M. Paolo

Luogo:

M. Paolo, e le altre nove persone di cui in epigrafe, sono citati per oggi a giudizio di questa Corte a rispondervi ciascuno, dei reati loro rispettivamente ascritti come in rubrica. Non si sono presentati il R. Cornelio e la B. Tersilia e la G. Domenica, e si è mantenuto latitante il G. Piero, già colpito da ordine di cattura in data 3 Agosto 1946 fino ad oggi rimasto ineseguito. Verificata la regolarità della notificazione della citazione la Corte, ha ordinato procedersi in contumacia del R., della G. e del G., ed ha ordinato lo stralcio nei confronti della B. avendo il di lei difensore eccepito l’inesitante della citazione, perché effettuata a norma dell’art. 170 C.P.P. mentre risulta dagli atti che costei ha la regolare residenza a Torino e reperita e senza osservanza del crimine minimo di comparizione.

M. Paolo, commerciante di tessuti con negozi in Acqui costituitosi nella parte d’Italia rimasta sotto l’occupazione tedesca dopo l’8 Settembre 1943 la sedicente R.S.I., si trasferì a Torino entrando in relazione con l’amico e compagno di studi Paolo Zerbino elevato alla carica di capo della provincia. Da costui fu autorizzato a vestire l’uniforme delle SS tedesche e a considerarsi tenente e, con tale passaporto fu facile al M. di porsi in contatto col comando tedesco installatosi nell’albergo nazionale di questa città dandosi ad un’attività non ben definita e multiforme di cui le risultanze dibattimentali hanno messo in evidenza gli episodi che seguono. Il 4 Marzo 1944 certa Giovannini Cesira, trovavasi in compagnia del proprio fidanzato Dario Dina (ebreo e ben conosciuto dal M., nonché dalla stessa città di Asti) e, nell’uscire da un caffè di via Garibaldi notarono il M.. Il Dina, allora, come già aveva fatto in precedenti occasioni, a Porta Nuova e a Porta Susa, cercò lestamente di far perdere le sue tracce inoltrandosi per vie traverse. La Giovannini fu invece, raggiunta da due giovani e invitata a seguirli, in quel caffè dond’era poco prima uscita col fidanzato. Ivi si trovava il M. che, fattala salire su un’automobile da lui stesso guidata, la condusse al Nazionale (sede già menzionata del comando tedesco) interrogandola e facendola perquisire. Dal Nazionale verso l’imbrunire la Giovannini fu trasferita alla questura, e da questa, fatta riaccompagnare a casa da un agente. Nell’ approssimarsi si accorse che l’agente che la scortava ebbe a fare come dei segnali convenuti ad altre non identificate persone, e fu costretta indi da costui a salire fin sul pianerottolo e a suonare all’uscio. Si presentò ad aprire il Dina, che nel frattempo si era ivi rifugiato, e fu tratto in arresto. Il giorno dopo la Giovannini si recò in questura per aver notizie di lui, ma invano. Andò allora al comando delle SS tedesche e colà lo rinvenne scambiando con lui qualche parola. Parlò quindi col M., e questi, le disse di essere stato obbligato ad arrestare il Dina perché lo conosceva come ebreo e perché si faceva vedere troppo spesso in giro per Torino. Conclusione: il Dina fu deportato in Germania, Buchenwald ed ivi venne a morte il 25.2.1945 […]. Nello stesso mese di Marzo il M. procedette a numerosi sequestri di denaro contante presso persone sospettate di traffico di valuta estera, e nel breve giro di 26 giorni (dal 3 al 29 Marzo) ebbe liquidata come premio la cospicua somma di lire un milione quarantotto mila settecento lire (1.048.700), come da ricevute allegate in atti (dal foglio 202 al 207 compresi). Al 13 di detto mese si recò, in divisa di ufficiale aviatore, nell’abitazione di Bertino Antonio e, contestandogli di ascoltare radio Londra, lo trasse in arresto e gli sequestrò l’apparecchio, lo tradusse al Nazionale e da lì, con un biglietto di sua firma, lo fece trasferire nella questura, dove fu preso in carico e trattenuto per tre giorni, (foglio 343 processo). Nel settembre del 1944 si trasferì a Cirié insieme con un comando di polizia tedesco ed ivi rimase per un periodo di circa tre mesi (tutto il tempo cioè che detto comando ci si trattenne, alloggiando nella villa di certa Remmert Maria). Vestivano una divisa mimetizzata; fu visto salire sugli automezzi al detto comando ogni volta che partivano per operazioni, aveva nella camera dove dormiva carte con indicazione di tutte le [ill.] di Lanzo e perfino delle montagne occupate dai partigiani; fu visto, infine, interrogare e percuotere, partigiani arrestati (Testi: Remmert; Vallez, Ceresero e Rosay) inoltre il M. durante il precedente suo soggiorno a Cirié, ricevette da Calilero Pietro L. 120.000 mediante sei assegni versati dai familiari di tale Balilero Giovanni arrestato dai tedeschi e trasferito a Torino nella caserma di Corso Stupinigi per essere poi deportato in Germania. Nella prima decade al detto mese settembre, catturò in località “Pian degli Andi” sopra Corio Canavese, il 17 enne Guido Di Costanzo, appartenente ad una formazione partigiana, e lo consegnò ai tedeschi, che lo [ill.] a Cirié. La madre del giovane Bacchini Matilde si recò ivi ad informarsi dell’accaduto e, dal M., fu informata che era stato trovato in possesso di documenti molto compromettenti tale da renderlo passibile alla fucilazione. La povera signora pregò allora il M. di interporre i suoi buoni uffici per salvarlo, ed il M., saputo che la sera sarebbesi recata alla stazione per restituirsi a Torino, le diede colà appuntamento. Avvicinandola dopo averle esternato la sua simpatia detto che da due mesi non avvicinava donne le propose di passare la notte insieme (non sarà inutile ricordare che in quel tempo il marito della Bacchini, Ufficiale dell’esercito in servizio, permanente, trovarsi detenuto quale sospetto appartenente al movimento clandestino di liberazione). La Bacchini sdegnata, rifiutò la proposta. Due giorni tale colloquio, il giovane Di Costanzo venne trasferito da Cirie a Torino, e, quivi, qualche tempo – dopo precisamente il 12 ottobre 1944 – fucilato insieme con altri a titolo di rappresaglia per un preteso attentato a militari germanici nella trattoria “Tre Re” in via Ciurario. Dal settembre 1944 fino all’aprile 1945 non sono emersi [ill.] altri fatti specifici a carico del M., pur rimanendo accertato (deposto Baldi Pieravanti foglio 9 processo) che conduceva una vita sregolata all’albergo Bologna di questa città, sperperando denaro di cui era sempre altamente fornito, con amici e donne di dubbia moralità, non senza vantarsi di svolgere operazioni in favore della sedicente Repubblica Sociale Italiana. Il 10 aprile 1945, conosciuta attraverso dichiarazione di Borgatti (a sua volta informatone dal Ciriello e questi dai Russi e questi ancora da un non indentificato Matteo) la giacenza in via della Rocca 22 di questa città, e nell’abitazione di Antonio Mella, di numero 32 casse ivi trasportate qualche mese prima segretamente dal [ill.] generale Mario Mallano inviò ivi il Borgatti e D’Anna (intep. Concernente come Bianchi) ed altre tre persone le quali, dopo aver aperto una di dette casse, invitarono il depositario, Mella a recarsi da lui nell’albergo Bologna per il mattino del 13. Già in questa stessa mattina il D’Anna insieme con altre erasi recato nella stessa abitazione e qualificatosi agente delle S.S. tedesche aveva [ill.] al porre il fermo su dette casse, perché di proprietà di un israelita e pertanto in contrasto con le disposizioni in materia razziale. A tal fermo il Mella aveva obbiettato di ignorare il contenuto delle casse, e dedotto di averle avute in consegna da certo Rag. Giovanni Grimaldi amministratore del Malvano. Nel giorno fissato il M. ricevette all’albergo Bologna tale detto Grimaldi (ivi convocate dal D’Anna e Borghetti) che il Melle. Al primo (Grimaldi) baloccandosi con una rivoltella, minacciò l’arresto contestandogli che si era prestato al nascondiglio delle casse; al secondo (Mella), che doveva precedere al sequestro delle medesime perché non ne aveva denunciato il possesso. Ed il sabato di quella stessa settimana (14 aprile), il Borgatti, D’Anna, Giriello, Russi ed altro non identificato, asportarono dall’abitazione del Mella le ora dette 32 casse senza formale inventario e senza rilasciare ricevuta, pur informandolo che sarebbero rimaste in Italia per essere poi riconsegnate al Malvano. Le 32 casse contenevano tutto l’arredamento del disfatto appartamento del generale Malvano (biancheria, libri rari, sopramobili, piatti,) ed altri oggetti appartenenti a sua sorella nonché rare collezioni di porcellana di Sassonia, cristalli di Boemia, avori cinesi e giapponesi, porcellane d’Oriente, servizi completi da tavola, caffè e thè; biancheria, oggetti vari, scaldabagno elettrico, per un complessivo valore di svariati milioni di lire. Dopo una prima sosta in un magazzino di via Genova (presso la barriera di Nizza), furono portate nella casa dove il Borgatti conviveva con la sua amante B. Tersilla, furono aperte e gli oggetti sparsi sui mobili e per terra come si fosse trattato di un’esposizione (dichiarazione G. a carte 153). In detta abitazione accedette quindi, il M. con la sua amante G. Domenica cui fece scegliere quanto le piaceva dicendole “Ch’era roba di ebrei e non sapeva che farsene”. La G. scelse tre servizi (uno di piatti l’altro di bicchieri ed un terzo di tazze) che vennero sistemati in 5 casse e trasportate nella di lei casa in via fratelli Carle […]. Aperte le casse la G. rivelò che, in più dei cennati servizi, contenevano due statuette raffiguranti un pastore ed una pastorella. Sopraggiunta qualche giorno dopo (25 aprile) la liberazione ed essendo il B. stato tratto in arresto, la di lui amante B. per impedire che gli oggetti fossero trafugati, lì trasferiti nella casa della sua ex collega di ufficio Gavazzi Lucia assicurandola che le appartenevano legittimamente, non senza pregarla di venderne parte se le fosse capitata qualche buona occasione. […]
Il B., diplomato ragioniere e rappresentante di specialità farmaceutiche, già segnalato dalla Questura repubblicana al capo della Provincia (fol. 74 del processo) come intrigante, spacciatore di cocaina, implicato con altri loschi individui in un processo per ricettazione, proclamata la sedicente R.S.I. fu aggregato all’ufficio prezzi costituito presso la Provincia ed in tale qualità svolse anch’egli una multiforme attività. Pare avesse alle sue dipendenze una vasta rete di persone che per ragioni politiche razziali o semplicemente patrimoniali, potessero interessare la S.S., era in relazione con certo B., avvocato, con lui trafficando per la liberazione di detenuti politici. […] e secondo risulta dal fonogramma 2.2.1944 del Capo della Provincia al Questore, aveva il suo recapito presso la federazione provinciale fascista- In tale sua qualità fu richiamato di accertare se il commerciante ebreo Ernesto Cingoli, avesse occultato nella sua villa di Rubiana stoffe di rilevante valore. Vi si recò unitamente al Brigadiere di P.S. Armando P., ed avuta la presenza della moglie del Cingoli (Vuetto Antonietta) poté reperire, coperte da fascine in una cascina, non lungi dalla villa, numerose pezze di stoffe.
La predetta moglie del Cingoli affermò che tali stoffe erano sue, e non del marito, e le aveva portate via da Torino per sottrarle ai pericoli di eventuali incursioni aeree dopo averle regolarmente denunziate. Tali obbiezioni non furono tenute per buone dal B. il quale procedette a sequestro delle stoffe depositandole in Questura laddove furono oggetto di due successive manomissioni. Al seguito di detto sequestro la Vuetto interessò l’avv. Mario Dal Fiume per rientrare in possesso delle stoffe e fu informata da costui che il Borgatti per restituirle pretendeva centoventi mila lire. Mostratasi un poco incredula, fu invitata dall’avv. A recarsi nel suo studio per ascoltare non vista, ad un colloquio che il detto legale avrebbe avuto col B. Vi si recò, e stando dietro una porta e senza vedere i due interlocutori, intese dal B. ripetere una simile richiesta. Ella però non aderì e dopo qualche tempo, con provvedimento del Capo della Provincia, del 12.5.1944 riebbe restituito le stoffe alla condizione però di venderne parte a prezzo di calmiere per i prodotti tipo e previa esibizione da parte degli acquirenti di buoni d’acquisto rilasciati dall’ufficio vigilanza prezzi. […]
Restano così da esaminare le due ultime imputazioni di aiuto militare al nemico (art. 51 c.p.m.g.), per il M., di aiuto politico al medesimo (art. 58 detto) per il B. Quanto al M., i fatti già indicati a suo carico nella precedente parte della sentenza non possono essere messi in dubbio per le sue parziali negative. Ammette, infatti, di aver condotto con la sua auto, la Giovannini Cesira dal Caffè di via Garibaldi alla Questura, ma nega di aver avuto una qualsiasi parte nell’arresto del di lei fidanzato Dina. Ma a smentirlo vi è la deposizione della Giovannini dichiarante senza incertezza che il giorno successivo, all’albergo Nazionale (sede del comando tedesco), il M. si scusò dell’arresto dicendo di non averlo potuto evitare […].
Quanto all’israelita Dina, la Corte non può riscontare un qualsiasi rapporto di casualità, per gli effetti dell’art. 40 del cod. penale. Fra la sua cattura (opera del M.) e la successiva morte nel tetro campo di Buchenwald ad oltre un anno di distanza. Né l’uno né l’altro episodio pertanto potrebbero costituire ostacolo all’applicazione del provvedimento di clemenza.

Ma la corte, in conformità di quanto espressamente contestato col capo d’imputazione, ritiene che il M. alla collaborazione siasi determinato a scopo di lucro e assicurando quella figura al profittatore del particolare momento politico di cui è esplicito cenno nella relazione al decreto di amnistia. […]
Quanto al B., imputato dell’art. 58 c.p.m.g. la Corte, pur non avendo alcuna esitazione ad affermare che la sua figura […] sul piano morale da quello del M., deve però aggiungere che la sua attività, ai fini della sussistenza del reato ascrittogli, non è stata con definita […] il vaglio del pubblico dibattimento. L’operazione, infatti, ai danni del Cingoli avvenne in dipendenza della sua qualità di addetto all’ufficio provinciale di vigilanza dei prezzi ed in concomitanza ed in concorso di un sottufficiale della questura cui, per coerenza, dovrebbesi estendere la imputazione ove la Corte ritenesse trattarsi operazione di collaborazione al tedesco. Si è accennato che il B. ebbe a farsi delatore del Cingoli, cagionandone l’internamento in Germania, come risulterebbe da una dichiarazione scritta del Fracchia condannato da questa corte alla pena capitale per delazione a carico di numerosi ebrei. Ma nella emergenza degli atti di quel processo, (dalla difesa prodotti in copia), e più ancora per i categorici deposti dei testi Picozzi Alfred e Pitzaris Giovanni, una tale accusa a carico del B. si è dimostrata assolutamente insussistente, nel senso che la denunzia del Cingoli fu opera di certa Rossi uccisa, per tale sua attività spionistica, nel corso della insurrezione. […]


1) Il M. Paolo del delitto p.p dell’art. 51 C.P.M. C. in rel. agli art. D.L.L.L. 27.7.44 n. 159, D.L.L. 22.4.45  n. 142 per avere scopo di lucro in Torino e provincia e collaborato col tedesco occupando in qualità di ufficiale delle S.S italiane e rastrellamenti in Val di Lanzo ed altrove nei quali trovarono la morte molti elementi della resistenza,  procedendo ad arresto di partigiani che seviziava, alla cattura di razza ebraica poscia internati in Germania, nonché e persecuzioni e requisizioni a carico di ebrei civili .

2) B., R., C., D. del delitto p.p. dell’art.  58 C.P. M.G. in relazione all’art.5 D.L.L. 27.7.44 n. 159 I.D.L.L. 22.4.45 n.142 per aver in Torino e provincia a scopo di lucro collaborato con il tedesco invasore svolgendo attività di informatore e partecipando a perquisizioni e requisizioni a carico di civili e di persone di razza ebraica di cui provocarono l’arresto.

3) M., B., R., C. e D.: del delitto p.p. degli art. 629 cap. 1 e 261 n. 7; c.p. 3 D.L.L. 27.7.44 n.159 per essersi in Torino il 10.4.45 e giorni successivi, in concorso tra loro e due altri individui rimasti sconosciuti, ed essendo riuniti minacciato Arbario Nella detentore di 32 casse di vasellame  ed oggetti pregiati di proprietà dell’ebreo Malvano Mario e Grimaldi Giovanni, amministratore della proprietà del Malvano medesimo, ai quali si presentarono come agenti italiani delle S.S. tedesche, di procedere a loro carico quali favoreggiatori di razza ebraica, procurato  un ingiusto profitto del contenuto di diversi milioni delle casse medesime che si fecero consegnare, con danno di rilevante entità per il Malvano valendosi per commettere il fatto, della situazione politica creata dal fascismo, con l’aggravante dell’art. 122 per il M. e il B.  avendo organizzato e diretta la cooperazione al reato;

4) Ballero Tersilia del delitto p.p. dell’art. 81 648,61 n. 7 C.P. per essersi in giorni imprecisati del mese di Aprile, Maggio e Giugno, 1945 con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, al fine di trarre profitto [ill.] acquistare da terzi gli oggetti di proprietà Malvano di cui conosceva l’illecita provenienza;

5) Gaj Domenica del delitto p.p dell’art. 648 C.P. per avere in giorni imprecisati della seconda decade del mese di aprile 1945 ricevuto al fine di trarne profitto, diversi oggetti di proprietà di Malvano conoscendone l’illecita provenienza;

6) Gavazzi Lucia in Milano: del delitto p.p. degli art. 648 C.P. essersi in Torino in giorni imprecisati dei mesi di aprile, maggio e giugno, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso intromessa per fare acquistare un gran numero di oggetti di proprietà Malvano a lei consegnati per la vendita della Bollero Tersilia e di cui conosceva l’illecita provenienza.

7) […] inoltre d’Anna Vincenzo del delitto di cui all’art. 51 C.P.M.G. (5 D.L.L. 27.7.44 n.159) per aver dopo l’8.9.43 collaborato col tedesco invasore e commesso furti diretti a favorire le operazioni militari, partecipando quale brigadiere delle g.n.r. in servizio, presso la U.P.I di Torino, a rastrellamenti con concorso di truppe tedesche e segnatamente a quelle del settembre 1944 a S. Maurizio Canavese, provocando l’uccisione del partigiano De Paoli Vincenzo ed il saccheggio di case.

M. Carlo ad anni diciotto (18) di reclusione per il primo delitto, ridotti ad anni dodici (12), siccome condonati per un terzo a monte dell’art. [ill.] ed anni sei (6) di reclusione e lire seimila di multa per il secondo delitto ridotti ad anni tre (3) e lire tremila a mente dell’art. 8 del decreto, talché la pena da scontarsi effettivamente rimane quella di anni quindici (12+3) di reclusione e lire tremila di multa.

B. Giovanni, ad anni quattro (4) di reclusione e lire quattromila di multa, di cui anni tre (3) e lire tremila condonati, in solido alle spese, il M., alla confisca totale dei beni a vantaggio dello stato.

Anno:
1946

Tribunale:

Corte di Assise di Torino. III Sezione speciale

Presidente:
Naldini Nello

Tipologia di accusa:
Arresto
Estorsione

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio Centrale dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Grazie, Collaborazionisti, b.11.

Bibliografia:

Mario Malvano – Levi, Ricerche sulla costituzione dei bronzi fosforosi, Tipografia Italia, Roma, 1929

Mario Malvano – Levi, I gas asfissianti, Roma, 1924.

Mario Malvano – Levi, Tempra e cementazione dell’acciaio, Hoepli, Milano, 1929

Mario Malvano – Levi, L’organizzazione delle ricerche ed invenzioni, Roma, 1929

Mario Malvano – Levi, Il sistema ternario zinco-piombo-stagno, Tipografia Italia, Roma, 1929