Magrini Paolo

Luogo:

In fatto e in diritto la corte rileva e osserva:

Paolo Magrini, industriale toscano, fascista – come egli afferma – dal 1922 al luglio 1943, ma non aderente né iscritto al P.F.R., già ufficiale di complemento dell’esercito regio, passato quindi nei gradi della M.V.S.N. col grado di capomanipolo e promosso, dopo circa dieci anni, a quello di centurione senza però avere mai prestato servizio effettivo, si trovava dopo l’otto settembre 1943 a Roma dove il capo della polizia Tamburini, al quale si era rivolto per fargli presente la sua situazione familiare avendo la moglie di razza ebraica e il figlio Gianfranco renitente alla leva, gli propose di accettare la carica di questore ausiliario di Modena, carica che lo avrebbe messo al sicuro da eventuali persecuzioni o molestie nazifasciste.

Già in quel tempo era tra i suoi amici più influenti il generale Simoni che fin d’allora stava organizzando un gruppo anti-tedesco in formazione militare e che poi cadde eroicamente alle “Fosse Ardeatine”, unico ufficiale dell’esercito regio alla memoria del quale sia stata concessa la medaglia d’oro al valor partigiano.

Per testimonianza resa in giudizio dal genero di lui, avv. Angeloni […] risulta che, avendo il Magrini successivamente accettato la proposta del Tamburini, il generale Simoni dimostrò di compiacersene affermando trattarsi di persona alla quale si poteva fare sicuro affidamento in quanto “in linea” con lui e con quelli che individualmente già cospiravano per la resistenza all’invasore Tedesco e dicendosi convinto che, come Questore, potesse rendere servizi utili alla causa della liberazione nazionale.

Il Magrini fu nominato Questore il 18 novembre 1943; e il 24 novembre stesso assunse la direzione della questura di Modena restando in carica fino al 1 giugno 1944.

Dal luglio al settembre esercitò funzioni ispettive a Varese e dall’ottobre 1944 al gennaio 1945 fu ispettore generale di P.S. a Milano.

Prima ancora di assumere la carica di Questore di Modena egli aveva cominciato a lavorare col movimento clandestino, dando anche assistenza al “British Movement Service” […] e validamente concorrendo all’opera di salvataggio di prigionieri inglesi fin d’allora iniziata e poi attivamente proseguita, anche nel territorio di Modena, dal gruppo Ferré, di intesa col gruppo “Gasparotto” e con l’avv. Pugliesi. […]

Nel gennaio 1944 era già collegato con le “reti” segrete di informazioni italiane dipendenti dal comando inglese e, mentre esercitava le sue funzioni di Questore a Modena e poi quelle ispettive a Varese e a Milano, segretamente svolgeva un importante, pericoloso lavoro che, proseguito fino al 25 aprile 1945, agevolò molto i progressi dell’Armata alleata. […]

Verso i primi di giugno 1944 il dott. Chiarelli, direttore centrale del Credito Italiano, allora capo di gruppi informativi clandestini, che da molti anni lo conosceva ed era convinto che l’opera sua sarebbe stata utilissima a Milano, ottenne d’intesa con Pizzoni (elemento ormai vicino a Parri e a Cadorna) che il Magrini prendesse contatto con i dirigenti del C.L.N. e anzitutto col maggiore Fornaro, comandante del gruppo “Montezemolo” il quale, pur sapendo che era stato Questore a Modena, lo accolse nel suo gruppo e riconobbe in lui un elemento direttivo di prim’ordine profittandone largamente.

In seguito, negli ultimi mesi del 1944, quando era ispettore a Milano, entrò a far parte della “rete” Nemo del Comandante Elia in diretto rapporto con lo Stato Maggiore italiano e svolse  importanti missioni di carattere informativo fornendo preziose notizie per la zona di Como, (nella quale si pensava che i fascisti avrebbero organizzato una estrema linea di difesa) fece di persona rilievi de luogo e predispose le condizioni mercé le quali il campo di aviazione di Venegono potesse al momento opportuno trovarsi a disposizione degli Alleati per l’atterraggio con apparecchi da trasporto.

Oltre a fornire tali notizie di carattere militare ed altre non meno utili di carattere politico, il Magrini dava informazioni alle organizzazioni della lotta clandestina per la liberazione nazionale su tutto il materiale che poteva essere salvato, cooperando così attivamente ed efficacemente al rifornimento dei magazzini dai quali, al momento del bisogno, le organizzazioni avrebbero potuto attingere per l’equipaggiamento delle bande e delle nuove forze di polizia. […]

L’opera sua, molto apprezzata anche dal dott. Casa (Bora) e dal dott. Arpesani, si rivelò, infine, assai ragguardevole durante l’insurrezione. Infatti già dalle prime ore del 25 aprile 1945, la Questura e le carceri di Milano erano state, col suo concorso, consegnate alle Autorità italiane e alleate in perfetta regola e senza il minimo incidente, rimanendo presidiate da forze di polizia predisposte da lui e comandate dal capitano Fabris. […]

Avvenuta, poi, la liberazione il Magrini continuò a fornire al novo questore Elia preziosi elementi informativi ed organizzativi, assunti dalla profonda sua conoscenza dell’ambiente e tali da agevolare molto l’assolvimento dei compiti affidati alla polizia italiana dagli Alleati a disposizione dei quali rimase fino all’8 agosto 1945. […]

L’8 agosto 1945, a conoscenza di una denuncia formulata a suo carico dalla R. Questura di Modena in relazione alla sua attività di questore ausiliario in quella città, nonché dell’accusa che, nel corso di un procedimento penale a carico del maggiore Gioacchino Lemma, gli era stata mossa, di essere stato il fondatore del famoso “battaglione Caruso”, il Magrini si pose spontaneamente a disposizione dell’Autorità giudiziaria e il 20 agosto venne assicurato alle carceri di Milano.

Fu, così, sottoposto a procedimento penale e, in esito a ordinaria istruzione, venne tratto in giudizio avanti questa Corte per rispondere del reato di collaborazionismo contestatogli come in epigrafe.

Secondo l’imputazione, l’attività collaborazionistica del Magrini si sarebbe iniziata nel territorio di Modena, dove egli esercitò le funzioni di questore ausiliario dal 24 novembre 1943 al 1° giugno 1944 e si sarebbe esaurita in Milano dove egli fu successivamente ispettore di P.S. per la Lombardia fino al gennaio 1945, determinando, così, la competenza di questa Corte a conoscere anche dei fatti a lui attribuiti come questore di Modena.

Va subito rilevato, però, che le risultanze del processo hanno dimostrato del tutto inconsistente l’unico addebito contestato al giudicabile come ispettore generale della P.S. in Milano: quello, cioè, di avere costituito ed organizzato a presidio delle istituzioni nazifasciste, il famoso “Battaglione Caruso”:

Nel periodo luglio-settembre 1944, quando il Magrini ancora esercitava funzioni ispettive a Varese, la situazione della Pubblica sicurezza a Milano stava diventando critica per il moltiplicarsi delle cosiddette “polizie speciali”. Esaminata una tale situazione insieme con l’ex questore della limitrofa provincia di Parma (Roberto Bettini) allora questore a Milano il Magrini che, come lui, era già da tempo in collegamento con gli elementi insurrezionali, pensò di potenziare in Milano una legione territoriale di polizia la quale, essendo bene armata e comprendendo elementi fedeli alla causa partigiana, potesse validamente contrapporsi alla “Muti”.

Il primo nucleo del costituendo reparto si formò, poi, nel novembre dello stesso anno; prese nome IV Battaglione Milano, ed entrarono a farne parte elementi fidati, scelti dallo stesso Magrini, col suddetto intendimento, tra gli effettivi della scuola di polizia di Varese e di Busto. Uno degli ufficiali [ill.], su proposta del Magrini, ad assumere il comando fu il Cap. Fabris, assigniato dal gruppo “Montezemolo”, del quale faceva parte. […]

Fu il capo della Polizia generale Montagna che, ai primi di dicembre, riunito il reparto nel cortile della Questura e passatolo in rivista volle dargli la pomposa denominazione di “Legione Caruso”. Ma da allora il reparto, dominato da due diverse tendenza si divise vistosamente in due gruppi: uno controllato dal Cap. Fabris e fedele alle direttive moderatrici del Magrini al quale il Fabris era legato; l’altro legato al questore (Larice) che aveva reclutato gli elementi per la maggior parte fanatici. […]

Della “Legione” era comandante il colonnello Rotondella che poi se ne allontanò, a quanto afferma il Magrini, essendo stato costretto dal Questore Larice ad agire contro coscienza in occasione del tragico episodio del Campo Giuriati.

Si deve, pertanto, escludere che per la iniziativa nettamente anticollaborazionistica avuta nella costituzione del reparto in parola, il Magrini possa rispondere del delitto a lui contestato.

Quanto agli addebiti mossi al giudicabile in relazione agli atti da lui compiuti nell’esercizio delle sue funzioni di questore ausiliario di Modena, la Corte osserva anzitutto che nella valutazione delle risultanze processuali sui diversi fatti denunciati nel rapporto 22 giugno 1945 dalla Regia Questura di Modena e, in modo particolare nella interpretazione dell’atteggiamento assunto dal Magrini nelle circostanze alle quali si riferiscono le varie accuse a lui contestate, non possa prescindersi dall’opera che contemporaneamente egli andava svolgendo e successivamente ebbe a svolgere a favore del movimento clandestino di resistenza all’invasione tedesca a profitto della causa della liberazione nazionale, così come si è riferito più sopra.

A priori, appare, infatti, inconcepibile che, essendo collegato a cospicui organismi del fronte antifascista e dello stesso Comando alleato, ed avendo assunto la carica di Questore con l’intendimento e con l’impegno di giovare, per quanto egli fosse stato passibile, alla causa partigiana, infrenando o moderando gli eccessi e le tendenze estremiste del nazifascismo, egli abbia potuto deliberatamente e consapevolmente collaborare con il tedesco o con le istituzioni della sedicente repubblica sociale italiana che lo assecondarono nell’attuazione dei suoi piani politici e militari nel territorio invaso.

E’ stato detto […] che a Modena il Magrini non ebbe alcun contatto con i componenti del C.L.N. locale e che […] il suo comportamento non appariva, per alcun indizio, conforme a quello che normalmente assume, o in qualche circostanza finisce per rivelare, chi fa, in politica, il “doppio gioco”.

Si comprende come tutto ciò abbia potuto ingenerare nell’ambiente modenese e, in un primo tempo, il sospetto che il Magrini fosse, come molti alti funzionari della sedicente repubblica in quel tempo, un fervente, zelante e magari anche fazioso questore fascista; ma il suo atteggiamento si spiega considerando che altri più stretti ed impegnativi contatti egli aveva (come si è già riferito) con elementi, gruppi e organismi insurrezionali del nord Italia, attraverso i quali poteva giovare alla causa partigiana anche senza il consenso degli elementi locali e senza venir meno, nei confronti dei suoi dipendenti e collaboratori di ufficio, al rigoroso riserbo impostogli dalla delicatezza e pericolosità del lavoro che segretamente andava svolgendo.

Non è vero, d’altronde, che a Modena egli abbia dato a [ill.] in alcun modo con quali intendimenti avesse assunto la carica di questore, giacché non pochi furono i suoi personali interventi a favore di perseguitati dal nazifascismo, dai quali si sarebbe certamente astenuto se sotto la maschera ufficiale non avesse celato un animo tendenzialmente disposto ad assecondare il movimento cospirativo.

Basti qui ricordare alcuni fra gli episodi dei quali si è avuta notizia al dibattimento.

L’8 dicembre 1943, su denuncia del fascio di Carpi, fu arrestato il marito della signora Menotti Ines […] sotto l’accusa di antifascismo: il Magrini riuscì a farlo liberare pochi giorni dopo e gli fece ottenere il permesso di soggiorno a Como, che allora si rilasciava soltanto ai profughi fascisti.

Ancora nel dicembre 1943, elementi della federazione rinvennero in località poco distante da Modena, merce che l’industriale Orsi Adolfo [ill.] aveva colà decentrato per sottrarla a requisizione da parte dei tedeschi. Il Magrini, pur non avendo mai conosciuto l’Orsi prima di allora, s’interessò a sua richiesta per fargliene ottenere la restituzione e, non senza difficoltà, riuscì nell’intento.

Nella notte del 3 febbraio 1944 venne sorpreso e catturato con altri patrioti, nel convento di San Paolo in Roma, il generale della R. Aeronautica Adriano Monti [ill.] per non avere risposto al bando di presentazione alla autorità nazifascista e fu poi, tradotto dalle carceri di Regina Coeli a quella di Castelfranco Emilia. Il Magrini, informato dai familiari, delle non buone condizioni di salute dell’arrestato, offrì loro la possibilità di farlo ricoverare in una clinica, permise che ivi fosse assistito personalmente dalla moglie e ne ottenne poi la liberazione; tutto ciò facendo per sola affinità d’idee politiche con l’interessato che aveva conosciuto soltanto in quella occasione.

A mezzo del sig. Lehmann, capo interprete del comando germanico di Modena accordò sempre il benestare di quel comando, volta a volta gli richiedeva per la liberazione di patrioti arrestati; e di sua iniziativa si interesso della situazione [?] di altre persone arrestate per antifascismo e per disfattismo.

Offrì la sua protezione all’antifascista Porta, arrestato nell’ottobre del 1943 e poi rilasciato in libertà provvisoria dal prefetto Pansera sulle informazioni da lui stesso fornite non nascondendogli la propria ammirazione per l’attività coraggiosamente svolta come pubblicista e come patriota. […]

Evitò l’arresto del prof. Comel della facoltà di medicina di Modena, perseguitato quale antifascista ed iscritto in un elenco di persone che il Tribunale provinciale aveva comunicato alla Questura perché fossero catturate. […]

Affidò al V. Commissario dott. Cimmino, nel marzo 1944, il difficile e delicato incarico da quel funzionario felicemente espletato, di farsi consegnare dalle S.S. tedesche, certo avv. Grassi, del quale – arrestato a Vignola – si ignorava la sorte, e quando il Cimmino lo ebbe tradotto a Modena ne ordinò la scarcerazione senza preoccuparsi delle proteste che tale ordine avrebbe potuto suscitare da parte del comando germanico.

In altra circostanza, allo stesso dott. Cimmino diede ordine di rilasciare in libertà certo dott. Piccinino arrestato dai carabinieri di Serramazzoni per aver fornito denaro ai partigiani. […]

L’affermazione contenuta nel punto 6 della denuncia che il Magrini avrebbe iniziata la persecuzione degli ebrei e il sequestro dei loro beni mobili, non solo non ha trovato conferma in alcun elemento positivo di prova, ma è stata smentita dalla testimonianza della signora A.[ill.] Riva […] la quale ha riferito che fu proprio il Magrini, quasi all’inizio delle funzioni inerenti a quella carica e precisamente nel febbraio 1944, ad interessarsi della sorte del fratello di lei Fernando, arrestato perché appartenente alla razza ebraica, ottenendone la liberazione dopo appena otto giorni, evitando molestie alla famiglia ed inviando agenti fidati dalla Questura perché lo aiutassero a raccogliere in casse e a riporre in luogo sicuro i preziosi arredi del Tempio israelitico della città.

  1. f) In particolare rilievo è stata posta nel capo d’imputazione, l’accusa mossa al Magrini sul punto 7 della denuncia, di aver provveduto alla costruzione e all’allestimento del campo di concentramento di Fossoli presso Carpi.

Tale accusa appare, infatti, sorretta da due testimonianze raccolte in periodo istruttorio ma non confermate in giudizio: quella dell’ex vice questore De Santis e quella dell’ex commissario di P.S. Taglialatela […] entrambi in stato di arresto e sottoposti a procedimento penale per collaborazionismo quando vennero interrogati, il primo successivamente prosciolto, l’altro tutt’ora detenuto a seguito di condanna per peculato. Essi hanno affermato che fu il Magrini a proporre al ministero la costituzione del Campo; che lo [ill.] poi di vari materiali per attrezzare le ronde di polizia; che si mostrava “feroce” quando avveniva l’evasione dal campo di qualche internato, pretendendo che si desse una lezione con l’ammazzare qualcuno.

Le suddette affermazioni, però, che ad avviso della Corte non meritano [ill.] fede per le particolari circostanze nelle quali furono fatte, sono state rettamente smentite dal capo di gabinetto della questura di Modena, dott. Tedesco, e dal vice commissario di P.S. dott. Dortaletto, già comandante del campo. […]

Per loro testimonianza si è appreso, infatti, che in provincia di Modena esistevano, già da tempo, due campi: uno accorpato dalla P.S. in vicinanza della città; l’altro a Fossoli di Carpi, già istituito, questo, nel 1941 dai tedeschi per rinchiudervi prigionieri inglesi e poi sfollato dopo l’8 settembre 1943. Di ciò informato il Ministero aveva disposto l’allestimento del secondo che pare si prestasse meglio del primo. Il Questore Magrini, senza prendere, a tale riguardo, alcun provvedimento di sua iniziativa, si [ill.] di eseguire l’ordine nel modo migliore, procurando di eliminare l’umidità dal campo con affondamento stratificazioni di pietrisco, installandovi bagni, servizi igienici etc.

Né, contrariamente a quanto afferma il teste dott. Malavasi […] avrebbe potuto agire in modo diverso anche se fosse vero che i tecnici avevano mosso obbiezioni sull’adattabilità del campo, dato che il Ministero aveva già stabilito di istituirlo a i lavori di sistemazione ordinati da esso Magrini consentivano di ovviare alle difficoltà prospettate.

D’altra parte, quando pure un errore di valutazione vi fosse stato al riguardo da parte sua, si dovrebbe escludere che sulla particolare contingenza egli agisse col proposito e con la coscienza di collaborare in un’opera intesa a deprimere la resistenza di chi lottava e cospirava contro il nazifascismo, se non altro perché a quella lotta e a quella cospirazione partecipava segretamente anche lui.

Non pare, poi, rispondente a verità nemmeno l’affermazione che il campo dia stato per ordine del Magrini sguarnito di una parte della sua attrezzatura per completare quella della scuola di Polizia, avendo il dott. Tedesco spiegato che a questa fu destinata e inviata soltanto una eccedenza del materiale di Fossoli.

Ma quel che può escludersi in modo sereno è che il Magrini abbia preteso dai suoi dipendenti un inasprimento inumano della disciplina interna del campo: Il comandante Bortoletti ebbe anzi al riguardo direttive ispirate alla maggiore larghezza; ed attesta che il Magrini mostrava di disinteressarsi dei casi di evasione portati a sua conoscenza nonché dei rilievi che gli venivano fatti sulla insufficienza del personale di sorveglianza; nessun provvedimento prese per far rintracciare cinque internati fuggiti una volta dal campo; e in occasione della Pasqua 1944, egli stesso dispose che fossero messi in libertà tutti gli internati che si trovavano nel campo a disposizione della Questura. […]

  1. H) Della requisizione di automezzi privati […] si occupava normalmente, a quanto informano i testi dott. Tedesco, Santoro e Cimino […] la Prefettura. Comunque non è affatto provato che, di sua iniziativa, altri ne facesse requisire il Magrini per impiegarli in operazioni di polizia; né può farsi carico a lui degli abusi eventualmente compiuti a sua insaputa in materia di requisizioni e sequestri, dal sedicente ing. Bartoli e dal reggente del fascio di Carpi.

Il Bartoli, lo Zamboni e il Fanano, elementi faziosi, violenti e intransigenti erano stati da lui arruolati nelle file della polizia ausiliaria a seguito di pressanti richieste della Federazione locale; e ciò giustifica in certo modo che a tali pressioni egli abbia ceduto con intenti collaborazionistici senza preoccuparsi del pregiudizio che poteva derivare al prestigio di un corpo destinato a funzioni particolarmente delicate e importanti; ma il sospetto cade appena si consideri che ai fini dell’attività clandestina che egli andava seguendo poteva essere più conveniente consentire che, insieme con elementi fidati, certi pericolosi elementi estremisti venivano posti alle sue dipendenze per essere meglio controllati ed eventualmente “neutralizzati” (criterio adottato anche dall’antifascista questore Bettini della limitrofa Parma […]) anziché lasciarli spadroneggiare altrove senza alcun freno. Essi, d’altronde, quando si rivelarono irreducibili ed intollerabili, vennero da lui stesso allontanati ed esonerati.

Sul fatto della scarcerazione che, secondo la denunzia (punto 11) avrebbe disposto il Magrini di alcuni componenti del famigerato gruppo fascista repubblicano Bardi e Pollastrini, tradotti dalle carceri giudiziarie di Roma a quelle di Castelfranco Emilia, nemmeno il dott. Malavasi si è detto esattamente e sicuramente informato […]. Attesta, invece, il dott. Tedesco […] che fu il ministero a comunicare alla Questura l’elenco di quelli che dovevano e furono liberati.

[…]

E’ stato ancora fatto carico al Magrini di avere aspramente rimproverato e licenziato l’autista Barbieri […] per un atto di sabotaggio compiuto nel febbraio 1944 su di un automezzo della questura che avrebbe dovuto essere impiegato in una operazione di polizia in quel di Pavullo, e di avere nello stesso periodo di tempo ordinato l’arresto di certo Oppizio Fabio […] accusato da un biglietto anonimo di essere un partigiano. E’ risultato, però, che al Barbieri, malgrado l’inevitabile licenziamento il Magrini confermò la paga fino allora corrispostagli come se fosse rimasto in servizio e l’Oppizio, temporaneamente internato nel campo di Fossoli, fu per ordine dello stesso Magrini, rilasciato libero insieme con molti altri in occasione della ricorrenza di Pasqua.

L’uno e l’altro episodio stanno a confermare pertanto che il Magrini se non poteva sempre esimersi dal far valere la sua autorità di questore, salvando così le apparenze, non trascurava occasione per dare forza a quello che era il vero suo sentimento e per seguire la sua naturale disposizione a giovare a coloro che tale suo sentimento condividevano.

Nella denuncia […] e nel capo d’imputazione […] si è fatta risalire al Magrini la responsabilità diretta o indiretta di varie operazioni di rastrellamento di elementi partigiani eseguite durante il periodo di esercizio della sua carica di questore, nel territorio della provincia di Modena e altrove.

L’accusa ha ricevuto conferma in periodo istruttorio dalla deposizione del teste De Santis […]; ma questa deposizione non ha potuto essere sottoposta al controllo delle necessarie contestazioni in pubblica udienza; e al dibattimento è stata smentita non solo dalle dichiarazioni dell’imputato, ma anche dalla testimonianza del dott. Tedesco il quale ha escluso […] che rastrellamenti fossero stati ordinati dal Magrini ed eseguiti da reparti di polizia alle sue dipendenze, precisando che tali operazioni venivano disposte e compiute dalla Guardia nazionale repubblicana o dal Comando militare germanico.

[ill.], (sempre a dire del dott. Tedesco che anche su questo punto conferma le dichiarazioni dell’imputato) venne dal Magrini inviata su richiesta del capo della polizia, il quale avrebbe prestato un reparto di almeno 250 uomini, una sola compagnia di 80 allievi della scuola di polizia di Sassuolo per arginare, a quanto sembra, uno sciopero di minatori manifestaosi in quella plaga; ma la compagnia rimase colà inoperosa.

A Montefiorino venne effettivamente eseguita una vera e propria operazione di rastrellamento nel marzo 1944; ma dal verbale di accesso in luogo eseguito dal procuratore del Regno di Modena […] appare che essa venne organizzata e portata a termine dal console della milizia Venturelli in concorso con i tedeschi.

Alla tragica vicenda di Pavullo dove undici disertori vennero fucilati dopo che era stata loro promessa l’impunità, il Questore Magrini rimase del tutto estraneo come ha riconosciuto al dibattimento lo stesso dott. Malavasi. […]

Si è contestato al Magrini il contenuto di una lettera 27 febbraio 1944 a sua firma, indirizzata al Comando della 72 Legione G.N.R. a Modena […] con la quale si invitava quel comando a sollecitamente organizzare ed attuare col massimo impegno, nel capoluogo e nei vari comuni della Provincia, servizi di rastrellamento di elementi disoccupati, turbolenti, ex militari sbandati, disfattisti o sospetti di svolgere attività sovversiva o [ill.] contro il regime repubblicano fascista, avvertendosi che i rastrellati sarebbero stati precettati per l’invio al lavoro in Germania ed intanto tradotti al campo di concentramento di Fossoli.

E’ però risultato che la lettera, pur senza [ill.], faceva riferimento ad analoga circolare del Ministero alla quale il Questore non avrebbe potuto rifiutarsi di dare comunicazione al comando militare che doveva osservarla, senza rivelare le sue contrastanti vedute politiche; né, d’altra parte, è provato che egli si curasse di controllare la effettiva osservanza. […]


Imputato del delitto di cui all’art. 1 comma 2 e comma 3 n.3 D.L. 22.4.1945, in relazione all’articolo 5 D.L. 27.7.1944 n.159, punito dall’art. 58 C.P.M.G. per avere, posteriormente all’8.9.1943 collaborato col tedesco invasore assumendo la carica di questore ausiliario della questura di Modena e di capo della provincia della stessa città, e successivamente di ispettore generale di P.S. per la Lombardia, in detta qualità provvedendo: a) all’inquadramento ed organizzazione di corpi di polizia, fra cui il famoso battaglione “Caruso” avente compiti specifici di lotta antipartigiana; b) all’allestimento ed al funzionamento ed al funzionamento del campo di concentramento di Fossoli; c) a far disporre e a far eseguire, a mezzo di persone di sua fiducia e da lui dipendenti, rastrellamenti ed arresti di elementi partigiani, della resistenza patriottica (alcuni dei quali poi avviati nei campi di concentramento, sono ivi deceduti), in provincia di Mantova ed altrove, talvolta prendendovi parte personalmente; d) a disporre per requisizioni di automezzi privati che venivano adibiti per le operazioni di polizia contro elementi partigiani.

Per questi motivi; la corte, in applicazione dell’articolo 479 capoverso del codice di procedura penale, assolve Magrini Paolo dall’imputazione ascrittagli per non aver commesso il fatto, e ne ordina la liberazione se non detenuto per altra causa.

Anno:
1946

Tribunale:

Corte di assise di Milano, Prima sezione speciale

Presidente:
Marlantonio Luigi

Tipologia di accusa:
Altro

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

Collocazione:

Archivio di Stato di Milano, Corte di assise prima sezione speciale, sentenze 1946, n.71

Bibliografia:

Anna Maria Ori, Fossoli dicembre 1943 – agosto 1944, in Il Libro dei deportati. Volume II. Deportati, deportatori, tempi, luoghi, Mursia, Milano, 2010.

Liliana Picciotto, L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli. 1943-1944, Mondadori, Milano, 2010.