantino Dario, Giaume Umberto, Finzi Angelo e Cantù Maria ed omicidio volontario continuato nelle persone di Kasman Sergio, Abico Albino, Alippi Giovanni e Clapitz Bruno, cosi modificata e limitata l’imputazione di cui al n. 5 del decreto di citazione. Dichiara che il fatto contestato sotto la lettera L del decreto di citazione, commesso in danno di Belloni Mario, costituisce il reato di estorsione previsto e punito dall’art. 629 p. p. Cod. Penale, e di tale reato dichiara pure responsabile esso Porcelli. Conseguentemente, concesse le attenuanti generiche (art. 62 bis C. P.), lo condanna alla reclusione per anni trenta e alla multa di lire diecimila, alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, e dichiara condizionalmente condonati anni dieci di reclusione e l’intera multa, a nonna dell’art. 9 lettera c del decreto presidenziale citato. Lo condanna inoltre al pagamento delle spese processuali in solido con gli altri condannati; nonché al risarcimento verso le parti civili Belloni Mario, Tarantino Francesco, Curti Maria ved. Giaume, Banfi Teresa in Cantú, Ambrogina Cantú e Finzi Angelo, dei danni da liquidarsi in separata sede; ed inoltre al risarcimento verso la parte civile Scala Maria ved. Kasman dei danni liquidati, secondo richiesta, in una lira. Pone a carico dello stesso condannato, in solido con gli altri condannati, le spese sostenute dalle parti civili suddette, liquidando quelle della parte civile Belloni in lire 5.836 e riservando la liquidazione delle altre. Ordina la confisca a vantaggio dello Stato di due terzi dei beni del condannato.
  2. B) Dichiara Asti Arnaldo colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo nelle ipotesi rispettivamente previste dagli art. 51 e 58 C. P.M.G., nonché di concorso nei seguenti a questo connessi: i) sequestro di persona continuato, esclusa l’aggravante dell’art. 112 n. 1 C.P.; 2) lesioni personali volontarie continuate (art. 282 C.P.) con sevizie particolarmente efferate, esclusa l’aggravante predetta, commesse nelle persone di Tarantino Dario, Canevari Giuseppe, Landi Attilio, Pinelli Giuseppe, Zavaglia Pietro e Battaglia Augusto, Boccaletti Umberto, Furia Natale, Maggi Agostino, Roj Giuseppe e Camagni Carlo; 3) violenza privata continuata con armi, esclusa l’aggravante suddetta; 4) omicidio volontario premeditato in persona di Tarantino Dario, Giaume Umberto, Finzi Angelo e Cantú Maria; omicidio volontario in persona di Pasotti Arturo e omicidio preterintenzionale in persona di Canevari Giuseppe cosi modificata e limitata l’imputazione di cui al n. 5 del decreto di citazione.

Conseguentemente lo condanna alla pena di morte. Lo condanna inoltre al risarcimento verso le parti civili Tarantino Francesco, Curti Maria ved. Giaume, Banfi Teresa in Cantú, Ambrogina Cantú e Finzi Angelo, dei danni da liquidarsi in separata sede; ed inoltre dei danni verso le parti civili Canevari Umberto e Battaglia Mario che liquida, secondo richiesta, in una lira per ciascuna delle richiedenti. Pone a carico dello stesso, in solido con gli altri condannati Della Vedova, Cagnoni, Nervi, le spese sostenute dalla parte civile Canevari Umberto, liquidate in lire trentamila, compresi gli onorari del difensore, e quelle sostenute dalle altre parti civili suddette, riservandone la liquidazione. Ordina la confisca totale dei beni del condannato a vantaggio dello Stato. C) Dichiara Spadoni Ampelio colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo nelle ipotesi rispettivamente previste dagli art. 51 e 58 C.P.M.G., nonché di concorso nei seguenti reati: i) sequestro di persona continuato, esclusa l’aggravante dell’art. 112, n. 1 Cod. Pen.; l) violenza privata continuata con armi, esclusa l’aggravante predetta; 3) lesioni personali volontarie continuate (con sevizie particolarmente efferate) art. 5 82 C.P., esclusa l’aggravante predetta, commessa sulle persone di Ghisi Sergio, Zavaglia Pietro, Battaglia Augusto, Furia Natale, Rusmigo Angelo, Camagna Carlo; 4) di omicidio volontario in persona di Marchesi Pietro, così modificata e limitata l’imputazione di cui al n. 5 del decreto di citazione. Conseguentemente, accordate le attenuanti dell’art. 114 p.p.; Cod. Pen. e dell’art. 62 bis Cod. Pen., lo condanna alla reclusione per anni ventiquattro, dei quali otto condizionalmente condonati a norma dell’art. 9 lettera c del citato decreto presidenziale, nonché alla interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Lo condanna inoltre al pagamento delle spese processuali in solido con gli altri condannati nonché al risarcimento verso la parte civile Battaglia Mario dei danni liquidati, secondo richiesta, in una lira e al rimborso – in solido con gli altri condannati Asti e Della Vedova – delle spese da essa sostenute, riservandone la liquidazione. Ordina la confisca a vantaggio dello Stato di due terzi dei beni del condannato.

  1. D) Dichiara Della Vedova Michele colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo nelle ipotesi rispettivamente previste dagli art. 51 e 58 C.P.M.G., nonché di concorso nei seguenti reati a questo connessi: i) sequestro di persona continuato, esclusa l’aggravante dell’art. 112, n. i C.P.; 2) violenza privata continuata con armi, esclusa l’aggravante predetta; 3) lesioni personali volontarie continuate (art. 582 C.P.) con sevizie particolarmente efferate, esclusa l’aggravante predetta, commesse sulle persone di Tarantino Dario, Finzi Angelo, Pinelli Giuseppe, Giolli Raffaello, Boccaletti Umberto, Camagni Carlo, Landi Attilio, Battaglia Augusto e Canevari Giuseppe; 4) di omicidio volontario premeditato nelle persone di Tarantino Dario, Giaume Umberto, Finzi Angelo e Cantú Maria; omicidio volontario in persona di Kasman Sergio; omicidio preterintenzionale in persona di Canevari Giuseppe, cosi modificata e limitata l’imputazione di cui al n. 5 del decreto di citazione. Conseguentemente lo condanna alla pena di morte. Lo condanna, inoltre, al risarcimento verso le parti civili Tarantino Francesco, Curti Maria ved. Giaume, Banfi Teresa in Cantú, Ambrogia Cantú e Finzi Angelo, dei danni da liquidarsi in separata sede, ed inoltre dei danni verso la parte civile Scala Maria ved. Kasman; che liquida – secondo richiesta – in lire una.

Pone a carico dello stesso condannato, in solido con gli altri condannati Asti, Della Vedova e Nervi le spese sostenute dalle altre parti civili sopradette in solido con i con-dannati Porcelli, Asti, Della Vedova e Spadoni, riservandone la liquidazione. Ordina la confisca totale a vantaggio dello Stato dei beni del condannato.

  1. F) Dichiara Cardella Pasquale colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo nelle ipotesi rispettivamente previste dagli art. 5 i e 58 C.P.M.G., nonché di concorso nei seguenti reati a questo connessi: i) sequestro di persona continuato, esclusa l’aggravante dell’art. 112 n. 1 C.P.; a) violenza privata continuata, esclusa l’aggravante predetta; 3) lesioni personali volontarie continuate (art. 582 C.P.) con sevizie particolarmente efferate, esclusa l’aggravante predetta, commesse sulle persone di Rusmigo Angelo e De Meis Marco; 4) di omicidio volontario continuato nelle persone di Romanò Giuseppe, Colli Angelo, Marchioni Cesare e Avondo Giuseppe, cosi modificata e limitata l’imputa-zione di cui al n. 5 del decreto di citazione. Conseguentemente lo condanna alla pena di morte. Ordina la confisca totale a vantaggio dello Stato dei beni del condannato.
  2. G) Dichiara Ronchi Mario colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo nella ipotesi configurata nell’art. 58 del C.P.M.G., nonché di concorso nei seguenti reati a questo connessi; i) sequestro di persone continuato, esclusa l’aggravante predetta; z) violenza privata continuata, esclusa l’aggravante predetta;

3) lesioni personali volontarie (art. 582 C.P.) l’aggravante predetta, con sevizie particolarmente commesse sulla persona di Rusmigo Angelo; 4) omicidio volontario in persona di Frontini Pietro, cosi modificata e limitata l’imputazione di cui al n. 5 del decreto di citazione. Conseguentemente, accordate le attenuanti degli 114 parte prima e 62 bis Cod. Pen., lo condanna alla reclusione per anni diciotto, dei quali sei condizionalmente condonati, nonché all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Lo condanna inoltre al pagamento delle spese processuali in solido con gli altri condannati.

esclusa efferate

  1. H) Dichiara Pepe Ferdinando colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo nelle ipotesi rispettivamente previste dagli art. 51 e 58 C.P.M.G., nonché di concorso nei seguenti reati a questo connessi: i) sequestro di persone continuato, esclusa l’aggravante dell’art. 112 n. 1 C.P.; 2) violenza privata continuata con armi, esclusa l’aggravante predetta; 3) lesioni personali volontarie continuate (art. 582 C.P. con sevizie particolarmente efferate) esclusa l’aggravante predetta, commesse sulle persone di Porro Fiorenzo e Boccaletti Umberto ed Anacleto. Conseguentemente, accordate le attenuanti degli art. 7 lettera b del D.L.L. 27 luglio 1944, n. 159 e 62 bis C.P., lo condanna alla reclusione per anni otto dei quali cinque condizionalmente condonati, nonché alla interdizione perpetua dai pubblici uffici. Lo condanna, inoltre, al pagamento delle spese processuali, in solido con agli altri condannati. Ordina la confisca a vantaggio dello Stato, di un terzo dei beni del condannato.
  2. I) Dichiara Nervi Gino colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo, nell’ipotesi configurata dell’art. 5 8 C.P.M.G., nonché di concorso nel reato di omicidio preterintenzionale con sevizie particolarmente efferate in persona di Canevari Giuseppe, cosi modificata e limitata l’imputazione di cui al n. 5 del decreto di citazione. Conseguentemente, accordate le attenuanti degli art. 62bis e 114 parte prima C.P., lo condanna alla reclusione per anni dieci e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici. Lo condanna, inoltre, al pagamento delle spese processuali in solido con gli altri condannati, nonché al risarcimento verso la parte civile Canevari Umberto dei danni liquidati, – secondo richiesta – in lire una; e in solido con gli altri condannati Asti, Della Vedova e Cagnoni, al pagamento delle spese sostenute dalla parte civile e, come sopra, liquidate. Ordina la confisca a vantaggio dello Stato di un terzo dei beni del condannato.

 

  1. L) Dichiara Colombo Pietro colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo nelle ipotesi previste rispettivamente negli art. 51 e 58 C.P.M.G.; nonché di con-corso nei seguenti reati a questo connessi: I) sequestro di persone continuato, esclusa l’aggra-vante dell’art. 112 n. i C.P.; 2) violenza privata continuata con armi, esclusa l’aggra-vante predetta; 3) lesioni personali volontarie (art. 582 C.P.) con sevizie particolarmente efferate, esclusa l’aggravante predetta, commesse in persona di Ghisi- Sergio; Conseguentemente, accordate le attenuanti degli art. 114 parte prima e 6z bis C.P., lo condanna alla reclusione per anni ventuno, dei quali sette condizionalmente con-donati, nonché all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Lo condanna, inoltre, al pagamento delle spese processuali in solido con gli altri condannati. Ordina la confisca, a vantaggio dello Stato, di un terzo dei beni del condannato.

 

Assolve

lo stesso e Nervi Gino dalle altre imputazioni di omicidio continuato premeditato, per non aver partecipato al fatto.

Assolve

il Nervi per non aver partecipato al fatto anche dalla imputazione di concorso nei reati di sequestro di persone continuato, di violenza privata continuata e di lesioni personali volontarie continuate.

Fontanesi Decio Fulvio dalla imputazione di concorso nel reato di omicidio premeditato continuato, per non aver partecipato ai fatti.

Assolve

Tangari Luigi dall’imputazione di collaborazionismo a lui particolarmente ascritta, trattandosi di persona non imputabile per incapacità d’intendere e di volere, cd ordina che il medesimo sia ricoverato in un riformatorio giudiziario per un tempo non inferiore a tre anni.

non doversi procedere nei confronti di Cagnoni Arnaldo in ordine all’imputazione di concorso nell’omicidio in persona di Magni Vincenzo perché l’azione penale non poteva essere promossa essendo già egli stato condannato per lo stesso reato in danno della stessa persona.

Dichiara

 

  1. A) Dichiara Fontanesi Decio Fulvio colpevole di concorso nel reato di collaborazionismo nelle ipotesi rispettivamente previste dagli art. 51 e 58 C.P. 11.G., nonché di concorso nei seguenti reati a questo connessi: i) sequestro di persone continuato, esclusa l’aggravante dell’art. 112 n. 1 C.P. 2) violenza privata continuata, con armi, esclusa l’aggravante predetta; 3) lesioni personali volontarie continuate (art. 582 P.) con sevizie particolarmente efferate, esclusa l’aggravante predetta, commesse sulle persone di Ancillotti Carlo e Peyronel Giorgio. Conseguentemente, accordate le attenuanti degli art. 114 parte prima e 62 bis Cod. Pen., lo condanna alla reclusione per anni ventuno, dei quali sette condizionalmente condonati; nonché alla interdizione perpetua dai pubblici uffici. Lo condanna inoltre al pagamento delle spese processuali in solido con gli altri condannati. Ordina la confisca, a vantaggio dello Stato, di un terzo dei beni del condannato.

In applicazione dell’art. 479 del Cod. Proc. Penale:

Assolve Porcelli Alceste, Asti Arnaldo, Spadoni Ampelio, Della Vedova Michele, Cagnoni Arnaldo, Cardella Pasquale, Ronchi Mario, Pepe Ferdinando, Nervi Gino, Colombo Pietro e Fontanesi Decio Fulvio dalla imputazione di associazione a delinquere per insufficienza di prove. Assolve Colombo Pietro dall’imputazione di concorso nell’omicidio in persona di Canevari Giuseppe per insufficienza di prove,

non doversi procedere nei confronti di Piantoni Ettore e di Wolf Arnaldo in ordine all’imputazione di collaborazionismo loro ascritta, per estinzione del reato a causa di intervenuta amnistia. Conseguentemente ordina che siano immediatamente liberati se non detenuti per altra causa. Ordina che la presente sentenza per la parte riflettente la condanna di Asti Arnaldo, Della Vedova Michele, Cagnoni Arnaldo e Cardella Pasquale alla pena di morte, venga pubblicati, per estratto e per una sola volta, sul quotidiano “Il nuovo Corriere della Sera”.

Cosi deciso in Milano il trenta maggio 1947. Il Presidente: F.to MA RANTONIO Il Cancelliere: F.to Jacometti

Anno:
1947

Tribunale:

Corte di Assise del Circolo di Milano. I Sezione speciale

Presidente:
Marantonio Luigi

Tipologia di accusa:
Omicidio
Saccheggio

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Milano

Bibliografia:

Luigi Pestalozza (a cura di), Il processo alla Muti, Feltrinelli, Milano, 1956

Massimiliano Griner, La pupilla del duce. La Legione autonoma mobile Ettore Muti, Bollati Boringhieri, Torino, 2004

Sergio Kasman “Marco”. Medaglia d’oro della Resistenza e liberazione, Tipografia Esposito, Chiavari, 1952

Mario Bertelloni, Sergio Kasman. La Primula rossa della Resistenza, Res, Milano, 1984

Gianfranco Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, Provincia di Milano, Milano 1975

 

Sitografia:

Su Angelo Finzi:

http://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/Milano_Via_Airaghi_3_febbraio_1945.pdf

http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-it-cdec-eaccpf0001-000186/finzi-angelo.html?persone=”Finzi%2C+Angelo”

 

Su Sergio Kasman

http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1187/sergio-kasman