A. Paolo

Luogo:

In Fatto e in Diritto

Ritenuto che a seguito delle denunzie di Perugia Costanza e di Perugia Sara, con rapporto della Questura di Roma in data 10 agosto 1945, erano deferiti alla Autorità Giudiziaria Amici Giorgio di Giovanni, Meli Corrado di Vincenzo, agente di P.S., e A. Paolo di ignoto, il quale in precedenza era stato arrestato perché accusato di collaborazionismo da un certo Cosmelli, organizzatore politico di una sezione comunista di Roma. Le due sorelle Perugia nelle loro denunzie avevano affermato che i tre predetti avevano tratto in arresto il 9 maggio 1944 Marino Pacifico, e il 14 successivo Marino Settimio e Perugia Angelo congiunti delle denunzianti e che deportati in Germania, non avevano più fatto ritorno.

La Questura nel procedere alle relative immagini, assodò anche che Terracina Leo ebreo, era stato tratto in arresto da due individui, di cui uno era l’Amici, il 24 maggio 1944 e che era riuscito ad evadere dal carcere subito dopo l’arrivo degli alleati.

L’A., che come si è sopra esposto, trovavasi al momento della denuncia delle due Perugia già detenuto, al primo interrogatorio, reso al Magistrato inquirente, protestò la sua completa innocenza; e negò di avere fatto parte delle S.S. italiane e di conoscere gli altri due imputati. Il Meli contro il quale fu esaminato il mandato di cattura, al Sostituto Procuratore Militare che lo interrogava, ammetteva di conoscere l’A., suo compaesano, e Amici Giorgio, il quale gli era stato presentato dal primo. Aggiungeva che alcuni giorni prima dell’arresto dei tre ebrei Marino, l’A. gli aveva confidato di fare parte delle S.S. Tedesche, mostrandogli un tesserino di riconoscimento; e che successivamente al predetto arresto, gli aveva detto che aveva catturato Marino Pacifico su indicazione dell’Amici.

Il Meli nel suo interrogatorio, aggiungeva pure che quest’ultimo, appartenente ai battaglioni M, gli aveva detto di essere in procinto di ottenere la tessera delle SS tedesche in base ai servizi che eseguiva. E riguardo alle accuse contestategli, a sua discolpa, il Meli affermava che dal 12 maggio 1944 gli fu ordinato dall’Ufficio Amministrazione della Divisione Speciale di Polizia, dal quale dipendeva, di mettersi a disposizione di Marino Luigi, abitante alla pensione Salus di Piazza Indipendenza; che questi gli chiese l’indirizzo di ebrei, e in ispecie di quelli possessori di oro; e che gli comandò di seguirlo, sotto minaccia di arresto; che il giorno dopo, a seguito di un appuntamento preso si trovò assieme con lui; e che assisteva l’A. e l’Amici, e che il Marino, con un individuo appartenente alla squadra Koch, procedeva allo arresto degli ebrei Marino; e che egli non intervenne e anzi rincuorò le parenti delle arrestate e andò nell’abitazione di Marino Settimio a portare delle fotografie e cinquanta lire dategli da lui. Appunto sulle indicazioni del Meli, il Pubblico Ministero presso il Tribunale Militare estendeva il procedimento a Marino Luigi, che era detenuto a Napoli; e che ammetteva di avere, in base ad una tessera delle SS tedesche, falsificata e ricevuta da un tale Olivieri per la somma di lire dodicimila, ottenuto che un tale Meli Corrado, il quale fosse esonerato dal servizio di polizia, e messo a sua disposizione. Il marino aggiungeva di avere conosciuto l’A. e mezzo del Meli, e di essere istigato dai due a catturare gli ebrei, e di avere accettato l’invito perché aveva bisogno di denaro. Ammetteva pure di avere proceduto allo arresto di Marino Settimio, e di un vecchio, insieme con il Meli; l’A. e un altro individuo; e di avere diviso con criterio il compenso dato dai tedeschi in lire cinquemila.

A questo primo interrogatorio, seguì un altro del giorno successivo, nel quale il Marino si indusse a fare altre ammissioni, specie in vista della inverosimiglianza evidente del racconto da lui fatto. Egli pertanto esponeva che dopo l’armistizio, e dopo che era rimasto senza denaro si era rivolto al suo compaesano Frigenti Emilio il quale gli aveva fatto conoscere un certo Olivieri, che promettendogli lire seimila al mese, gli dette l’incarico di fornirgli informazioni politiche, e lo fornì di una tessera (n.18636); che in occasione del pedinamento di due stranieri al Teatro dell’Opera aveva conosciuto il Meli, il quale lo aveva pregato di farlo esonerare dal suo servizio di polizia e di prenderlo alle sue dipendenze.

Trasmessi gli atti al Magistrato Ordinario, veniva interrogato Amici Giorgio, il quale disse di avere conosciuto l’A. e di averlo questi indotto a catturare un vecchio ebreo, senza percepire alcun compenso. Altro interrogatorio rendeva Marino Luigi al Magistrato Ordinario, e in questo teneva a dichiarare che fu il Meli a presentargli l’A., il quale faceva parte delle SS tedesche e si dedicava alla cattura degli ebrei; e che egli assistette solo all’arresto dei predetti Marino e percepì questa volta, con molta riluttanza il compenso di lire settecento.

A seguito dell’istruttoria sommaria espletata, tutti e quattro i detenuti erano per citazione diretta chiamati a rispondere davanti a questa Sezione Speciale di Corte d’Assise, del reato di cui all’art. 5 del D.L.L. 27 luglio 1944 in relazione all’art. 58 C.P.N.G. per avere in Roma  in concorso fra loro per motivi di lucro, cooperato col tedesco invasore, facendo parte delle S.S. tedesche, denunziando ebrei e patrioti e procedendo al loro arresto, tra cui Marino Pacifico in data 9 maggio 1944, Perugia Angelo e Marino Settimio in data 14 maggio 1944, Di Veroli Pacifico in data 22 maggio 1944, Terracina Leo in data 24 maggio 1944, e D’Ambrogio Giuliano in data 28 maggio 1944. Si sono costituiti parte civile Marino Ada, Olga, Giulia e Perugia Sara parenti degli ebrei catturati e poi trucidati dai tedeschi.

Considerato dalle risultanze del dibattimento e anche dalle ammissioni degli stessi pervenuti, è emersa sufficientemente provata la loro reità per il delitto loro ascritto, come in rubrica. Come si è posto in rilievo nel riportare gli interrogatori, resi dagli imputati nel periodo istruttorio, e quasi completamente confermati in udienza, essi non si tennero sulla negativa e furono costretti ad ammettere delle circostanze di fatto delle quali emerge il loro previo accordo nel compiere la cattura degli ebrei per fini di lucro. Ammette infatti il Marino che giustamente è stato definito dal rappresentante il P.M. l’organizzatore e il capo della squadra, di essersi posto alle dipendenze di un tale Olmen, spia al servizio dei tedeschi mediante uno stipendio, e di avere conosciuto il Meli agente di P.S. che lo premurò di prenderlo a sua disposizione. Ammette il Meli da parte sua di avere presentato al Marino il suo compaesano A. che gli aveva mostrato una tessera delle SS tedesche; e ammette dal canto suo l’Amici di avere conosciuto l’A. e di avere avuto da lui delle confidenze sul suo operato.

Da queste ammissioni si rileva quindi un’intesa fra i quattro che agivano d’accordo e che si dividevano i guadagni ricavati dalla cattura degli ebrei da essi compiuta. E’ vero da una parte che l’A., a differenza degli altri tre coimputati – si è mantenuto sulla negativa; ma è pure vero d’altronde che egli è accusato dagli altri tre coimputati, e anche dall’Amici – che persiste nell’addossare tutta la responsabilità a lui, e nello scagionare se stesso. E’ anche vero che quest’ultimo si sforza di non fare ammissioni, pur riconoscendo peraltro di aver fatto parte dei battaglioni M e di essere rimasto in rapporti con l’A. che sapeva essere affiliato alle S.S. tedesche e che si diceva entusiasta del regime nazi-fascista.

Peraltro alle ammissioni degli imputati debbono aggiungersi le dichiarazioni delle parti lese. Le due donne, Perugia Sara e Costanza, riconobbero coloro che procedettero all’arresto dei loro congiunti il Marino, e che questo vi sia stato lo ammette lui stesso, attenuando peraltro la sua colpevolezza. Il Marino aggiunge che fu anche l’A. e il Meli, quale ammette, pure affermando che intervenne per liberare le donne e che portò a casa loro le fotografie e la somma di lire cinquanta corrispostagli da uno degli arrestati, Marino Settimio. L’Amici non prese parte alla cattura; si tenne lontano perché egli conosceva la famiglia degli ebrei Marino, e non voleva farsi vedere, pure avendo dato le opportune indicazioni. Che anche egli abbia agito in concorso degli altri tre, lo desume dall’accusa rivoltagli dal Meli il quale assunse nel suo interrogatorio che l’A. gli disse di aver agito sulle delazioni dello Amici. D’altronde questi ha ammesso di avere proceduto alla cattura di un vecchio ebreo in data 9 maggio 1944 su indicazione dell’A..

A carico poi dell’Amici sussiste la dichiarazione del Terracina Leo che ha riconosciuto l’imputato nelle due persone che lo arrestarono il 24 maggio 1944; e sussiste anche la denunzia di D’Ambrogio Giuliano che accusa apertamente l’Amici e l’A. di averlo tratto in arresto.

Non è comparso nell’udienza per confermare la sua denunzia Di Veroli Pacifico, ma anche egli a suo cognato ebbe a dichiarare che coloro che lo arrestarono furono l’Amici e l’A..

Circa le responsabilità dell’A. non vi può essere alcun dubbio, quando si tengono presenti e la deposizione di De Muto Luciano, e quella di Pulceni Fernando, resa in istruttoria, e di cui è dato lettura, perché deceduto nelle more del giudizio. Tanto il De Muto quanto il Pulceni specificarono in istruttoria che il primo ha confermato anche in udienza che l’A. disse loro che potevano guadagnare molto (mille lire alla settimana) facendo dei pedinamenti e da guardia del corpo in quanto doveva fare dei fermi; che domandò dove era rifugiato l’ebreo Tedeschi; e che fece vedere una tessera in tedesco. A riprova della veridicità dei due testi sta la deposizione del Tedeschi, il quale fu avvertito dal De Muto e riuscì a mettersi in salvo.

E neppure può essere in dubbio la responsabilità dell’Amici perché oltre alle chiamate di correo fatte dai coimputati, esiste la disposizione di Iodi Raul, il quale ha affermato che l’Amici, sapendolo in ristrettezze economiche, gli offrì lire mille se avesse comunicato a mezzo telefonico l’ora esatta in cui il Comm. Toscano, altro ebreo, si sarebbe recato in casa della famiglia Pulceni a prendere i pasti, e gli mostrò una tessera delle SS tedesche, dicendogli che da tempo era dedito alla cattura degli ebrei e che percepiva un compenso di lire cinquemila per ciascuno ebreo catturato. Il teste ha aggiunto che non volendo prendere parte a simili azioni criminose, a mezzo della famiglia Pulceni, fece avvertire il Toscano, e che il teste abbia detto la verità, si è avuta la conferma nella deposizione del teste Toscano, resa in pubblica udienza. Risulta pure dalla deposizione di un altro testimone, e cioè del ricordato Tedeschi Angelo che quando questo, dopo la liberazione di Roma, schiaffeggiò per istrada l’A., per punirlo di aver cercato di farlo catturare durante l’occupazione tedesca, l’A. ebbe a dire “Amici mi ha rovinato”.

Sulle responsabilità del Meli non può aversi alcun dubbio.

Innanzi tutto è da porre in rilievo che è destituita da qualsiasi fondamento la versione da lui data, appoggiata dai suoi colleghi e che egli fu messo di autorità alle dipendenze del Marino, senza che abbia fatto alcuna pressione in proposito. La smentita è stata data al Meli dal Marino che in un suo primo interrogatorio ha affermato che proceduto dal primo, si unisce ad Occhetto, segretario del famigerato questore Caruso, affinché gli fosse dato l’agente Meli, e che il Marino abbia detto la verità lo si rileva dalla deposizione dell’Occhetto. E’ pure vero che questi ed altri testi hanno detto che il Meli, dopo tre o quattro giorni si fece esonerare dall’incarico; ma tale aggiunta non può essere in alcun modo creduta in quanto se è vero che come dice lo stesso Meli, egli si trovò presente alla cattura degli ebrei Marino, la quale avvenne il 14 maggio 1944, cessò dal servizio che faceva in collaborazione col Marino, per la ragione che il giorno dopo questi fu tratto in arresto per un’estorsione perpetrata a danno di un altro ebreo.

Questa circostanza al fatto risulta dalla sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Roma, allegata al presente processo; e quindi per tale si ha la prova che il Meli ritornò a prestare servizio presso la Questura perché il suo superiore, il Marino, non poteva più espletare le sue funzioni in quanto arrestato. Cade quindi tutto il castello difensivo del Meli, il quale vorrebbe dare la dimostrazione che non poteva ribellarsi agli ordini dati dai suoi superiori e che a scanso di severe misure disciplinari, era costretto a sottostare alle imposizioni del Marino e cercava di rendersi utile agli ebrei da catturare senza peraltro farsene accorgere. Deve pure accennarsi che fu egli a presentare l’A. al Marino, e l’. era suo compaesano ed era da lui conosciuto come un agente delle S.S. tedesche perché così gli aveva confidato.

Ma vi è di più a carico del Meli, e sono importanti le deposizioni di Marino Ada e Giulia, e di Di Mech Isa. Le prime due hanno dichiarato che il Meli, incominciò a frequentare la casa dei Marino, si dette a corteggiare una delle figlie e mostrando di interessarsi per la liberazione dei congiunti arrestati che sapeva peraltro tradotti in Germania, e fornendo loro cibarie e la somma di lire 200, compensata del resto con un portafoglio a lui regalato, e di maggior valore, cercò di entrare nelle loro grazie. A tutte e due, sapendole povere, disse: “volete guadagnare qualche cosa; indicatemi degli ebrei, io li arresto e voi guadagnate il denaro.” Quanto hanno affermato le due parti civili deve essere pienamente creduto, perché trova conferma nella deposizione della Di Mech, la quale conosce il Meli perché questo andava nella sua abitazione per trovare l’A., subinquilino – e la quale affermava che il Meli una volta l’incontrò e le domandò indirizzi di ebrei, dicendole che avrebbe guadagnato del denaro. La teste rispose: “Non so dove sono nascosti; ma anche se lo sapessi non lo direi a nessuno.” Il Meli allora la pregò di non riferire ad alcuno le sue proposte, neppure alla sorella di lei.

Contro queste risultanze processuali così univoche, così concordi, non possono valere le deposizioni dei testi del discarico che hanno tentato di mettere in buona luce il Meli, facendo apparire un agente di pubblica sicurezza scrupoloso, ligio al suo dovere, e avversario del regime nazi-fascista. I testi che sono suoi colleghi o pure compaesani hanno d’altronde riferito di circostanze che non distruggono le altre contrarie, e fino all’evidenza risultanti dalle deposizioni dei testi a carico e dalle dichiarazioni dei denunzianti, e dalle stesse ammissioni dell’imputato.

Prima di discernere alla determinazione della pena nei riguardi degli imputati, che sono tutte e quattro raggiunti dalla prova maggiore, occorre notare nei riguardi del Marino che non si può accogliere la tesi della sua difesa secondo la quale non potrebbe essere affermata la sua responsabilità penale per essere stato assolto in un precedente procedimento penale, dal Tribunale Militare di Roma, del delitto di collaborazionismo per insufficienza di prove.

Non trattasi del medesimo fatto; il Marino il 15 maggio fu tratto in arresto sotto l’imputazione di estorsione perpetrata in danno di un altro ebreo; ed in quell’occasione gli fu contestato anche il delitto di collaborazionismo per avere agevolato i disegni politici del tedesco invasore, sempre in ordine dello stesso fatto e ai rapporti avuti con il Nasi. E’ pure vero che dalla sentenza si rileva che la Questura allora informò che il Comando tedesco aveva scritto che il Marino di sua spontanea volontà aveva arrestato alcuni ebrei e aveva percepito il relativo compenso; ma il Tribunale non dette alcuna importanza a tale documento perché non esistente negli atti. Quindi tutte le indagini di quel Collegio giudicante si limitò al fatto del Nepi; e questo è ben distinto dagli altri fatti successivamente assodati, e che formano l’oggetto dell’attuale procedimento.

Se l’imputazione è identica, se cioè il delitto contestato al Marino è lo stesso si tratta di altri fatti che non costituiscono l’oggettività e che si riferiscono a un periodo di tempo diverso. Soltanto, poiché è provato dalla predetta sentenza, che egli fu tratto in arresto il 15 maggio, la sua opera criminosa deve intendersi cessata con l’arresto del Marino e non si possono a lui fare carico degli altri arresti, avvenuti successivamente.

Non occorre indugiarsi sulla disamina che la collaborazione con il tedesco invasore è perpetrata con il favorire i suoi disegni politici e attuata mediante la cattura degli ebrei, perché appunto il regime nazi-fascista si proponeva di distruggere la razza ebraica, e di togliere dalla circolazione gli appartenenti a tale razza e specie i maschi, che sapeva irriducibili nemici e in grado di ostacolare le loro pretese di dominio. E’ indubitato il fine di lucro che ispirò l’azione di tutti e quattro gli imputati. In primo luogo esiste la ammissione di alcuni di essi; il Marino, che in udienza non ha voluto confermare quanto aveva dichiarato nei suoi precedenti interrogatori e che è ricorso al puerile pretesto che il Sostituto Procuratore Militare inventò delle circostanze e redasse un falso verbale, aveva però ammesso di essere andato al servizio dell’Olivieri perché spinto dal bisogno e per percepire un compenso. L’Amici ha ammesso anche di essersi trovato in ristrettezze finanziarie; ed il Marino, ha anche ammesso di avere diviso cinque mila lire una volta fra lui, l’A. e il Meli. Ma vi è di più, il Meli insiste presso le Marino e presso la Di Mech per avere indicazioni di ebrei e promette compenso. L’A. e l’Amici si rivolgono ai testi Pulceni, Iodi e De Muto per avere indicazioni di ebrei, e ad essi promettono dei guadagni di mille lire alla settimana. Da tali deposizioni si rileva che tanto il Meli, quanto l’A. e l’Amici si ripromettevano dall’opera dei loro arresti un maggiore lucro, prefiggendosi di corrispondere ad essi una quota minima delle cinquemila lire spettanti per ogni ebreo catturato. Quindi si ha la prova che agirono per scopo di lucro, prova risultante apoditticamente; non si può dire che vi siano in questo processo solo degli elementi indiretti, costituiti dal fatto che pure è certo e che cioè non professavano attaccamento al regime nazi-fascista, e dallo stato di apparente agiatezza in cui si trovavano, pure essendo di condizione sociale molto bassa, e pure non esercitando un impiego o un commercio da cui potessero avere delle grandi risorse. Il fine di lucro esiste ed è provato da tutto il comportamento dei testi, che devono essere pienamente credute. Si è sostenuto dalla difesa dell’imputato Meli che nell’azione di questi esplicata si debba ravvisare l’ipotesi del minore concorso nel reato. Ma la Corte in proposito osserva che il Meli con il sollecitare di essere messo alle dipendenze del Marino, con il presentare a questi l’A. che sapeva affiliato alle S.S. tedesche, con l’intervenire in tutte le catture degli ebrei, con lo stringersi in rapporti con l’Amici, appartenente al battaglione M, fin dal primo momento esplicò una funzione di grande importanza, uguale a quella degli altri tre. Lungi dal compiere una semplice resistenza passiva, alla quale a torto del resto si da alcun significato, egli invece si comporta come gli altri, e va persino in cerca di indirizzi di altri ebrei, per potersi procurare altro guadagno, non avvertendo la non attività al 14 maggio, ma proseguendola nei giorni successivi. Lo stesso deve dirsi per l’Amici, il quale è designato da tutti gli altri imputati come maggiore persecutore degli ebrei, e non ha avuto alcun ritegno ad arruolarsi nei battaglioni M, e si fa dominare in tutte le sue azioni dalla avidità di un guadagno illecito, come hanno deposto i testi sopra indicati. Che egli sia stato capace di commettere simili atti criminosi, lo si rileva dalle informazioni date dai predetti testi sulla sua capacità di delinquere, nella sua vita oziosa e dissipata. Quantunque i fatti commessi dagli imputati siano gravi, perché commessi in danno di cittadini italiani, sia pure di razza ebraica, e che furono così esposti alle maggiori persecuzioni dal tedesco invasore, e dati in olocausto al nemico comune, e perché determinati solo da un motivo di lucro, senza alcuna idealità, pure la Corte ritiene che sia il caso di concedere le attenuanti generiche a tutti e quattro i giudicabili, in vista del disagio anche economico in cui vennero a trovarsi a seguito dell’occupazione tedesca, in vista dei loro precedenti e in vista della giovine età di parecchi di essi.
[…..]


Imputati del delitto di cui all’Art. 5 D.L.L. 27.7.1944 n.159 in relazione allo art. 38 C.P.M.G. e 110 C.P. per avere in Roma in concorso tra loro, agendo congiuntamente e separatamente e al fine di agevolare i fini politici, per motivi di lucro, cooperato col tedesco invasore, facendo parte delle S.S. Tedesche denunziando ebrei e patrioti e procedendo al loro arresto, tra cui Marino Pacifico in data 9.5.1944, Perugia Angelo e Marino Settimio in data 14.5.1944, Di Veroli Pacifico in data 22.5.1944, Terracina Leo in data 25.5.1944 e D’Ambrosio Giuliano in data 28-5-1944.

Letti gli art. 5 D.L.L. 27/7/1944 in relazione all’art. 58 C.P.M.G., 29, 32, 24, 62 bis, 110, 230 C.P., 483, 488, 489 C.P.P., 9 lettera c) Decr. Pres. 22 giugno 1964, n.4

Dichiara A. Paolo, Amici Giorgio, Meli Corrado, Marino Luigi, colpevoli del delitto ascritto loro come in rubrica, limitatamente al Marino per i fatti commessi fino al 14 maggio 1944; e con il concorso delle attenuanti generiche condanna tutti alla pena di anni dodici di reclusione per ciascuno, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, a quella legale durante l’espiazione della pena e alla perdita della patria potestà anche durante tale espiazione. […]

Roma 7 giugno 1947.

Anno:
1947

Tribunale:

Corte di Assise di Roma, Sezione speciale

Presidente:
Galdi Matteo

Tipologia di accusa:
Arresto

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio di Stato di Roma, Corte di Assise Penale, Sezione speciale, f.109

Bibliografia:

Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia (a cura di), Dopo il 16 ottobre, Viella, Roma, 2017