Grini

Luogo:

In seguito all’odierno pubblico dibattimento in contumacia dello imputato, sentiti per ultimi il P.M. ed il difensore. Ritenuto in fatto ed in diritto.

Dall’odierno orale dibattimento è rimasto accertato che l’imputato Grini Mauro Graziadio, ebreo nativo di Trieste, dopo l’8 settembre 1943 si mise al servizio delle SS germaniche in qualità di delatore e persecutore di correligionari e, sino alla data della liberazione, fornito di una tessera con il falso nome di Dr. Manzoni per il permesso di porto di rivoltella, ebbe a compiere le seguenti riprovevoli azioni.

Nel luglio 1944 denunciò e fece deportare in Germania circa quaranta ebrei, che erano internati nel campo di concentramento di Vò Vecchio Padova, e tra i quali si trovavano la sorella, il cognato e la nipote di sette anni di certa Ancona Anita, la quale ha potuto anche riferire come l’imputato, poco tempo dopo, arrestasse personalmente in Venezia tutti i componenti della famiglia Trevi, ad eccezione del Trevi Carlo, asportando dalla loro abitazione oggetti di vestiario e libretti di banca per l’ammontare di parecchie centinaia di migliaia di lire. Il 29 luglio 1944 nell’ospedale civile di Padova arrestò gli ebrei Maestro Guido, Bice, Carlo, Giuli Abramo e certo Parenzo, i quali dopo una breve sosta a Trieste vennero mandati ad Auschwitz, donde non ritornarono. Al riguardo Maestro Vittoria ha confermato il fatto che Giuli Alessandra ha riferito come l’imputato, promettendole la liberazione dello zio Giuli Abramo, già partito per la deportazione, le richiedeva la somma di L. 325000, che non venne sborsata perché ella pretese di pagarla a liberazione avvenuta dello zio. Nel mese di agosto 1944 l’imputato operò altri arresti. Il giorno [ill.] in Trieste in danno del marito di Italia Pisella perché ebreo e perché accusato di partecipare a quel locale Comitato di Liberazione Nazionale. Egli fu deportato e non ritornò. Successivamente in Venezia in danno dell’ex compagno di scuola Miami Bruno, il quale nelle carceri trovò numerosi altri correligionari, i quali concordemente lamentavano di essere stati arrestati e spogliati dei loro beni, ed anche di bauli pieni di vestiario, ad opera del Grini. Il giorno 20 nel ristorante Colombi di Venezia, in danno di Berger Eugenio, Rumpler Adele e Montanari Alberto, rispettivamente genitori e figlio di Montanari Bruno, tutti e tre deportati e non rientrati. Questo ultimo ha pure riferito che in quel periodo trovavasi arrestato anche suo cognato Goldstein Daneo, per la cui liberazione il Grini ebbe invano a chiedere la somma di L. 50000 a certa Nordio Elisabetta, la quale, successivamente arrestata, venne costretta ad indicare al Grini i luoghi, ove erano conservati tutti gli oggetti di valore dei Montanari, che poi furono asportati. Il giorno 23 in danno di Levi Simeone, deportato anche egli e non ritornato, dalla cui abitazione asportò vestiti, gioie, denaro ed una pelliccia. E la collana continua con altri arresti, sempre ad opera dell’imputato, nel corso del mese di settembre 1944. Il giorno 5 in Venezia in danno di Dibriscki Giacomo, che subito dopo il suo arrivo, venne eliminato nel campo di Auschwitz. Poscia in Padova in danno di Sommermann Carlo, deportato e non rientrato, per il quale si fece consegnare dal cognato Roveri Francesco la somma di L. 10000 senza mai passaglierla.

Ancora dopo in Venezia in danno di Macerata Carlo, deportato e non ritornato, dalla cui abitazione esso Grini sottrasse circa centomila lire, gioielli e vestiti, questi ultimi dopo esserli misurati. Infine il giorno 21 in danno di Sereni Aldo, Paolo, Ugo ed Elena, qualche giorno dopo, in danno della loro rispettiva moglie e madre, Giannina Badignora, alla quale prima sottrasse la somma di L. 30000 precedentemente richiesta per la liberazione del marito. Tutta la famiglia Sereni è stata deportata in Germania, dalla quale è ritornato solamente l’odierno teste Sereni Paolo. E la teoria degli arresti, ad opera dell’imputato, non si ferma. Il 12 ottobre 1944 arrestò in Venezia certa Margherita Gruenwold Levi, la quale prima di essere inviata in Germania donde non si è fatta più viva, fu dovuta ricoverare in ospedale per le gravi ferite riportate durante gli interrogatori. Dalla sua abitazione presso Gerardi Enrico il Grini asportò subito un vestito da uomo e vari capi di biancheria. Il 6 novembre 1944 nell’ospedale civile di Conegliano Veneto, arrestò Davide e Stefania Ross con altri due ebrei, tutti e quattro deportati e deceduti in Germania. Il 20 dicembre 1944 fece arrestare in Milano la Pesaro Ada, alla quale asportò via oggetti di oro, denaro e titoli di Stato. Il giorno dopo le portò via la macchina fotografica ed altri oggetti, e provocò l’arresto di Alfio La Rosa, il quale, abitando nella casa della Pesaro, aveva tentato di protestare contro le asportazioni. Ancora dopo si recò ad arrestare la Pesaro Elsa, cui tolse cinquecento lire del mensile datole dal datore di lavoro. Le due Pesaro non furono portate oltre il campo di concentramento di Bolzano, dal quale sono tornate, mentre il La Rosa è morto in Germania. Infine in Milano il 4 febbraio 1945 arrestò Goldschmidt Enrico, che fortunatamente ha fatto ritorno dalla Germania. Queste le azioni nefande del Grini, che sono rimaste accertate. Accanto ad esse se ne profilano numerose altre dello stesso genere, che sono rimaste non identificate o perché le vittime non sono ritornate o perché sono mancate le indagini presso i parenti. Certo è che tutti i testimoni sentiti hanno fatto cenno, quasi unanimemente, a diverse altre centinaia di persone di razza ebraica, colpite dalla attività indicatrice e spionistica del Grini, che alla Corte è apparsa più unica che rara. Basti dire che egli non ha risparmiato né gli ammalati negli ospedali né i ricoverati nei manicomi, né i compagni di scuola né i benefattori. E sebbene in generale facesse procedere agli arresti dai militari tedeschi, non pochi sono i casi nei quali ha agito personalmente. Infine non si risparmiava dal presenziare agli interrogatori delle vittime, anche quando i sistemi delle domande non erano scevri dalle violenze anche gravi. Circa lo scopo di lucro, a parte la naturale osservazione che di tale attività egli ne aveva fatto l’unico suo mestiere, vi è la concorde dichiarazione di tutti i testi di avere sentito fra i compagni di sventura che, oltre ad un lauto compenso fisso, egli percepisse dei premi vistosi per ciascun ebreo che faceva prendere. E questo corrisponde anche a quanto egli stesso, forse in momenti di sconforto, ebbe a dichiarare a qualche correligionario come a giustificare il suo operato. Vi è di più. Lo scopo di lucro è ancora più evidente ove si rifletta alle continue, immancabili spoliazioni, che o da solo o cono i tedeschi egli compiva sempre in danno di tutte le vittime ed immediatamente dopo il loro arresto. Ciò premesso, non vi è dubbio che in tutta l’attività, come sopra dall’imputato svolta, e principalmente nel fatto di essersi messo a servizio della Gestapo tedesca si debbano riscontrare tutti gli estremi del reato di collaborazione punibile ai sensi dello art. 54 cod. pen. mil. guerra a parte la prima. La sua intelligenza con il nemico ha inoltre provocato danni gravi non solo allo Stato, ma anche ai cittadini, onde la pena deve essere quella capitale. In ordine alle altre imputazioni, la Corte osserva che i fatti ascritti sono rimasti tutti provati e che, essendo essi conseguenza di un unico disegno criminoso, costituiscono, in luogo dei singoli reati richiesti, un unico debito di truffa continuata quali di cui ai capi c) d) ed e) ed un unico delitto di furto continuato quelli di cui ai capi f) ed h) esclusa per tutti e due i reati l’aggravante di cui al N. 1 dell’art. 61 C.P. Le pene per tali risultano eque nella misura di anni quattro di reclusione e lire quattrocentomila di multa per la truffa continuata e di anni cinque di reclusione e lire cinquemila di multa per il furto continuato. A mente degli art. 73 e 174 cod. pen. L’indulto di tre anni, di cui al D.P. 22 giugno 1946 n. 4 si applica sulle pene cumulate, onde il condono risulta di soli tre anni e della intera pena pecuniaria. Il residuo di anni 6 di reclusione non va però pronunciato essendo preminente su di esse la pena capitale inflitta per il collaborazionismo, al riguardo del quale si osserva che le due distinte imputazioni derivate dalla unione dei due processi, vanno fuse in una sola. E poiché i beni dei Grini sono stati agevolati nella loro formazione e conservazione dalla sua azione delittuosa di collaboratore con il tedesco invasore, la Corte ritiene di doverli confiscare. La condanna a pena capitale dovendo essere pubblicata per la Corte giudica di ordinarne la pubblicazione una sola volta sui giornali Corriere della Sera ed Avanti. Il risarcimento dei danni è dovuto alla Pesaro Ada che si è costituita parte civile e che ha diritto a vedersi rimborsata le spese di costituzione e di assistenza legale, che si stima equo di liquidare in lire diecimila, in queste compreso l’onorario di difesa.


Imputato: a) del reato di cui agli art. 1 D.L.L. 22.4.45 n.142 e 5 D.L.L. 27.4.44 n.159 54 C.P.M.G. per avere posteriormente all’8.9.1943 in qualità di informatore stipendiato alle dipendenze delle SS germaniche, in Trieste, Venezia, Milano ed altre località dell’Italia Settentrionale tradito la fedeltà e la difesa militare dello Stato, facendo arrestare dalle SS predette numerosi ebrei, a scopo di lucro, depredando inoltre taluni di essi.

b) del reato previsto dall’art. 1 n.2 del proclama n. 5 del G.M.A. per la Venezia Giulia, in relazione allo art. 54 C.P.M.G., per avere, dopo l’8.9.1943 a Trieste e in altre località italiane, per favorire il nemico, tenuto con esso intelligenza, mantenendosi al servizio delle SS quale identificatore e delator di ebrei e interprete, e così identificando denunciando ed arrestando personalmente, in concorso coi militari tedeschi, molte centinaia di ebrei, tutti, salvo rare eccezioni, deportati nei campi di concentramento della Germania e della Polonia, in cui hanno trovato la morte, e denunciando inoltre alle autorità nazifasciste, quale favoreggiatore di ebrei, il signor Carlo Struckel.

c) del reato previsto dall’art. 640, 61. N. 1, 5, 9, C.P. per avere indotto con raggiri il Dr. Francesco Roveri a consegnarli la somma di l. 10000 asseritamente destinata a tale Sommermann Carlo, appropriandosene e traendo così ingiusto profitto, con danno altrui;

d) del reato previsto dall’art. 640, 61. N. 1, 5, 9, C.P. per avere tentato di indurre con raggiri la signorina Nordio Elisabetta a versargli la somma di l. 50000 con la promessa di far liberare tale Goldstin Daneo

e) del reato previsto dall’art. 640, 61. N. 1, 3, 9, C.P. per avere tentato di indurre con raggiri Giuli Alessandro a versargli una somma superiore alle l. 300000, con la promessa di far liberare tale Giuli Abramo

f) del delitto previsto dall’art. 624, 61. N. 1, 3, 9, C.P. per essersi impossessato a Venezia nell’anno 1944 nello appartamento di tale Gerardi Enrico, di oggetti di biancheria di proprietà di tale Margherita Gruenwald Levi

h) del reato previsto dall’art. 624, 61. N. 1, 3, 9, C.P. per essersi appropriato nel 1944 a Venezia nell’appartamento dell’Avv. Contini di oggetti di vestiario, gioie e danaro di proprietà della propria vittima Levi Simeone.

Per questi motivi letti ed applicato gli art. 483 e 466 C.P.P. dichiara Grini Mauro Graziadio colpevole dei reati ascrittigli in epigrafe, unificate le due distinte imputazioni di collaborazionismo, e lo condanna alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena, assorbita in detta pena quelle detentive e pecuniarie inflitte per gli altri reati come in motivazione. Ordina la confisca totale dei beni del Grini e la pubblicazione per estratto della presente sentenza sui giornali il Nuovo Corriere della Sera e l’Avanti.

Condanna il Grini al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede in favore della parte civile Pesaro Anna ed alle spese relative di costituzione e di assistenza, che si liquidano in complessive lire diecimila.

Anno:
1947

Tribunale:

Corte di Assise di Milano. V Sezione speciale

Presidente:
Marano Matteo

Tipologia di accusa:
Delazione
Arresto
Estorsione

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio Centrale dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Grazie, Collaborazionisti, b.45.

Bibliografia:

Roberto Curci, Via San Nicolò 30. Traditori e traditi nella Trieste nazista, Il Mulino, Bologna, 2015.

Mimmo Franzinelli, Delatori. spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista, Mondadori, Milano, 2001.

Simon Levis Sullam, Purezza e pericolo nella guerra civile italiana (1943-1945): la persecuzione degli ebrei a Venezia, in “Acta Histriae”, 23, 2015, 1.

Simon Levis Sullam, Carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945, Feltrinelli, Milano, 2015.

Giuseppe Mayda, Storia della deportazione dall’Italia. Militari, ebrei e politici nei Lager del Terzo Reich, Bollati Boringhieri, Torino, 2002.

Gualtiero Tramballi, Il Kapò di Trieste, in “Epoca”, 10.3.1976.