Bernasconi Giuseppe

Luogo:

4°) Bernasconi Giuseppe risulta quattordici volte condannato per truffa, appropriazione indebita, millantato credito ed altro, dichiarato socialmente pericoloso e sottoposto a libertà vigilata.

Dalle denunce della polizia 25 giugno e 13 luglio 1945 all’altro commissariato, dal rapporto informativo 2 luglio 1945 della questura di Firenze e dalle annotazioni della cartella biografica si rileva che egli svolse intensa attività di squadrista in Toscana nel periodo 1920-21 finchè. nel 1922 fu radiato dallo stesso p.n.f. per indegnità morale; da Roma dove si era trasferito  fu allontanato con fogli di via obbligatorio come pregiudicato; vi tornò dopo l’8 settembre 1943, aderì subito al partito fascista repubblicano fu assunto quale maresciallo effettivo di p.s. per interessamento di Pavolini, presso la direzione del di p.s. del nuovo fascismo e svolse mansioni di collegamento fra quella direzione, la delegazione del p.f.r. per il Lazio, i comandi militari germanici e l’ambasciata tedesca avendo anche contatti con la S.S germanica agli ordini della quale organizzò squadre da lui stesso comandate per la lotta contro il movimento di resistenza antinazifascista, in collaborazione per qualche tempo con Pasqualucci Giorgio, Pastori Giovanni e i loro uomini.

Fu estraneo al reparto speciale di polizia costituito da Koch ma efficacemente svolse attività connessa con quella che esso svolgeva per i fini e con i sistemi di cui si è fatto carico nelle premesse. All’irruzione armata nell’abbazia di San Paolo, per quanto egli affermi di essersi limitato a tenere il corpo di guardia, risulta non solo che prese parte con una sua squadra ma concorse anche ad organizzare l’impresa tanto che ne fu elogiato da Koch nel suo rapporto 4 febbraio 1944 al capo della polizia Tamburini.

Una squadra comandata da lui e dal contumace, Palmiri concorse ad operare con gli armati di Koch al rastrellamento dei partigiani di Tor Sapienza.

Ancora in concorso con un manipolo di agenti del Koch (fra i quali l’Argentino e il Priori) tentò di arrestare nella notte del 6 marzo 1944 in Roma, Petrocchi Ugo, segretario del Partito di Azione (denuncia della questura di Roma).

Il 23 marzo 1944, dopo alcune ore dall’attentato  verificatosi in via Rasella contro una colonna di militari tedeschi, Maro Angelo, portiere dell’albergo “Imperiale” dove il Bernasconi era alloggiato, lo vide rientrare con gli stivali tutti intrisi di sangue: il Bernasconi gli disse di aver partecipato alla rappresaglia organizzata dai tedeschi contro gli abitanti in quella strada e, riferendo l’accaduto, concluse con queste testuali parole: “ho notato due individui che avevano le armi in mano e li ho subito freddati, siccome io sono un tipo che vado per le spicce (dichiarazione Maro, confermata all’udienza del 13 luglio). L’imputato nega la circostanza asserendo, di essersi recato sul posto solo per soccorrere e trasportare i feriti, spiegando così la presenza di tracce di sangue sugli stivaloni che calzava e dicendo di essere stato frainteso dal teste. E’, comunque, prospettabile il dubbio che quella frase anche se esattamente interpretata e riferita dal testo, possa essere stata pronunciata dal Bernasconi per vanteria; e poiché col fatto da lui ammesso, di essersi recato sul posto e di essere tornato con gli stivaloni imbrattati di sangue non concorsero altri elementi nemmeno di prova generica, per ritenere che taluno sia stato effettivamente ucciso da lui, egli deve essere assolto dall’imputazione di duplice omicidio contestatagli sotto la lettera m) della rubrica particolare, per l’insufficienza di prove.

Che il Bernasconi abbia, tuttavia, preso parte alle rappresaglie tedesche per l’attentato di via Rasella è, invece, dimostrato, altre che dalla riferita testimonianza indiretta del Maro, anche dal fatto sulla sua partecipazione con Pizzirani all’irruzione nel ministero sulla Real casa, operazione che di quella rappresaglia faceva parte: Franceschelli Augusto, portiere di quel ministero, nella sua deposizione all’Alto commissariato confermata al dibattimento riferisce infatti che il 24 marzo giorno successivo a quello dell’attentato, gli si presentarono il Bernasconi, il Pizzirani ed altri capi del fascismo repubblicano romano scortati da uomini dei battaglioni “M” in divisa ed armati imponendo di aprire tutti gli uffici, per accertare l’esistenza di armi e la presenza di persone nascoste. Nulla avendo trovato, danneggiavano mobili e quadri, e il Bernasconi in particolare dando sfogo al suo disappunto per dell’insuccesso dell’operazione e prendendo pretesto del fatto che egli si era avvicinato al telefono per rispondere ad una chiamata che attendeva dalla moglie, lo spinse con le spalle al muro e, sotto la minaccia di un moschetto puntatogli contro, lo schiaffeggiò.

Sempre in appoggio all’attività collaborazionistica svolta dal reparto Koch in Roma il Bernasconi procedette nello stesso giorno 24 marzo col “questore” Fabiani e con ingente apparato di armi, all’irruzione nella villa di via Salaria per arrestarvi il registra Luchino Visconti che, partecipando al movimento della resistenza, era attivamente ricercato e venne poi catturato dagli agenti di Koch (deposizione Visconti).

In quella stessa circostanza, nel medesimo luogo, arrestò il dott. Chiari Mario e circa un mese dopo, con una squadra ai suoi ordini, procedette alla cattura di alcuni giovani renitenti alla leva repubblicana rifugiatisi nei locali del circolo da golf, in via Appia Nuova, percuotendo uno di essi, certo [ill.], così ferocemente in viso, da staccargli quasi la mascella (dep. Gullia Mario) e trattenendo tutti alla pensione Iaccarino a disposizione del Koch.

Ivi pure, dopo averli arrestati nella loro abitazione presso l’Istituto Nazionale di apicoltura la notte del 9 maggio, trattenne il tenente Ruffolo Sergio e il fratello di lui, promettendo alla loro madre che presto l’avrebbe lasciati tornare a casa. Alla pensione Iaccarino li trattenne, invece, una ventina di giorni; quindi li fece portare a Regina Coeli e alla madre che ne implorava la restituzione, ancora una volta promise che sarebbero stati liberati prima di sera; fece, anzi, dire loro da un agente che erano liberi, fece restituire loro tutte le cose delle quali erano stati spogliati, ad eccezione degli oggetti d’oro e li fece salire sopra una macchina dove prese posto anch’egli; ma indirizzò l’autista a Via Tasso e quando furono ivi giunti li consegnò entrambi ai tedeschi (depos. Ruffolo Sergio all’udienza del 23 luglio).

Al rapporto 25 novembre 1944 della questura di Roma richiamato nella denuncia inviata il 25 giugno 1945 all’Alto commissariato da quel Nucleo di Polizia giudiziaria  è allegato un registro abbandonato dalla federazione fascista repubblicana per dimenticanza al momento della precipitosa fuga verso il Nord, dal quale si ha notizia dei saccheggi eseguiti in quella città dal Bernasconi col Pasqualucci e con altri; nei magazzini degli ebrei Sestieri, Borghi, Bonaffoni e Techner che furono deprivati di cose e di merci di valore rilevantissimo.

Dagli stessi incartamenti che fanno parte di quel registro si apprende che, per opera delle medesime persone, vennero tratti in arresto e derubati del denaro che portavano indosso gli ebrei Calò Sante, Piattelli Cesare, Caviglia Santoro, Di Cave Pia, Veneziani Ubaldo, Di Nepi Cesare e i non ebrei [ill.] Antonio, Alessi Giovanni e Andreoni Luigi. Tutti vennero consegnati ai tedeschi, tranne il Piattelli che venne poi fucilato alle fosse Ardeatine. Il nome del Bernasconi è inviato in un foglio del predetto registro contenente l’elenco di coloro fra i quali furono ripartite le 32000 lire appartenenti agli ebrei arrestati. Lo stesso elenco comprende anche il nome del capitano Kohler sulla S.S. in via Tasso per conto della quale è, portato, a ritenere che agissero il Bernasconi e i suoi complici.

Il Nucleo di Polizia giudiziaria di Roma nella denuncia 25 giugno 1945 all’Alto Commissariato riferisce, inoltre, che ai rastrellamenti di partigiani operanti in grande stile nella borgata Gordiani e in altre località della periferia in quella città, partecipò attivamente il Bernasconi con la sua banda. Particolare notizia dà la denuncia stessa, dell’operazione eseguita dal Bernasconi la sera del 7 febbraio 1944 in Via Ernesto Monaci n. 21 allo scopo di procedere alla cattura del capitano Battisti Luigi Comandante di una banda di partigiani e del tenente Seghettini Walter [ill.] egli ufficiale alla macchia.

Dalla denuncia esposta dal Cap. Battisti confermata dal denunciante al dibattimento (verb. del 22 luglio) si apprende che quella sera, otto individui armati al comando del Bernasconi, fatta irruzione nel suo domicilio e non trovatolo in casa, occuparono l’appartamento, perquisirono tutte le stanze e stabilirono un servizio di piantonamento per eseguire il progettato arresto. Durante la notte fu sottoposta a stringente interrogatorio la moglie del Battisti, fu malmenata l’attendente carrista Camerota Ciro e dall’abitazione furono asportati tutti i documenti militari, lire 20.500 delle quali 3.500 di proprietà dell’attendente, tutti i gioielli della signora, numerosi indumenti personali ed una vettura “Lancia Augusta”. Dopo una settimana, durante la quale gli uomini del Bernasconi consumarono i loro pasti servendosi delle provviste tenute in casa, il piantonamento ebbe termine, ma l’attendente carrista fu trasferito in carcere. Di quanto era stato asportato dalla casa del Battisti vennero restituiti soltanto i gioielli tranne un anello con brillante di non grande valore.

Anche dall’addebito che gli è stato per questo fatto, come da quella concernente l’operazione di Via Salaria il Bernasconi  ha creduto di potersi scagionare affermando che l’azione era diretta dal questore “Fabiani”; ma, per le considerazioni già dalla corte annunciate nella premessa , la circostanza, anziché escludere, conferma la sua responsabilità per concorso nel fatto del quale deve,  pertanto, ugualmente rispondere a norma dell’ art 110  c.p. come degli altri. Il Fabiani, d’altronde, non era ‘’questore’’; era un individuo non meno losco di lui, che poi fu fucilato a Bologna.

Ancora si apprende, infine, dalla  denuncia del nucleo di polizia giudiziaria di Roma che il Bernasconi partecipò, insieme con la SS Tedesca, alla repressione operata il 10 Marzo 1944 in Via Tomacelli, in quella città, subito dopo il  lancio, ad opera dei patrioti, di tre bombe contro una colonna di fascisti e di altri ufficiali della milizia repubblicana che, proveniente dalla Casa Madre  dei Mutilati, dove aveva assistito alla commemorazione di Giuseppe Mazzini, si dirigeva verso la sala della federazione repubblicana in Via Veneto.

Numerose perquisizioni domiciliari e fermi di persona  vennero [ill.] operati anche personalmente da lui.

Dopo il 4 Giugno il Bernasconi si trasferì da Roma Liberata a Firenze; ed ivi collaborò attivamente con le SS germaniche di via Bolognesi (la “Villa Triste” di quella città) dove i patrioti controllati venivano sottoposti ad atroci, sanguinose torture:

[…]


4°) Bernasconi Giuseppe risulta quattordici volte condannato per truffa, appropriazione indebita, millantato credito ed altro, dichiarato socialmente pericoloso e sottoposto a libertà vigilata.

Dalle denunce della polizia 25 giugno e 13 luglio 1945 all’altro commissariato, dal rapporto informativo 2 luglio 1945 della questura di Firenze e dalle annotazioni della cartella biografica si rileva che egli svolse intensa attività di squadrista in Toscana nel periodo 1920-21 finchè. nel 1922 fu radiato dallo stesso p.n.f. per indegnità morale; da Roma dove si era trasferito  fu allontanato con fogli di via obbligatorio come pregiudicato; vi tornò dopo l’8 settembre 1943, aderì subito al partito fascista repubblicano fu assunto quale maresciallo effettivo di p.s. per interessamento di Pavolini, presso la direzione del di p.s. del nuovo fascismo e svolse mansioni di collegamento fra quella direzione, la delegazione del p.f.r. per il Lazio, i comandi militari germanici e l’ambasciata tedesca avendo anche contatti con la S.S germanica agli ordini della quale organizzò squadre da lui stesso comandate per la lotta contro il movimento di resistenza antinazifascista, in collaborazione per qualche tempo con Pasqualucci Giorgio, Pastori Giovanni e i loro uomini.

Fu estraneo al reparto speciale di polizia costituito da Koch ma efficacemente svolse attività connessa con quella che esso svolgeva per i fini e con i sistemi di cui si è fatto carico nelle premesse. All’irruzione armata nell’abbazia di San Paolo, per quanto egli affermi di essersi limitato a tenere il corpo di guardia, risulta non solo che prese parte con una sua squadra ma concorse anche ad organizzare l’impresa tanto che ne fu elogiato da Koch nel suo rapporto 4 febbraio 1944 al capo della polizia Tamburini.

Una squadra comandata da lui e dal contumace, Palmiri concorse ad operare con gli armati di Koch al rastrellamento dei partigiani di Tor Sapienza.

Ancora in concorso con un manipolo di agenti del Koch (fra i quali l’Argentino e il Priori) tentò di arrestare nella notte del 6 marzo 1944 in Roma, Petrocchi Ugo, segretario del Partito di Azione (denuncia della questura di Roma).

Il 23 marzo 1944, dopo alcune ore dall’attentato  verificatosi in via Rasella contro una colonna di militari tedeschi, Maro Angelo, portiere dell’albergo “Imperiale” dove il Bernasconi era alloggiato, lo vide rientrare con gli stivali tutti intrisi di sangue: il Bernasconi gli disse di aver partecipato alla rappresaglia organizzata dai tedeschi contro gli abitanti in quella strada e, riferendo l’accaduto, concluse con queste testuali parole: “ho notato due individui che avevano le armi in mano e li ho subito freddati, siccome io sono un tipo che vado per le spicce (dichiarazione Maro, confermata all’udienza del 13 luglio). L’imputato nega la circostanza asserendo, di essersi recato sul posto solo per soccorrere e trasportare i feriti, spiegando così la presenza di tracce di sangue sugli stivaloni che calzava e dicendo di essere stato frainteso dal teste. E’, comunque, prospettabile il dubbio che quella frase anche se esattamente interpretata e riferita dal testo, possa essere stata pronunciata dal Bernasconi per vanteria; e poiché col fatto da lui ammesso, di essersi recato sul posto e di essere tornato con gli stivaloni imbrattati di sangue non concorsero altri elementi nemmeno di prova generica, per ritenere che taluno sia stato effettivamente ucciso da lui, egli deve essere assolto dall’imputazione di duplice omicidio contestatagli sotto la lettera m) della rubrica particolare, per l’insufficienza di prove.

Che il Bernasconi abbia, tuttavia, preso parte alle rappresaglie tedesche per l’attentato di via Rasella è, invece, dimostrato, altre che dalla riferita testimonianza indiretta del Maro, anche dal fatto sulla sua partecipazione con Pizzirani all’irruzione nel ministero sulla Real casa, operazione che di quella rappresaglia faceva parte: Franceschelli Augusto, portiere di quel ministero, nella sua deposizione all’Alto commissariato confermata al dibattimento riferisce infatti che il 24 marzo giorno successivo a quello dell’attentato, gli si presentarono il Bernasconi, il Pizzirani ed altri capi del fascismo repubblicano romano scortati da uomini dei battaglioni “M” in divisa ed armati imponendo di aprire tutti gli uffici, per accertare l’esistenza di armi e la presenza di persone nascoste. Nulla avendo trovato, danneggiavano mobili e quadri, e il Bernasconi in particolare dando sfogo al suo disappunto per dell’insuccesso dell’operazione e prendendo pretesto del fatto che egli si era avvicinato al telefono per rispondere ad una chiamata che attendeva dalla moglie, lo spinse con le spalle al muro e, sotto la minaccia di un moschetto puntatogli contro, lo schiaffeggiò.

Sempre in appoggio all’attività collaborazionistica svolta dal reparto Koch in Roma il Bernasconi procedette nello stesso giorno 24 marzo col “questore” Fabiani e con ingente apparato di armi, all’irruzione nella villa di via Salaria per arrestarvi il registra Luchino Visconti che, partecipando al movimento della resistenza, era attivamente ricercato e venne poi catturato dagli agenti di Koch (deposizione Visconti).

In quella stessa circostanza, nel medesimo luogo, arrestò il dott. Chiari Mario e circa un mese dopo, con una squadra ai suoi ordini, procedette alla cattura di alcuni giovani renitenti alla leva repubblicana rifugiatisi nei locali del circolo da golf, in via Appia Nuova, percuotendo uno di essi, certo [ill.], così ferocemente in viso, da staccargli quasi la mascella (dep. Gullia Mario) e trattenendo tutti alla pensione Iaccarino a disposizione del Koch.

Ivi pure, dopo averli arrestati nella loro abitazione presso l’Istituto Nazionale di apicoltura la notte del 9 maggio, trattenne il tenente Ruffolo Sergio e il fratello di lui, promettendo alla loro madre che presto l’avrebbe lasciati tornare a casa. Alla pensione Iaccarino li trattenne, invece, una ventina di giorni; quindi li fece portare a Regina Coeli e alla madre che ne implorava la restituzione, ancora una volta promise che sarebbero stati liberati prima di sera; fece, anzi, dire loro da un agente che erano liberi, fece restituire loro tutte le cose delle quali erano stati spogliati, ad eccezione degli oggetti d’oro e li fece salire sopra una macchina dove prese posto anch’egli; ma indirizzò l’autista a Via Tasso e quando furono ivi giunti li consegnò entrambi ai tedeschi (depos. Ruffolo Sergio all’udienza del 23 luglio).

Al rapporto 25 novembre 1944 della questura di Roma richiamato nella denuncia inviata il 25 giugno 1945 all’Alto commissariato da quel Nucleo di Polizia giudiziaria  è allegato un registro abbandonato dalla federazione fascista repubblicana per dimenticanza al momento della precipitosa fuga verso il Nord, dal quale si ha notizia dei saccheggi eseguiti in quella città dal Bernasconi col Pasqualucci e con altri; nei magazzini degli ebrei Sestieri, Borghi, Bonaffoni e Techner che furono deprivati di cose e di merci di valore rilevantissimo.

Dagli stessi incartamenti che fanno parte di quel registro si apprende che, per opera delle medesime persone, vennero tratti in arresto e derubati del denaro che portavano indosso gli ebrei Calò Sante, Piattelli Cesare, Caviglia Santoro, Di Cave Pia, Veneziani Ubaldo, Di Nepi Cesare e i non ebrei [ill.] Antonio, Alessi Giovanni e Andreoni Luigi. Tutti vennero consegnati ai tedeschi, tranne il Piattelli che venne poi fucilato alle fosse Ardeatine. Il nome del Bernasconi è inviato in un foglio del predetto registro contenente l’elenco di coloro fra i quali furono ripartite le 32000 lire appartenenti agli ebrei arrestati. Lo stesso elenco comprende anche il nome del capitano Kohler sulla S.S. in via Tasso per conto della quale è, portato, a ritenere che agissero il Bernasconi e i suoi complici.

Il Nucleo di Polizia giudiziaria di Roma nella denuncia 25 giugno 1945 all’Alto Commissariato riferisce, inoltre, che ai rastrellamenti di partigiani operanti in grande stile nella borgata Gordiani e in altre località della periferia in quella città, partecipò attivamente il Bernasconi con la sua banda. Particolare notizia dà la denuncia stessa, dell’operazione eseguita dal Bernasconi la sera del 7 febbraio 1944 in Via Ernesto Monaci n. 21 allo scopo di procedere alla cattura del capitano Battisti Luigi Comandante di una banda di partigiani e del tenente Seghettini Walter [ill.] egli ufficiale alla macchia.

Dalla denuncia esposta dal Cap. Battisti confermata dal denunciante al dibattimento (verb. del 22 luglio) si apprende che quella sera, otto individui armati al comando del Bernasconi, fatta irruzione nel suo domicilio e non trovatolo in casa, occuparono l’appartamento, perquisirono tutte le stanze e stabilirono un servizio di piantonamento per eseguire il progettato arresto. Durante la notte fu sottoposta a stringente interrogatorio la moglie del Battisti, fu malmenata l’attendente carrista Camerota Ciro e dall’abitazione furono asportati tutti i documenti militari, lire 20.500 delle quali 3.500 di proprietà dell’attendente, tutti i gioielli della signora, numerosi indumenti personali ed una vettura “Lancia Augusta”. Dopo una settimana, durante la quale gli uomini del Bernasconi consumarono i loro pasti servendosi delle provviste tenute in casa, il piantonamento ebbe termine, ma l’attendente carrista fu trasferito in carcere. Di quanto era stato asportato dalla casa del Battisti vennero restituiti soltanto i gioielli tranne un anello con brillante di non grande valore.

Anche dall’addebito che gli è stato per questo fatto, come da quella concernente l’operazione di Via Salaria il Bernasconi  ha creduto di potersi scagionare affermando che l’azione era diretta dal questore “Fabiani”; ma, per le considerazioni già dalla corte annunciate nella premessa , la circostanza, anziché escludere, conferma la sua responsabilità per concorso nel fatto del quale deve,  pertanto, ugualmente rispondere a norma dell’ art 110  c.p. come degli altri. Il Fabiani, d’altronde, non era ‘’questore’’; era un individuo non meno losco di lui, che poi fu fucilato a Bologna.

Ancora si apprende, infine, dalla  denuncia del nucleo di polizia giudiziaria di Roma che il Bernasconi partecipò, insieme con la SS Tedesca, alla repressione operata il 10 Marzo 1944 in Via Tomacelli, in quella città, subito dopo il  lancio, ad opera dei patrioti, di tre bombe contro una colonna di fascisti e di altri ufficiali della milizia repubblicana che, proveniente dalla Casa Madre  dei Mutilati, dove aveva assistito alla commemorazione di Giuseppe Mazzini, si dirigeva verso la sala della federazione repubblicana in Via Veneto.

Numerose perquisizioni domiciliari e fermi di persona  vennero [ill.] operati anche personalmente da lui.

Dopo il 4 Giugno il Bernasconi si trasferì da Roma Liberata a Firenze; ed ivi collaborò attivamente con le SS germaniche di via Bolognesi (la “Villa Triste” di quella città) dove i patrioti controllati venivano sottoposti ad atroci, sanguinose torture:

[…]

Anno:
1946

Tribunale:

Corte d’assise del Circolo di Milano

Presidente:
-

Tipologia di accusa:
Arresto

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio di Stato di Milano, Atti del processo contro la Banda Koch

Bibliografia:

Massimiliano Griner, La banda Koch. Il reparto speciale di polizia 1943-44, Bollati Boringhieri, Torino, 2000