G. Nella

Luogo:

Per sottrarsi alle persecuzioni razziali, d’intesa con Bartolini Alessandro, impiegato all’ufficio registrazione dell’arcispedale di S. Maria  Nuova, nel dicembre 1944 ottennero sotto falso nome il ricovero nello stabilimento di Careggi i coniugi Alberto Orvieto e Margherita Cantoni, i rispettivi genero e figlia Alberto Rossi e Anna Orvieto e la figliuola di costoro, Gabriella.

L’Orvieto, [ill.] nel pomeriggio del giorno 15 da due, che, pur non essendosi qualificati, pretendevano di indagare sulla identità di lui, esternò i suoi timori al Rossi. I due quindi decisero di abbandonare l’ospedale e di rifugiarsi in casa dell’amico ragioniere Enzo Barbieri in via Alamanni n.17, il che fu fatto il giorno seguente. La mattina del 17 poi si recarono all’ospedale, per ritirare 50.000 lire depositatevi dall’Orvieto, la cugina del Rossi, Emma Levi in Ambrosi, ed il fratello di lei, Giulio. La somma fu consegnata loro dal depositario Bartolini, il quale avendo notato che la dattilografa dell’ufficio, [G.] Nella, era a confabulare nel vicolo con due persone dall’aspetto equivoco, non mancò di mettere in guardia la Levi con la frase “l’aria è torbida”.

I timori del Bartolini purtroppo erano fondati perché dopo circa un quarto d’ora dall’arrivo nella casa di via Alamannni della Levi del Rossi Giulio fu bussato alla porta ed alla signora Rossi, che si recò ad aprire, si presentarono con la rivoltella in pugno due ceffi, qualificatisi per [L.]  e per Franco, i quali, dopo aver affermato di appartenere alla polizia, chiesero la consegna delle 50.000 lire ritirate dal Bartolini, e d’una pelliccia di valore, di pertinenza della signora Orvieto, perquisirono le valigie dei malcapitati e ne raccolsero il contenuto, costituito da oggetti di valore e da numerosi fogli da mille, la maggior parte dei quali si misero in tasca. Il Rossi, evidentemente per conquistare la benevolenza, offrì loro la colazione, ed i due, divenuti, dopo aver mangiato, più espansivi e convinti dal Rossi che, anziché consegnare tutta quella grazia di Dio al loro ufficio, avrebbero fatto meglio a tenerla per loro, permisero alla moglie, alla figlia, al fratello ed alla Levi di squagliarsi ed in un secondo momento fecero osservare al Rossi medesimo che, per giustificarsi presso i loro superiori, avrebbero condotto con loro semplicemente i coniugi Orvieto, al sicuro per la loro età da qualsiasi offesa. Infatti i vecchi furono consegnati al comandante delle SS italiane e da lui alle SS tedesche, che li spedirono in Polonia, dove poi furono messi in campo di concentramento.

Il [L.] il giorno di poi si recò dalla Levi e pretese, per averla salvata, altro denaro, e non mancò di consigliare al Rossi di rifugiarsi di nuovo in ospedale (consiglio che fu seguito per difetto [ill.] di un rifugio più sicuro), né di riferirli spesso al fine di non perdere di vista una fonte di lauti guadagni. Ma i Rossi dopo circa quindici giorni potettero fuggire a Roma.

Il Bartolini, avuto notizia della cattura dei disgraziati vecchi, comprese subito che i due criminali, che li avevano catturati, altri non erano se non quelli che avevano parlato con la [G.] durante la visita della Levi all’ospedale, tanto più che essa [G.] conosceva del deposito presso di lui fatto delle 50.000 lire ed aveva avuto agio di osservare la pelliccia indossata dalla disgraziata Orvieto. Pregò pertanto il collega d’ufficio Parrini di appurare la verità dalla [G.] stessa e costei, [ill.] interrogata dal Parini, ammise di essere in rapporti con persone che le facevano guadagnare denaro e spiegò di aver ricevuto da loro un premio considerevole per averli coadiuvati in una operazione di sequestro di stoffe in territorio di Pontassieve. Più esplicita ancora si mostrò la [G.] col Bartolini, che, dopo la liberazione, quando cioè non vi erano più a temere rappresaglie, l’aveva affrontata in strada accusandola apertamente di aver con la sua delazione provocata la cattura degli Orvieto. Ella alloro si mostrò dolente assicurando di aver creduto che il suo fidanzato, Luciano [L.], e il Franco, che apparteneva alle SS, coi quali aveva parlato quel giorno nei viali dell’ospedale, si sarebbero limitati a rapinare gli ebrei ed a dividere il bottino, facendone parte a lei, che, essendo giovane, aveva bisogno di denaro.

Il 2 ottobre 1945 il Rossi denunziò la Gheradi, il [L.] (deceduto da oltre un anno) e il Franco (che fino a questo momento non è stato possibile identificare).

La [G.], interrogata dall’autorità di P.S., ammise di essere stata a conoscenza del ricovero dei cinque ebrei sotto falso nome, ammise di aver notata indosso alla signora Orvieto la pelliccia, di cui i due avevano insieme con la somma, già depositata presso il Bartolini, reclamando la consegna non appena entrati nella casa di via Alamanni, ammise di aver saputo di tale deposito di denaro e della partenza dei cinque dall’ospedale ed ammise finalmente di aver tutto ciò confidato al [L.], ma, pur non escludendo che avesse potuto parlarne al [L.] ed al Franco, che essa conosceva appartenere alle SS, il giorno in cui la Levi erasi presentata all’ospedale, evidentemente spaventata dalle illazione, che si sarebbero potuto trarne a suo carico, tentò di far credere che le varie confidenze rimandassero ad epoche diverse ed imprecisate, ritrattando parzialmente così la confessione resa al Bartolini di aver di tutto informato i due criminali, convinta che si sarebbero limitati alla sola rapina. Non osò peraltro negare di aver ricevute dal [L.] seimila lire, di cui tremila per il sequestro di stoffe in quel di Pontassieve, del quale aveva parlato al Parrini e nel quale forse potrebbe ravvisarsi altra rapina, e altrettante per “l’affare” degli ebrei, come lei si esprimeva, nel quale, a quanto le aveva detto il [L.], egli avrebbe guadagnato solo duemila lire.

Innanzi al P. G. poi, pur confermando le dichiarazione rese in Questura, pretese far credere di aver fatto quelle confidenze al [L.] ingenuamente, di aver ignorato che costui avesse contatti coll’infame corpo di polizia detto delle SS, di aver ricevuto del denaro a titolo di regalo e non di compenso per le informazioni fornite e, per giustificare la parziale ritrattazione delle precedenti confessioni, le attribuì alla invadenza del Rossi, presente all’interrogatorio in Questura.

Finalmente in dibattimento, dopo matura riflessione o, più probabilmente, in seguito a consigli ricevuti, ha sostenuto per la prima volta di aver saputo del deposito delle 50.000 lire e di averne parlato al [L.] quando già la rapina era stata consumata.

Ma siffatte meschine escogitazioni difensive sono state frustrate, quanto all’intervento del Rossi all’interrogatorio, dal teste Fontani, brigadiere di P.S., e, quanto all’epoca della [ill.] del deposito dai testi [ill.] e Bartolini, per discreditare il quale la difesa non ha trovato di meglio che una divergenza di dettaglio fra la deposizione di lui, che aveva dichiarato aver appreso dal collega Parrini che la [G.] spiava e riferiva a fini di lucro, e quella di quest’ultimo, che aveva dichiarato di aver desunto dalle ammissioni di lei che compensi le venivano corrisposti per le informazioni che forniva.

E’ certo che a commettere la rapina furono il [L.] ed il Franco, è certo che il Franco almeno apparteneva alle SS e che la [G.] lo sapeva, è certo he costei sapeva del deposito delle 50.000 lire e dell’esistenza della pellicci e che del denaro e dell’indumento i rapinatori reclamarono la consegna non appena giunti nella casa di via Alamanni, è certo che la [G.] parlò con i due quando la Levi era ancora nell’ospedale per ritirare il denaro, è certo altresì che dopo pochi minuti dall’arrivo della Levi nella suddetta casa, vi giunsero i due scellerati e tutto ciò basterebbe a provare il concorso della [G.] nel delitto anche in mancanza della esplicita confessione resa da lei al Bartolini ed all’autorità di P.S.

Il reato è di speciale gravità perché la [G.] sapeva che le SS, le quali avevano instaurato in città un regime di terrore, e non sempre si limitavano all’apprensione di danaro e di oggetti, avevano principalmente il compito di catturare, con le conseguenze atroci che tutti sanno, gli infelici che cadevano nelle loro mani.

Non concorrono pertanto le attenuanti generiche, invocate dalla difesa, e tantomeno quelle derivanti dalla minima partecipazione nella preparazione ed esecuzione del reato, anche richiesta, in quanto non può ritenersi minima una partecipazione indispensabile alla consumazione del reato, né infine l’altra richiesta dell’attenuante, di cui al capoverso dell’art. 116, in quanto la [G.] non volle certamente un reato meno grave della rapina contestatale.

Pena adeguata, pur tenendo conto dei buoni precedenti e della giovinezza dell’imputata, si ravvisa quello di anni sei di reclusione e di seimila lire di multa, che va aumentata di un tezo per l’aggravante di cui al capov. N.1 dell’art. 628, che si comunica alla Gheradi.

Per [ill.] a carico di costei non si è raggiunta la prova dell’altro reato. Ella, come si è già osservato, poteva agevolmente prevederne la consumazione, non ignorando la qualità di ebrei delle persone prese di mira e quella di agente delle SS di almeno uno dei rapinatori, ma prevedere non equivale a volere. Ella non mirava che alla spartizione del bottino ed è perfettamente verosimile in lei la credenza che i due si sarebbero limitati, facendo, s’intende, valere le loro qualità, a depredare le loro vittime.

Conseguenze della condanna saranno l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e le spese.


Imputata

a) di collaborazionismo ai sensi dell’art. 5 D.L.L. 27.7.1944 n.159 ed art. 58 C.P.M.G. per avere favorito i piani politici del tedesco invasore cagionando fra l’altro – in concorso dei militi della SS la cattura di Orvieto Alberto, rabbino Capo di Comunità israelitica, e della di lui moglie, nonché l’asportazione di danari e [ill.] in danno dell’Orvieto e di congiunti dello stesso, di valori ingente, commesso con violenza e minaccia ed in più persone riunite.

b) di concorso in rapina per avere, nelle stesse circostanze di tempo e di luogo, fornito alle SS indicazioni dirette a far si che le stesse, mediante minacce ed in numero di più persone armate, s’impossessassero, in danno delle famiglie Levi, di ingenti somme e preziosi – art. 628 n.1 e 110 c.p.

 

P.Q.M. La Corte dichiara [G.] Nella colpevole del concorso in rapina a lei ascritto.

Letti gli art. 29, 628 C.P., 488 C.P.P.

La condanna alla pena della reclusione per la durata di anni otto ed alla multa per l’importo di lire ottomila, alla interdizione perpetua dai pubblici uffici ed al pagamento delle spese processuali nonché di quelle occorse il mantenimento durante la custodia preventiva.

Letto l’art. 479 C.P.P.

Assolve la stessa [G.] dal collaborazionismo a lei attribuito per insufficienza di prove.

Anno:
1946

Tribunale:

Corte d’Assise Straordinaria di Firenze

Presidente:
Moscati Francesco

Tipologia di accusa:
Delazione

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio di Stato di Firenze