C. Pietro

Luogo:

Dalle numerose imputazioni che sono fatte a C.  due sono particolarmente gravi: quella d’avere commesso nel rastrellamento eseguito dai nazi-fascisti nel comune di Marzabotto il 28-29 settembre 1944, nel quale trovarono la morte circa duemila persone e vennero devastati e bruciati 200 poderi, e quella di avere il 5 agosto 1944 in Tolè di Vergato, maltrattato e percosso quattro partigiani catturati dei tedeschi, inducendo il [illeggibile] germanico che comandava il reparto di Tolè di decidere la loro fucilazione; di avere obbligato gli stessi a scavarsi le fosse e d’avere assistito all’uccisione di tre di loro. Per quanto riguarda la prima imputazione il C.  la respinge e recisamente, dicendo che quando il tragico rastrellamento era stato eseguito egli si trovava a Bologna e che non aveva mai saputo che i tedeschi avessero [illeggibile] d’effettuarlo. Che il 28 settembre dello scorso anno l’imputato si trovasse a Bologna lo si può dare per ammesso; lo ha affermato una teste, la quale ha precisato che ricordava con sicurezza la circostanza in quanto il C.  aveva festeggiato, in tal giorno, il suo compleanno; senonchè l’alibi, se così lo si può chiamare, avrebbe ben poca importanza perché l’accusa che si muove all’imputato non è già quella d’avere partecipato materialmente al rastrellamento, effettuato da due divisione di SS germaniche, bensì quella d’averlo organizzato e predisposto d’accordo col comando tedesco. Tale circostanza è stata affermata dal teste Rosti Fernando il quale ha detto d’aver appreso da un sotto-ufficiale germanico che il rastrellamento nera stato deciso dal comando tedesco d’accordo col fascio di Vergato del quale era, appunto, reggente il C.  (il Rosti aveva perduto, in quella feroce rappresaglia, la moglie, due fratelli, una sorella, la nipote e la cognata). Ora, se vi sono, a carico dell’imputato, degli elementi di indole congetturale, sia per la carica che ricopriva, sia per lo [illeggibile] col quale, come si vedrà in seguito, collaborava coi comandi tedeschi, non si ha una prova sicura e tranquillante della sua partecipazione, anche soltanto morale, a quella nefanda [illeggibile] nella quale furono trucidati tanti innocenti, per la maggior parte donne e bambini. Resta però a suo disdoro che, anche dopo che i tedeschi si erano macchiati di tanta infamia, restò un loro collaboratore.

 

Per quanto riguarda l’episodio di Tolè il C.  dà la seguente versione: in uno dei primi giorni di agosto dello scorso anno s’era recato, in automobile, a Tolè per procurarsi delle bottiglie di vino che occorrevano per una cena che ufficiali della g.n.r. volevano fare a Castel d’Aiano. A Tolè si era sentito chiamare, per cognome, da una ragazza accompagnata da un [illeggibile] s’era avvicinato, ma il milite germanico l’aveva mandato via con modi brutali. Dopo qualche minuto, [illeggibile] alcune faccende, era risalito in automobile per tornare poi a Castel d’Aiano (con lui era il tenente Stagni) quando compare il soldato tedesco, che prima era con la ragazza, e che li fece andare al comando germanico. Appena entrato udì delle voci che, in tono, d’implorazione, chiamavano “C. ! C. !. Il comandante (primo tenente) disse loro che avevano catturato quattro partigiani armati e che, se lo avessero voluto, avrebbero potuto interrogarli prima che fossero fucilati. Accettò d’interrogarli per accertare se realmente fossero stati catturati armati e per cercare di fare qualche cosa in loro favore. Gli furono condotti [illeggibile] due giovani, i fratelli Angelo e Antonio Benassi, i quali confermarono d’essere stati trovati dai tedeschi in possesso di pistole e di bombe a mano. Le [illeggibile] per la loro dabbenaggine, quindi disse al tenente tedesco, per mezzo dell’interprete, che si trattava di due disgraziati; che li lasciasse perdere e che li mandasse in un campo di concentramento, al che il tenente gli rispose chiedendogli se conosceva la legge, quindi, in atto di disprezzo, diede un colpetto sul naso ai due giovani, e poiché uno di questi aveva avuto uno scatto d’ira mal represso, il tenente aveva colpito con manrovesci e pugni, mentre che un soldato germanico percuoteva brutalmente l’altro giovane. Furono quindi ricondotti nella cella e fu fatto entrare un altro giovane, Lolli Luigi, il quale ammise anche lui d’essere stato catturato armato e aggiunse che era sua intenzione di consegnare le armi ad esso C. , a Vergato, e che l’avrebbe fatto senz’altro se non lo avessero catturato. Visto che il tenente tedesco dava segni d’impazienza, esso C.  s’era [illeggibile] e, attraversato il cortile, [illeggibile] recato nell’ambiente ove [illeggibile] il quarto partigiano Lelli Mario, sorvegliato da una sentinella; gli disse [illeggibile] che per voi si mette male, perché i tedeschi [illeggibile] fucileranno; prova a dire qualcosa, a dare qualche informazione, in modo da potersi salvare; inventa qualche cosa perché si possa guadagnar tempo >> ma il giovane rispose che non sapeva niente e si ostinò a non dire nulla. Lo lasciò e tornò nella saletta: poco dopo sentì delle grida disperate: “C. ! C. !” e vide che i quattro partigiani venivano fatti salire su di un camion e condotti via. Alla sera, alla casa di Castel d’Aiano, aveva appreso dal comandante tedesco di Tolè che tre partigiani erano stati fucilati e che il quarto, Lelli Mario, era riuscito a salvarsi con la fuga, il che gli aveva fatto piacere sia per quel pauroso ragazzo, sia perché, così, restava un testimone di quella tragica vicenda.

Il testimone è restato, ma ha dato una versione del fatto ben differente da quella data dall’imputato! Ha detto il Lolli che strada facendo, dopo la cattura i soldati tedeschi avevano fatto loro capire che sarebbero stati mandati a lavorare oltre il Po; che quando poi, a Tolè, avevano visto il C.  avranno pensato che costui avrebbe cercato di alleviare la loro posizione ma che ben presto constatarono che, definendoli come colpevoli, reclamava invece la loro immediata condanna a morte, insistendo perché, frattanto, fossero percossi o torturati. Dopo tre ore di bastonate, di calci, di scherni, alle ore 16 erano stati trasportati su di un poggio poco distante denominato Sassoletti. Quivi giunti, il C.  aveva loro imposto di scavare delle fosse, nelle quali ben tre volte erano stati fatti distendere per prendere le misure, quindi, alle 16:45, dopo aver guardato l’orologio, aveva detto queste testuali parole:

 

“Sbrigatevi, che alle 5 debbo essere a Vergato e prima voglio vedervi sepolti”. Vistisi ormai perduti, tentarono l’ultima via di scampo; gettarono i picconi sui loro carnefici e si diedero alla fuga; il C.  e i tedeschi fecero fuoco; egli riuscì miracolosamente a salvarsi; suo fratello ed i due Benassi, caddero fulminati.

Quale delle due versioni risponde a verità? La Corte non esita a rispondere: quella del Lolli, e ciò per le seguenti ragioni: il Lolli non aveva alcuna ragione di rancore verso il C. , come lo stesso imputato ha riconosciuto; non appena l’aveva visto, l’aveva chiamato in tono di implorazione. Quindi se il C.  avesse fatto realmente quanto afferma per cercare di salvarlo, insieme agli altri 3, il teste avrebbe dovuto avere per lui della gratitudine, e non dell’odio, ed invece l’ha accusato spietatamente, e nell’accusa ha persistito nel dibattimento, senza la minima esitazione, pur piangendo al ricordo della tragica scena, della quale ha ricordato dettagliatamente i particolari ed anzi due nuovi ne ha aggiunti. Quando comparve il C.  innanzi a noi, egli ha detto, mio fratello Luigi mi tese la mano, ma costui, invece di stringergliela gli gridò che era un delinquente e lo percosse brutalmente in faccia. Mentre venivano seviziati dai soldati tedeschi, il C.  disse loro in tono ironico: “Aspettavate gli inglesi vero? Ma non sono arrivati!” a questo punto il Lolli si è alzato in piedi, ha puntato il dito verso l’imputato ed ha gridato con voce fremente: “Hai visto, vigliacco, che sono arrivati!” prorompendo così in una invettiva che aveva tutti i caratteri della spontaneità e del verace risentimento.

Una domanda poi sorge spontanea: per quale ragione il Lolli, che pur aveva invocato l’arresto del C.  si sarebbe rifiutato di eseguire il consiglio da questi datogli di fingere di voler fare delle rivelazioni per guadagnar tempo, se realmente tale consiglio gli fosse stato dato?

Per contro lui si spiega come il C. , se anche non aveva ragioni speciali di rancore verso i Lolli e i Benassi, si mostrasse spietato verso i partigiani che secondo gli ordini del cosiddetto governo repubblicano dovevano essere senz’altro uccisi perché catturati armati. E tanto più lo si spiega quando si consideri che il C.  s’era mostrato, precedentemente, violento e poco umano verso persone che erano semplicemente sospettate d’essere avverse ai nazi-fascisti, ma ad esempio Maurizio Sonnino del quale si parlerà in prosieguo.

La deposizione del Lolli Mario è poi confortata da quella resa da Balugani Teresa e da Pasini Ernesto e dalle dichiarazioni di Lolli Maria.

La Balugani, madre dei fratelli Antonio ed Angelo Benassi, ha deposto di aver appreso da un comando tedesco che i suoi due figli non sarebbero stati fucilati, ma sarebbero stati rinviati a lavorare in Germania, se il C.  non ne avesse pretesa lui la fucilazione.

Ugual cosa ha dichiarato il Pasini, precisando di averla appresa da un interprete tedesco; ha soggiunto che il C.  l’aveva percosso e minacciato di morte perché aveva palesato ad altri quanto aveva appreso dall’interprete germanico, e l’imputato ha ammesso di aver dato effettivamente degli schiaffi al Pasini per la ragione sopra indicata.

Di speciale gravità sono le accuse mosse al C.  dalla Lolli Maria con due denunzie da lei firmate. Essa non è comparsa a un dibattimento perché ammalata piuttosto gravemente, ma il di lei fratello Mario ha riferito quanto aveva atteso da lei, ed il p.m., in seguito a ciò, ha rinunziato alla sua audizione.

 

La Lolli Maria, che si trovava casualmente a Tolè quando furono catturati i suoi fratelli, era la ragazza che si trovava col soldato tedesco, che aveva chiamato il C. , il quale, però non l’aveva potuto avvicinare perché il soldato glie lo aveva impedito. Afferma l’imputato che successivamente non l’anno vista più; sosteneva invece la ragazza che era stata arrestata, perché accusata d’essere in rapporti coi partigiani, e che il C. , per indurla a confessare, l’aveva minacciata di farla fucilare; l’aveva condotta sul luogo in cui era seppellito suo fratello Luigi coi due Benassi, dicendole che le avrebbe fatto fare la fine dei tre disgraziati giovani che, rinchiusala nel carcere, le aveva dato una patata lessa dicendole: “ti do da mangiare questa patata sola, perché se ti dessi di più ti farei stare troppo bene e se ti dessi di meno ti farei morire di fame”; che dopo alcuni giorni, vedendo che non riusciva ad ottenere da lei alcuna confessione, l’aveva lasciata in libertà, depredandola, però, dell’orologio, degli orecchini, e di altri oggetti. Tutto ciò Mario Lolli ha confermato di aver appreso da sua sorella.

La difesa dell’imputato, pur non accusando di [illeggibile] il Lelli, afferma che le asserzioni di costui potrebbero trovare la loro origine in una specie d’allucinazione che poteva aver sconvolto la sua mente, in quel tragico momento dell’esecuzione, imprimendogli il ricordo di fatti che in realtà non erano avvenuti e che erano avvenuti in modo differente.

Per quanto riguarda le deposizioni della Balugani e del Pasini la difesa osserva che era possibile e verosimile che il comando tedesco, e quel tale interprete avessero detto che la fucilazione dei giovani era stata voluta dal C.  e che, se così non fosse stato, i catturati sarebbero stati inviati a lavorare in Germania, così come non era da escludere che ugual promessa i soldati germanici avessero fatto ai Lolli e ai Benassi subito dopo la loro cattura; senonchè rientrava nel sistema dei tedeschi mascherare la loro ferocia con una [illeggibile]  di ipocrisia. E’ mai possibile, si domanda la difesa, che quei germanici che si mostravano sempre così spietati coi partigiani, e con chi parteggiava pei medesimi, volessero dar prova di generosità verso quattro partigiani che erano stati catturati armati? E se la cosa non è possibile, le deposizioni della Balugani e del Pasini perdono ogni consistenza.

Ma le uniche più vivaci e più insistenti, la difesa le converge sulle dichiarazioni fatte dalla Lolli Maria, dicendole contraddittorie, contrastanti con le risultanze di causa e inverosimili. Si fa notare, per esempio, che mentre nella prima dichiarazione si dice che alle 17.30 del 5 Agosto, il C.  trascinò la Lolli sul poggio Sassoletti, ove erano i tre tumuli nei quali si vedevano i cadaveri semi-sepolti, nella seconda dichiarazione si dice che l’esecuzione dei Benassi e del Lolli era stata eseguita la mattina successiva alla cattura, e quindi il 6 Agosto, mentre Lolli Maria aveva dichiarato a sua volta che la fucilazione era stata effettuata nelle ore pomeridiane. Si fa rilevare infine che non era verosimile che la Lolli, umile montanara, avesse un orologio e degli orecchini, di [illeggibile], che non poteva sussistere che il C.  avesse tolto tali oggetti.

Per dimostrare poi come effettivamente il C.  non avesse assistito all’esecuzione e fosse tornato in Castel D’Aiano prima che questa avesse avuto luogo, la difesa ha indotto un testimone, certo Zerini Mario, il quale ha dichiarato che il 5 Agosto 1944 il C.  tornò a Castel d’Aiano verso le 15.30 proveniente da Tolè, e che egli stesso l’aveva aiutato a scaricare dall’automobile le bottiglie che dovevano servire pel banchetto. Ha soggiunto il teste che era sicuro dell’ora perché, quando giunse il C. , era suonata da poco la sveglia pei militi, dei quali faceva parte, sveglia che aveva luogo alle 15.

 

La difesa ha prodotto altresì una dichiarazione giurata (innanzi a notaio) di certo Lipparini Renato, attestante che alle 16.30 del 5 Agosto il C.  si recò nella sua officina in Castel d’Aiano per chiedere una riparazione.

In merito ai rilievi della difesa la Corte osserva quanto segue.

Assurdo parlare di una possibile allucinazione del Lolli che doveva avere una notevole freddezza d’animo, ed una straordinaria padronanza dei suoi nervi, se riuscì ad [illeggibile] e ad effettuare la fuga in quel tragico momento. Né può pensarsi ad un possibile equivoco di persona perché i Lolli conoscevano perfettamente il C. , tantomeno che, quando lo videro, lo chiamarono per cognome; avevano parlato con lui fino a poco prima dell’esecuzione, e questa era avvenuta in pieno giorno, con visibilità perfetta.

Può essere esatta l’asserzione della difesa circa i sistemi tedeschi di ammontarsi, talvolta, di falsa generosità e di riversare su altri la colpa dei propri crimini, senonché nella specie i discorsi fatti alla Balugani e al Pasini dai due ufficiali germanici coinciderebbero con quanto il Lolli asserisce d’avere avuto; comunque, se anche la morte dei quattro partigiani fosse già stata realmente e inesorabilmente decretata dal tenente tedesco quando sopraggiunse il C. , resterebbe sempre che costui non solo non fece nulla per i suoi giovani compaesani che invocavano il suo aiuto, ma inveì contro di loro con atti e non parole; li dileggiò, e non volle spontaneamente assistere alla loro esecuzione, cercando di renderla più atroce e più crudele. Sussistono effettivamente delle divergenze fra le due dichiarazioni, firmate ma non scritte dalla Lolli, ma si tratta di divergenze relative ai dettagli, e ciò non basta per ritenere falsa la sostanza delle dichiarazioni, che coincide perfettamente con quanto la Lolli [illeggibile] riferire al fratello Mario ed è sulla deposizione giurata di quest’ultimo che la Corte principalmente si basa. Sta in patto, d’altra parte, che essa il 5 Agosto era realmente a Tolè; che rincontrò il C.  e lo chiamò: come riconosce lo stesso imputato, e che era stata fermata dai tedeschi, che avevano dei sospetti su di lui. Anch’essa, come i suoi fratelli, non aveva ragioni di rancore verso il C. , e non si comprende perché lo accuserebbe in mala fede, [illeggibile] dando precisazioni e dettagli, come quello della “patata [illeggibile]” [illeggibile] invece la condotta di lui, come i tedeschi, [illeggibile] i tedeschi, poteva ritenerla d’accordo coi partigiani e che, per [illeggibile], ricorreva ai consueti metodi [illeggibile]. Niente di strano e di anormale, nel patto che una contadina avesse orologio e orecchini.

Per quanto riguarda l’alibi, la Corte osserva che è [illeggibile] sul gioco delle ore, ove basta un leggero spostamento per generare l’equivoco, equivoco che invece non è pensabile per quanto riguarda i fatti, i discorsi, gli episodi, non tanta precisione di dettagli riferiti e descritti da Mario Lelli. Le affermazioni di quest’ultimo [illeggibile] restano pertanto seriamente contraddette, e nemmeno scalfite, da quelle della Zerini e del Lipporini.

Gli altri numerosi fatti ascritti all’imputato si inseriscono, completandolo, nel quadro del [illeggibile] visto che, per quanto riguarda la lotta contro i partigiani, è indubbiamente di natura militare.

Si tratta di arresti arbitrari, di sevizie, di [illeggibile], di rastrellamenti, operati a favore o per contro dei nazifascisti; di operazioni che sarebbero state estranee, [illeggibile] alle sue ordinarie mansioni prolifiche di reggente del fascio, e nelle quali intervenne quindi spontaneamente. Il 14 settembre 1943 partecipava ad un rastrellamento di partigiani in territorio di Montese, comandato dal capitano Pancaldi: il 18 novembre dello stesso anno, in Montese, penetrò nella casa di Sonnino Maurizio, che stava mangiando coi suoi familiari; gli puntò una rivoltella al petto, gli [illeggibile] di seguirlo, senza lasciargli finire il pranzo e senza dargli il tempo di prendere il paletot e quindi, per mezzo di un camion, sul quale erano altri arrestati, lo condusse, sotto la pioggia, a Vergato. Il Sonnino fu poi rimesso in libertà dalle SS tedesche le quali riconobbero infondate le accuse fattegli. Insieme al capitano Pancaldi, il C.  arrestava e consegnava ad un comando di legione, in Modena, i coniugi Sermoneta, israeliti; il marito veniva internato in un campo di concentramento in Germania ove, dopo qualche tempo, veniva trucidato. Il 2 gennaio 1945 arrestava, in Bologna, il calzolaio Rosti Bernardo, miracolosamente scampato, con due figli in tenera età, [illeggibile] di Marzabotto, ed il Rosti ha detto che, in sua presenza, il C.  aveva interrogato due arrestati e li aveva fatti seviziare da un milite, con calci e [illeggibile], perché non volevano parlare. Il 29 marzo 1944 arrestava [illeggibile] Evaristo renitente alla leva, minacciandolo con una rivoltella e chiedendogli, in tono di scherno, su quale terrazza desiderava essere ucciso. In giorno imprecisato del 1944 obbligava Salvatori Athos a recarsi [illeggibile], per conto dei rischi, su un ponte che era rimasto danneggiato da un’incursione aerea. Né qui si esaurisce l’attività criminosa del C. , il quale sottraeva, con violenza, un’automobile fiat a Galliani Alfredo, senza pagargli un soldo.

Altre automobili si faceva consegnare da Tontoni Attilio ed Ermanno e a Monserrini Melchiade.

Estorceva, con minacce, L 30.000 a Bernardi Umberto, L 10.000 a Cesari Raffaele, L 15.000 a Nicolini Nilde, L 10.000 a Mattioli Eligio, metri 900 di stoffa a [illeggibile] Derino, L 25.000 a Vianello Mario, né ha importanza ai fini del reato di collaborazionismo, che il C.  non abbia tenuto per sé le automobili, fatte donare alla repubblica sociale (vedasi deposizione Tartari) e i denari, la stoffa e le altre cose, elargite spontaneamente ( egli afferma delle sue vittime al fascio repubblicano, e ciò a prescindere dal fatto che il comandante del presidio neofascista di Vergato, tenente Giulio Carappa, in un suo rapporto del 22 Aprile del 1944, diceva che i fascisti non sapeva come fossero state impiegate dal loro segretario tutte le somme sopraindicate.

L’imputato, per vero, ha prodotto i registri contabili della sua gestione, nei quali le somme quadrano perfettamente ed ogni incasso trova la sua corrispondente uscita ma presentano tali registri sufficienti garanzie d’autenticità ed esattezza? Comunque, lo si torna a  ripetere, il C.  non è imputato d’essersi fatto consegnare automobili, denari, ecc.. per retrarne un personale profitto.

Per sincerarsi, poi, di come fossero spontanee le offerte basta osservare che il Galliani Alfredo ha dichiarato testualmente: ”Il giorno 21 ottobre 1949 alle ore 19 si presentarono nella mia officina Pietro C.  insieme al Gentilini Raffaele in divisa di brigata nera ed intimarono con modi violenti di consegnare immediatamente la mia automobile fiat…… la macchina naturalmente non è mai stata restituita.” Al Bernardi, prima di chiedergli un’elargizione di lire 50.000 a favore delle opere assistenziali, l’imputato fece presente che il di lui figlio Giovanni, di 18 anni, aveva sputato sopra un manifesto di chiamata alle armi ed avrebbe potuto incontrare gravi responsabilità. Il Vianello, arrestato arbitrariamente e rinchiuso in carcere dal capitano Pancaldi, apprese da un amico, il quale aveva avuto abboccamenti col C. , che sarebbe stato scarcerato se avesse offerto una somma al fascio: offrì 25.000 lire all’imputato, perché fossero devolute ad opere di beneficenza, e fu effettivamente scarcerato. E così avvenne, press’a poco, negli altri casi, della Nicolini, del Mattioli, ecc.. per quanto riguarda la spontaneità delle offerte.

 

Questa, in riassunto, l’opera dell’imputato, molta, in gran parte, in collaborazione con le truppe e coi comandi militari germanici; e non è privo di rilievo, per denotare lo zelo del C. , come varie persone da lui arrestate con modi violenti e brutali come per esempio il Sonnino), messi a disposizione delle SS tedesche furono da queste scarcerati perché trovati immuni da qualsiasi cifra, ed è notorio come le SS non fossero propense all’indulgenza!

La difesa ha chiesto l’assoluzione dell’imputato per non aver commesso i fatti imputagli, [illeggibile] meno per insufficienza di prove. In [illeggibile] chiesto: 1) l’applicazione del art. 81 C.P. 2) la Secessione delle attenuanti generiche, ai sensi delle 2 D.L.L. 14.XI.1944 N.288; 3) Il riconoscimento del imparziale di mente; 4) l’applicazione delle circostanze attenuanti ai sensi dell’art. 114 C.P. 5) le [illeggibile] di pena ai sensi dell’art. 26 C.P. Mil. di guerra.

Osserva la carta che dei numerosi fatti [illeggibile] al C.  uno soltanto, quello della partecipazione al tragico rastrellamento di Marzabotto, Non è stato sufficientemente provato; per tutti gli altri la prova è stata piena, completa, convincente.

Il C.  è stato chiamato a rispondere di [illeggibile] ed unico reato, quello di collaborazione col tedesco invasore, sia pure risultante da un complesso di [illeggibile] per loro natura delittuosi, E non si vede qual vantaggio [illeggibile] sarebbe a lui derivato se fosse stato chiamato a rispondere, oltre che di collaborazionismo anche di altri reati concorrenti.

Il vizio di mente dell’imputato, e sia pure parziale, non è stato neppure adombrato dalla difesa [illeggibile] discussione orale, né in realtà si sarebbe stata [illeggibile] di adombrarlo perché non è risultato [illeggibile] che il C.  non siasi trovato, e non si trovi, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali.

L’art. 114 C.P. non sembra richiamato a proposito perché nei vari fatti attribuitigli il C. , quando vi concorre con altri, ebbe sempre una parte preponderante, o almeno molto considerevole e li commise spontaneamente e non per esserci stato determinato da chi aveva autorità su di lui.

L’art. 26 del C.P.M. di guerra dà facoltà al giudice di diminuire notevolmente la pena nei confronti dell’imputato che, in fatti d’anni o di servizi di guerra, abbia riportato gravi lesioni o abbia compiuto atti di valore. Ora risulta da un certificato rilasciato il 31 agosto 1945 dall’opera nazionale per gli invalidi di guerra e da altri documenti, che il C.  è censito presso quelli uffici perché riconosciuto affetto da “esiti di pregressa osteomelite tibia sinistra con riacutizzazione in atto da pregressa frattura [illeggibile] già appartenente alla 72 legione CC.NN. fu sul fronte Greco-Albanese che fu proposto per la categoria ottava.

Non ritiene, però, la corte di avvalersi della facoltà concessagli dal sopra ricordato articolo 26 perché non possono dirsi veramente gravi le lesioni riportate dal C. , perché non risulta come come le riportò e, sopra tutto, per la gravità del reato da lui commesso, specie in relazione al tragico episodio di Tolè. Quest’ultima considerazione fa apparire l’imputato immeritevole anche della concessione delle attenuanti generiche invocati dai suoi difensori.

Riconosciuta pertanto l’esistenza della collaborazione nella forma più grave e la mancanza di qualsiasi attenuanti, la pena non può essere che quella fissata dall’art 51 C.P.M. di guerra.


I) Il 5 agosto 1944 in Tolè di Vergato, maltrattato e percosso i patrioti Benassi Angelo e Antonio, Lolli Mario e Luigi che erano stati catturati dai tedeschi ed indotto il tenente tedesco che comandare il reparto di Tolè e decidere la fucilazione dei medesimi, obbligando gli stessi a scavarsi le fosse ed assistendo poi all’uccisione di tre di loro.

II) In Tolè di Vergato il 5 agosto 1944 fermato, percosso e [illeggibile] sulla faccia e minacciato di morte Lolli Mario sorelle dei suddetti Lolli Mario e Luigi, e per aver in giorni successivi condotto le dette Lolli nei luoghi ove erano stati fucilati i fratelli Benassi e il Lolli Luigi, cercando di indurre l’ufficiale tedesco ad ordinare che anche lei venisse fucilata, obbligato le stesse Lolli a scavarsi le fosse onde spaventarle perché fornisse informazioni sul corpo partigiano del quale facevano parte i suoi fratelli e per essersi infine appropriato dell’orologio degli orecchini e di altri piccoli oggetti personali di proprietà delle suddette Lolli- [illeggibile];

III) per avere arbitrariamente e con violenza sottratto a Gallieni Alfredo nell’ottobre 1943 in Vergato un’automobile Fiat 1100 e completamente [illeggibile] di proprietà dello stesso;

IV) per aver partecipato ad un rastrellamento di partigiani in quel di Montese il 14 sett.1943;

V) per avere il 18 nov. 1943 concorso nell’arresto in Montese dell’ing. Sonnino Vladimiro e figlio Maurizio, del rag. Pucci Bruno, di Vaccari Gaetano, di Piccinelli Alfredo, del dr. Pelesi e dell’avv. Route e di altri, nonché di due soldati italiani e di due inglesi fuggire da campi di concentramento.

VI) per avere denunciato alle SS tedesche Sermoneta e la moglie dello stesso entrambi di religione ebraica che in conseguenza il 22/11/1943 venivano tratti in arresto in Castelfranco Emilia e successivamente deportati in Germania;

VII) Per avere nel gennaio 1944 arbitrariamente sottratto in Marzabotto a Tartari Attulio una automobile Fiat 500 ed a Tartari Ermanno una Fiat 1100;

VIII) per avere concorso nel rastrellamento eseguito dai nazifascisti in comune di Marzabotto il 28-20 sett.1944 nel quale trovarono la morte circa 2000 persone e vennero devastati e bruciati 200 poderi;

IX) per avere in Bologna il 2 gennaio 1945 arbitrariamente arrestato Roati Fernando che venne da lui interrogato e fatto torturare con calci nella pancia, nervate in faccio e simili-

X) per avere nel giugno 1944 in Tolè di Vergato schiaffeggiato e percosso Fesini Ernesto, minacciandolo anche di farlo accoppare

XI) per aver in Vergato il 30 novembre 1943 costretto Viannello Mario che era stato arbitrariamente arrestato dalle g.n.r. a versare la somma di lire 25.000 per ottenere di essere posto in libertà.

XII) Per avere in giorno imprecisato rastrellato in località Monte degli Scalpellini [illeggibile] Salvatori   Athos costringendolo ad effettuare lavori di riattamento di un ponte per i tedeschi

XIII) Per avere arbitrariamente requisito e sottratto con violenza e [illeggibile] a [illeggibile] Melchiade di Riole una automobile Fiat 1100 e una Lancia Augusta dello stesso;

XIIII) Per avere il 29 marzo 1944 concorso nell’arresto di [illeggibile] Evaristo che fu da lui minacciato a mano armata di pistola e per aver minacciato la madre dello stesso perché indicasse dove il detto [illeggibile] che non avevano trovato a casa, si era [illeggibile] rifugiato

XV) Per aver: a) costretto il droghiere Bernardi Umberto di Vergato a versare la somma di lire 309000 per evitare l’arresto e la denuncia del figlio che era imputato di avere sputato su di un avviso di chiamata alle armi; b) arbitrariamente sequestrato ed asportato a tal Cesari Raffaele, gestore di un’osteria in località Cerbone di [illeggibile] 35 litri di benzina e 30 kg. di olio semidenso nonché costretto lo stesso a versargli la somma di lire 10.000 per evitare la denuncia per incette di generi contingenti; c) nel novembre 1945 costretto Nicoline Nilde a versargli la somma di lire 15000 nonché 3 materassi di lana, due di lana vegetale, 5 di cotone e 4 reti da letto per evitare l’arresto e la denuncia per presunta appropriazione di oggetti di proprietà del dr. Bettistini di Bologna- d) costretto il commerciante all’ingrosso di legna Mattioli Eligio de Riole di Vergato a versargli la somma di lire 10.000 perché accusato di avere tenuto contegno ostile al fascismo durante il periodo badogliano; e) nel marzo 1944 arbitrariamente perquisito l’abitazione del commerciante in tessuti De Maria [illeggibile] e sequestrato allo stesso 900 metri di stoffe che pagò a prezzo inferiore a quello di costo, nonostante che il detto De Maria avesse dimostrato la provenienza legittima della merce-

La Corte, visti gli articoli 1 D.L.L. 22 Aprile 1945 N.195 D.L.L. 27 Luglio 1944 N.159; 51 C.P.M. di guerra; 483 C.P.P. dichiara C.  Pietro colpevole del reato ascrittogli e lo condanna alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena.

Anno:
1945

Tribunale:

Corte d’Assise di Bologna

Presidente:
Chiarini Luigi

Tipologia di accusa:
Arresto

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio di Stato di Bologna