Bardi e Pollastrini

Luogo:

[…]

I più violenti, i più avidi ed i più disperati accolsero invece l’invito come ad una desiderabile avventura e diedero al fascismo repubblichino (come lo si è chiamato, per non associarlo al venerato nome di Repubblica, caro a Giuseppe Mazzini) il colore e la forma della loro moralità. La direzione della risorta federazione dell’Urbe venne affidata a Gino Bardi, modesta figura di impiegato della “Confederazione dei Commercianti”, quale che fosse la carica rivestita, uomo istericamente fazioso, […]. Il comando della guardia fu affidato a Guglielmo Pollastrini, ufficiale superiore della milizia, promosso per l’occasione al rango di generale, il quale, esperto nelle violenze del primo squadrismo fascista ed assai meglio nel campo della delinquenza comune, andava scegliendo, per costituire il corpo affidato alle sue cure, altrettanti violenti e pregiudicati necessari per le operazioni destinate ad incutere il terrore, e, in conseguenza, ad agevolare i tedeschi il controllo della città ed a sé stessi il largo profitto delle rapine. Costituirono essi il quartier generale nel Palazzo Braschi, così degradato, ed incominciarono a svolgere un buon lavoro, conforme alla volontà dei padroni che si erano scelti, rastrellando prigionieri inglesi e militari italiani nonché ebrei ed antifascisti, ma pensarono anche e soprattutto al loro personale interesse commettendo rapine ed atti che potrebbero definirsi di saccheggio, manifestando il loro istinto di malvagità crudele, con l’usare gravissimi maltrattamenti alle persone arrestate, spesso con lo scopo di sfogare una tendenza del loro animo brutale e prepotente, chiuso ad ogni senso di umanità. I tedeschi si avvalsero dell’opera di tale organizzazione per introdursi nell’intima vita della città, ad essi completamente sconosciuta, e distinguere i nemici da tenere in rispetto col terrore, da allontanare o da spegnere, in mezzo alla massa pavida ed esitante alla quale la sola presenza delle armi e degli armati avrebbe sconsigliato una qualunque reazione. […]

Per tutte queste ragioni, quando la misura fu colma, le stesse Autorità germaniche che in varie altre occasioni e in previsione dell’oscuro avvenire avevano ascoltato i moniti della Santa Sede, autorizzarono la polizia italiana ad agire contro la triste compagnia, insediata a palazzo Braschi, e l’operazione si svolse con l’intervento della P.A.I., che coadiuvava la polizia dopo che l’Arma dei carabinieri fu praticamente disciolta di sorpresa in una dolorosa giornata ed i suoi uomini, costante garanzia dei cittadini, in parte arrestati, deportati ed uccisi ed in parte fuggiaschi e riuniti alle forze partigiane.

La cattura di alcuni degli imputati avvenne il 27 novembre 1943 ed i detenuti furono subito tradotti a Castel Franco Emilia ove, secondo quanto afferma lo stesso imputato Pesci […] furono trattati con i massimi riguardi, ma il verbale relativo venne trasmesso all’autorità giudiziaria dalla Questura di Roma soltanto a seguito di notizie avute sulla attività illegale di membri della guardia armata di Palazzo Braschi anche nei confronti di persone immuni da precedenti politici e morali nel 23 novembre del 1943 si era proceduto all’arresto e alla denuncia della Procura di Stato presso il Tribunale militare di Roma di Natili Ernesto, Mazza Bruno e Di Paola Alessandro, quali responsabili di estorsione di L. 50.000 e tentata estorsione di L. 250.000 in danno dell’ebreo Giovanni Terracina, e che i medesimi avevano fatto le seguenti rivelazioni sull’attività criminosa che si svolgeva a Palazzo Braschi.

L’Ufficio politico della federazione fascista repubblicana dell’Urbe era diretto dal Dott. Lamberto Pesci, il quale dava di volta in volta ai tre predetti imputati ordini di eseguire perquisizioni domiciliari, allo scopo di ritrovare oro, preziosi, indumenti e quant’altro risultava illegalmente detenuto da chiunque per qualsiasi motivo e li aveva inoltre autorizzati ad agire di propria iniziativa, a condizione che depositassero nella federazione il compendio delle perquisizioni e dei sequestri. Tale attività autonoma si era limitata, per quanto ebbe a dichiarare il Di Paola nei propri riguardi, alla estorsione in danno del Terracina, mentre gli altri due imputati confessarono di aver partecipato ad una perquisizione nella casa di Incarnato Maria, ove avevano sequestrato due pellicce e qualche oggetto prezioso, ad altra perquisizione in una rimessa di proprietà di Calò Anselmo nel rione Morone che fruttò ricco bottino di biancheria nuova ed usata, di scarpe, di molte masserizie e di una quindicina di materassi di lana, ed ancora altre perquisizioni nel palazzo Costaguti in piazza  Mattei n.10 nel quale, coadiuvati dalla guardia armata di Palazzo Braschi e sotto la direzione di certo Giulio De Angelis denominato lo sceriffo, avevano asportato biancheria in pezze e confezionata, trine, oggetti di merceria e numerose altre cose, un taxi, due damigiane con 100 litri di vino, un grosso baule contenente biancheria e circa 15 gomme per auto che avevano trasportato tutto nei locali di Palazzo Braschi, ed infine da una perquisizione ordinata dal Pesci nella stazione dei carabinieri di Forte Boccea dove avevano sottratto farina, biancheria e pneumatici per auto, già appartenenti a macchine dell’esercito, nonché una damigiana d’olio, ed ucciso a fucilate un maiale. Frattanto altre denunzie erano pervenute alla Questura […].

Per accertare la sussistenza dei fatti così denunciati e di altri eventuali più gravi attribuiti dalla voce pubblica alla guardia di palazzo Braschi l’autorità di P.S., avuto il consenso del Ministero dell’Interno, eseguì in compagnia di gerarchi del partito fascista repubblicano un sopralluogo in tutti i locali della federazione di Palazzo Braschi ove a conferma delle voci correnti trovò detenute 24 persone […] i quali tutti narrarono tristi storie di arresti arbitrari di rapine e di sevizie delle quali sarà fatto più dettagliato cenno nella parte che riguarda l’accertamento delle singole responsabilità dei diversi imputati che parteciparono alle varie azioni. […]

Talora una parola od un gesto di disapprovazione delle palesi ribalderie che le guardie commettevano in pieno giorno e nel centro della città attiravano sul malcapitato una improvvisa reazione e così Franchini Giuseppe […] pagò il fio di avere mostrato pietà e commiserazione verso gli ebrei […].

Per quanto riguarda i furti delle macchine si può ricordare che alla Minerva Film venne sottratta un’automobile della quale si serviva il Franquinet a certo Ludovici Virgilio un moto furgoncino dell’Albergo Lunetta una balilla di proprietà dell’albergatore oltre agli effetti d’uso di suoi ospiti sfollati […] Anticoli Camillo, Calò Angelo, Navarrini Vittorio e vari altri […] subirono dei furti ma il colpo più importante venne compiuto in piazza Cairoli magazzini dei fratelli Della Rocca, i quali in diverse giornate vennero sistematicamente e pubblicamente vuotati, senza che alcuna persona della forza di polizia regolare osasse di opporsi, tanta era l’audacia di costoro che con le armi fornite dai tedeschi e colla protezione dei medesimi sembrava avessero acquistato facoltà di agire come a loro piaceva, violando tutte le leggi di morale e di umanità. […]

E’ ben certo invece che a Palazzo Braschi si conducevano o si trattenevano persone prelevate dalle loro case con la violenza o con la minaccia su semplici ordini del federale, del generale Pollastrini, del Pesci o di iniziativa di uno qualunque dei luogotenenti e dei capi squadra senza che venisse contestato alcun addebito a tali arrestati che non erano presentati all’autorità giudiziaria o depositati alla questura o nel carcere di Regina Coeli, ma trattenuti nella federazione ove subivano percosse, maltrattamenti ed atti ingiuriosi con vero disprezzo della persona umana e di tutte le norme di morale e di diritto che la tutelano. […]

Gino Bardi, primo segretario federale dell’Urbe del p.f.r. nell’interrogatorio subito a Castelfranco Emilia ha impostato la sua difesa sulla dimostrazione che egli ed i suoi uomini, illimitatamente fedeli, avevano sempre agito per l’appassionata salvaguardia delle ultime posizioni pseudoideali del mal risorto fascismo, con metodi piuttosto eccessivi in memoria dello squadrismo delle origini, ma senza avere proprie violenze, così che, a volerli credere, Palazzo Braschi avrebbe potuto qualificarsi come una scuola di mistica fascista insegnata agli scolari meno entusiasti con qualche ceffone e qualche nerbata […]. Se il ricordo dei mesi terribili nei quali fra Maeltzer, Bardi, Pollastrini ed altri padroni di tal genere, tedeschi e, purtroppo, anche italiani non avesse lasciato un solco troppo profondo di amarezza in tutti coloro che li vissero nell’ansia e nell’umiliazione, potrebbero essere oggetti di ironia anche queste conversazioni di diritto costituzionale fra il Bardi e il generale tedesco, ripugnante ed alcolizzato, padrone dell’Urbe, ridotta a tal punto di miseria. Ma una nuova variante si rileva in quest’ultima fase nella difesa del Bardi poiché allo scopo di ottenere l’applicazione della amnistia egli è nuovamente raffigurato un puro sentimentale fascista, che agiva soltanto per il presunto bene della Patria, senza fine di lucro personale e senza usare contro gli avversari metodi crudeli d’investigazione. Tutti i numerosi episodi che formano triste materia di questo processo, racconti di grandissima sofferenza materiale e soprattutto morale, di tante famiglie colpite nella persona dei loro cari, negli averi dalle azioni violente e rapaci della guardia armata e della federazione attestano il contrario, il Bardi non può considerarsi estraneo alle ingenti rapine consumate dai suoi dipendenti sia perché egli dirigeva la federazione proprio da un ufficio esistente nel Palazzo Braschi, ove vennero raccolte, conservate e rivendute (ep.28: Pollastrini Guglielmo rivendeva le merci a borsaneristi) le cose rubate, salvo la parte prelevata dai singoli autori, furono trovate in quantità veramente enorme dalla P.S. nei sotterranei di Palazzo Braschi, sia perché partecipò personalmente a qualche rapina […]. Il Bardi sostiene di avere agito nella qualità di ufficiale di polizia giudiziaria perché la A. esercitava una bisca, ma in realtà, come si è già dimostrato, egli non aveva alcun potere di polizia giudiziaria […]. Il Bardi deve perciò rispondere delle rapine come degli arresti che egli eseguiva anche per fini esclusivamente privati […]. Pare che il Bardi assegnasse ai suoi preferiti, dei premi tratti dai fondi della Federazione, provenienti per la maggior parte dal furto e dalle rapine, dato lo scarso numero di iscritti paganti […]. Anche Guglielmo Pollastrini è chiamato a rispondere del reato di oscuro fascista, a carico del quale non vi era altro che il pettegolezzo dei colleghi di ufficio nella sospetta intimità di giovani colleghi, ma la improvvisa conquista di un posto di comando su centoventi persone audaci ed inosservanti della legge, lo adeguò ai suoi dipendenti, così che, non potendo essere audace fu almeno brutale e violento nella collera contro coloro che opponevano un fermo e nobile contegno di fronte alle sevizie delle quali erano l’oggetto. Guglielmo Pollastrini invece era già un veterano delle lotte di partito, condotte alla maniera degli squadristi delle origini del fascismo, ma certo a Palazzo Braschi perfezionò il suo metodo e lo rese più temibile […]. Il Pollastrini nella seconda edizione della banda da lui organizzata e diretta usò ed insegnò ai gregari i metodi già impiegati nel 1922, ma, poiché la situazione era veramente tragica e non soltanto per gli oppressi, poiché gli oppressori dovevano certamente sentire di essere destinati a pagare in breve il fio delle loro malefatte, l’azione fu più serrata e più violenta. La maggiore pericolosità dell’imputato in questa seconda fase si ricollega al lungo periodo di forzata inattività ed alla solenne lezione che gli era stata inflitta il 26 luglio 1943, per memoria e castigo delle antiche violenze […] La condotta di Guglielmo Pollastrini nei reati commessi dai suoi dipendenti è del tutto analoga a quella del Bardi, ed egli deve rispondere di tutte le loro azioni, non tanto in virtù di una presunta partecipazione, che non potrebbe essere messa in dubbio, ma perché esse si svolgevano in sua presenza, oppure nello stesso modo in cui avvenivano di fronte a lui, quando egli era assente così che esse risultano organizzate secondo direttive provenienti da lui, al quale deve farsi risalire l’ordine di esecuzione, […]. Il Pollastrini partecipò con attiva energia agli interrogatori di molti degli arrestati ed alle sevizie che regolarmente li accompagnavano e questo dimostra che egli assumeva le responsabilità degli arresti eseguiti e di quelli da eseguire, e anche quando non li aveva direttamente disposti lasciando la cura dell’esecuzione ed una certa libertà di scelta delle vittime ai vari luogotenenti. Per quanto le rapine alle quali egli non partecipava personalmente, sempre per la ragione del suo rango, esse gli devono essere tutte addebitate poiché insieme col Bardi aveva il controllo del Palazzo Braschi ove venivano depositate le grandissime quantità di merci di ogni specie, generi alimentari e perfino una mucca viva, ad eccezione di quelle limitate quantità che gli attori materiali delle rapine trattenevano per sé. Ma vi è di più perché fu proprio Guglielmo Pollastrini a dirigere la esecuzione dell’importantissima rapina commessa in atto dei fratelli Della Rocca, e seguendo quanto ha dichiarato il teste Fasciolo Anacleto, lo stesso Pollastrini vendette a prezzi di borsa nera di Palazzo Braschi un quintale di zucchero, venti q.li di farina, cinque q.li di mandorle e altri generi, compendio delle operazioni delle squadre da lui dipendenti nella pasticceria Sieve a via della Lungara. E tale vendita, dalla quale si ha notizia, fu certamente accompagnata da altre rimaste ignorate. […]

L’ufficio politico inserito nella federazione, avrebbe dovuto essere evidentemente posto alle dipendenze dirette del Bardi, tuttavia esso conservava una certa autonomia sotto la direzione di Lamberto Pesci più abile e intelligente del Bardi e che, oltre a svolgere il complesso lavoro di accertamento e di informazioni, che costituiva per i tedeschi la attività più utile dell’organizzazione neo-fascista aveva anche poteri di direzione e di controllo sulle squadre di armati come espressamente e concordemente dichiararono i primi tre arrestati Natili, Di Paolo e Mazza: “Per ordine del capo dell’ufficio politico dott. Pesci Lamberto avevamo il compito di eseguire perquisizioni domiciliari allo scopo precipuo di rinvenire e sequestrare oro, preziosi, indumenti e quant’altro ritenevamo illegalmente detenuto per qualsiasi motivo. Lo stesso Pesci confessò nel suo interrogatorio “come persona di fiducia delle truppe germaniche e con incarico molto riservato da parte dello stesso aiutante germanico avevo effettivamente i detenuti a mia disposizione.”.  […] Egli [Pesci] ammise di avere agito di propria iniziativa, ordinando arresti, perquisizioni, asportazioni di merci da magazzini e da abitazioni. Il Pesci arruolava guardie armate di sua personale fiducia, come risulta dalle deposizioni predette, scegliendo naturalmente tra gli elementi che, per assenza di senso morale sembravano più adatti a tale scopo e, sempre secondo la mia confessione provvedeva anche al ricupero dei materiali militari e disponeva la scorta ai convogli di viveri e di materiali di essenziale importanza per la guerra tedesca […] Il Pesci sostiene che molto odio si era accumulato contro di lui, perché egli aveva proceduto alla repressione del mercato nero, ma tale opera onesta ed utile nei tempi normali era in quelle circostanze dannosa alla popolazione, che vedeva chiudersi l’unica fonte di rifornimenti, dopo la razzia tedesca, e venir meno il mezzo di aiutare i numerosi partigiani privi di tessera, perché disertori dall’esercito fascista […]. Gli stessi tedeschi avevano con analogo intento istituito i posti di blocco, nei quali si sequestravano delle quantità anche minime di prodotti degli stessi privati per il sostentamento delle proprie famiglie […].

L’Ebreo Giuseppe Di Porto […] tratto in arresto da 7-8 fascisti in divisa ed armi poco dopo l’arresto del Zardini e del Guglielmi fu interrogato proprio dal Pesci il quale in seguito al rifiuto del Di Porto di confessare il possesso di armi, prese a percuoterlo violentemente con pugni sulla testa e sul viso con l’aiuto di altri fascisti, i quali si accanivano contro di lui con i calci del moschetto e con bastoni di ferro, picchiando sulle spalle ed in altre regioni del corpo. Nel giorno successivo all’arresto il Bardi, il Pesci, ed il De Paolis armati di bastoni e circondati da una ventina di guardie armate di moschetto e di fucile mitragliatore, dopo avere percosso la Zardini ed il Guglielmi si rivolsero al Di Porto, accusandolo di detenzione di armi e del foglio clandestino “Bandiera rossa” e, poiché il Di Porto negò ancora una volta l’addebito, tutti costoro, cioè il Bardi, il Pesci, il De Paolis e molti altri lo percossero brutalmente con canne di ferro, con i calci dei moschetti con una striscia di cuoio animata di ferro e con pugni, fino all’allontanamento degli altri prigionieri ed anche dopo, aiutati da certo De Angelis. Il Di Porto allora, pure essendo sfinito, con la forza della disperazione, fuggì dalla sala Giulio Cesare, ove si era svolta la disgustosa scena. Ma fu afferrato sulla strada alcuni fascisti, condotto nel cortile del palazzo e tuffato per ordine del Bardi, con tutti i vestimenti, nella vasca della fontana esistente nel cortile. Di Porto finse di aver perduto i sensi, ma, appena ebbe riaperto gli occhi, quegli sciagurati lo rituffarono nella vasca e poi, con carta accesa tentarono di bruciargli i piedi e le gambe. Il Pesci, come gli altri, era presente e partecipante all’azione, deve rispondere per ciò delle gravi sevizie inflitte al Di Porto e di tutti i reati che gli sono addebitati. […]

Benito Pollastrini, considerava la crudeltà, l’avidità, il disprezzo dei propri simili, segnalate prove di valore e si adoperò con triste primato a fare in modo che di lui potesse dirsi un giorno ciò che Andromaca augurò ad Astianatte “non fu sì grande il padre” ed ebbe un soprannome simile a quelli che nella malavita caratterizzano i delinquenti più raffinati. Egli fu denominato il “macellaio nero”, sempre primo nell’insultare, nel percuotere nel torturare le povere vittime capitate nel triste covo, né per questo rinunziò all’attività esterna, come risulta dalle deposizioni raccolte, che attestano della sua presenza insieme a quella di altri uomini armati nella consumazione della importante rapina commessa nel magazzino della Rocca, dal quale furono in varie riprese asportate non solo tutte le merci ma anche i registri contabili (epis. 28). Lo stesso imputato ricercò nei vari luoghi nei quali il proprietario le aveva distribuite per salvarle numerose casse del maresciallo Schiavone, contenenti effetti d’uso e forse, per quanto dicono gli stessi imputati, cose appartenenti al Principe di Piemonte […].

Pocek Alessandro, dottore in medicina di distinta famiglia appartenente allo Stato Maggiore della formazione militare fascista. In molti degli episodi del processo è accertata la presenza del Pocek e la sua azione direttiva […].

Accanto a lui era quasi sempre Fede Arnaud, una giovanetta sportiva, attualmente latitante. Essa venne riconosciuta da alcune delle parti lese attraverso una fotografia esistente negli atti, nella quale uno sguardo apparentemente mite e sereno cela l’animo singolarmente malvagio di costei, che da molteplici dichiarazioni risulta avere assistito alle torture inflitte a coloro che un tragico destino conduceva a Palazzo Braschi con un compiacimento indice di vera crudeltà, […].

Tuttavia il Caruso deve anche essere rinviato al giudizio per i reati di associazione per delinquere e sequestro continuato di persona, che non furono contestati nel precedente giudizio, pertanto essendo sopraggiunta l’amnistia essa deve essere applicata in relazione alla collaborazione ed al sequestro di persona che per quanto riguarda il Caruso non fu accompagnato da sevizie e resta perciò da disporre il suo rinvio al giudizio per il reato di associazione per delinquere, […].

Marchetti Sante risultò pericolosamente attivo negli episodi che portarono alla caduta di onesti cittadini ed alla esecuzione di gravi rapine […]. Perquisita la casa di un maresciallo dell’Aereonautica ove aveva sequestrato dieci coperte, requisito stoffe ed indumenti di proprietà di ebrei in Campo di Fiori, ma si difese sostenendo di aver agito per ordine del Milani, il quale alla sua volta riceveva ordine dal Pollastrini […].

Benabé Sigismondo che ha partecipato alla rapina nel magazzino Della Rocca deve rispondere dei reati di collaborazione politica associazione a delinquere e di sequestri di persona e rapina contestatigli in rubrica. […]

Marchetti Sante risultò particolarmente attivo negli episodi che portarono alla cattura di onesti cittadini ed alla esecuzione di gravi rapine. […] requisito stoffe ed indumenti di ebrei in Campo dei Fiori. […]


I primi 44 (quarantaquattro) e inoltre Cespi Antonio

  1. A) del delitto di cui all’art. 5 D.L.L. 27 luglio 1944 n.159, in relazione all’art. 58 C.P. mil. Guerra per aver collaborato con il tedesco invasore prestando ogni sorta di aiuti e in particolare denunciando, arrestando, perseguitando gli ebrei, gli antifascisti gli appartenenti alle organizzazioni politiche clandestine, assumendo ed esercitando arbitrariamente funzioni di pubblica sicurezza, di intesa con i tedeschi e spargendo terrore per ottenere obbedienza agli ordini del Governo repubblicano fascista e dei tedeschi. In Roma dal 15 settembre 1943 al 27 settembre [novembre] dello stesso anno.
  2. B) del delitto di sequestro continuato di un numero imprecisato di persone fra cui: […] Di Porto Giuseppe, […], Funaro Oreste, […] Della Rocca Nello, Della Rocca Settimio, Della Rocca Rubino, Di Tivoli Settimio, Calò Giovanni, Di Nepi Giuseppe, Di Segni detto Ciccetto […]
  3. D) del delitto di violazione di domicilio continuato per essersi introdotti arbitrariamente armati, allo scopo di commettere i delitti di rapina e di sequestro di persona nelle abitazioni di un numero imprecisato di persone fra cui: […] Anticoli Angelo, Anticoli Camillo […].
  4. E) del delitto di rapina aggravata continuata per essersi, in concorso fra loro, mediante minacce e violenze impossessati, per trarne profitto, di cose varie (stoffe, denaro, autoveicoli…) in danno di un numero imprecisato di persone fra cui: […]

Anticoli Angelo, Anticoli Camillo, Limentani Settimio, Della Rocca Rubino, […] Calò Anselmo

[…]

Per Caruso Giovanni

  1. del delitto previsto e punito dall’ art. 5 D.L.L. 27 luglio 1944 n. 159 in relazione all’ art. 58 C.P. M.G. per avere collaborato col tedesco invasore prestando ogni sorta di aiuti ed in particolare denunziando, arrestando, perseguitando gli ebrei, gli antifascisti, gli appartenenti alle organizzazione politiche clandestine, assumendo ed esercitando arbitrariamente funzioni di pubblica sicurezza e spargendo terrore per ottenere obbedienza agli ordini del pseudo governo repubblicano fascista e dei tedeschi.

La Sezione istruttoria visti gli articoli citati in rubrica e gli art. 369 C.P.P. D.L.L. 5 ottobre 1945 n.625 in relazione all’art. 49 C.P.P. nonché il decreto presidenziale 22 giugno 1946 n.4 dichiara chiusa l’istruttoria.

Anno:
1946

Tribunale:

Sezione Istruttoria nella sede di Appello

Presidente:
Giuffré Gennaro

Tipologia di accusa:
Saccheggio
Arresto

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza

Bibliografia:

Silvia Haia Antonucci e Claudio Procaccia (a cura di), Dopo il 16 ottobre. Gli ebrei a Roma tra occupazione, resistenza, accoglienza e delazioni (1943-1944), Viella, Roma, 2017.

Amedeo Osti Guerrazzi, “La Repubblica necessaria”. La Repubblica Sociale Italiana a Roma, 1943-1944, Franco Angeli, Milano, 2004.

Amedeo Osti Guerrazzi, Uomini e politiche del Partito fascista repubblicano, in Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, Roma durante l’occupazione nazifascista. Percorsi di ricerca, Milano, Angeli, 2009.