A. Silvia

Luogo:

La sentenza della Corte d’Appello di Milano deliberava la esclusiva proprietà del L. dei personali beni mobili, appartenenti alla ditta “La Dogaressa”, dei quali era stato nominato sequestratario giudiziario il Rag. Barzoli. Dalla coordinazione dei fatti maturino precisa, [ill.] le tesi di diritto.

Giuà Sardere Carlo, funzionario di P.S. dell’ufficio politico della Questura di Milano, aveva trattato la pratica, relativa a denuncia e controdenuncia Sandro L. – A. Silvia. Non ravvisò nei fatti espostigli gli estremi del reato di collaborazionismo e ciò perché esisteva già una medesima sentenza della medesima vertenza.

Schumbert Arnaldo [ill.] Sandro L.

Nel 1940 lo incaricò di dirigergli un’asta. L’A. le venne presentata come sua moglie; in seguito però seppe ch’essa conviveva col L. “more uxorio”, il quale in proseguio di tempo venne internato in un campo di concentramento quale cittadino greco. Era proprietario d’un negozio d’antichità “La Dogaressa” ch’era stato intestato alla giudicabile, per sfuggire alle persecuzioni razziali. Avendo il L. appreso ch’era passata a nuovi amori, fece sequestrare giudizialmente la attività della ditta “La Dogaressa”, iniziando un giudizio per [ill.] quanto gli spettava.

Non gli risulta che l’imputata abbia subito delle spogliazioni da parte del L., giacché le attività de “La Dogaressa” erano di proprietà del Levi. Dall’8 settembre 1943 alla Liberazione egli si era rifugiato in Svizzera, anzi si trovarono esso Schubert e Levi nello stesso campo di concentramento.

Lo Corte di Appello di Milano, sezione II, emanò sentenza in data 13 settembre 1943 nella causa L. Alessandro contro A. Silvia. Convalidò il sequestro giudiziario eseguito il 16 agosto 1941 ad istanza del L. Alessandro. Venne dichiarata di essere di lui proprietà dallo stesso L. tutto quanto formava oggetto della ditta “La Dogaressa” e tutto ciò ch’esisteva nell’appartamento di via Visconti di Modrone […] in Milano.

Pertanto le beghe circa l’appartenenza dei beni all’uno o all’altro dei contenenti sono ormai superate.

L’imputata negò l’addebito. Nel 1929 divorziò da [ill.] Walter. Nel 1936 si impiegò presso la ditta “Lo Sportivo”, il cui titolare era nipote di L. Alessandro, il quale nel 1939 le propose l’acquisto di un negozio di antichità, per mantenere il di lei figlio Paolo, assegnatoli dalle autorità [ill.], abitante in via Visconti di Modrone. Proveniva da via [ill.] 7, dove subaffittava una stanza al L., che la seguì nel nuovo appartamento.

Non è il caso di soffermarsi nelle sue elucubrazioni sulla proprietà dei mobili, perché respinte dal giudicante civile.

Già prima della di lei convivenza col L., questi era stato internato il 10.11.1940, perché cittadino greco. Gli faceva pervenire denaro e viveri. Si operò inutilmente della sua liberazione. Nell’aprile 1941 essa si fidanzò con l’attuale marito [ill.] D’Elia. Subito dopo pochi giorni venne denunziata dal L. dal campo di concentramento per appropriazione indebita che poi si mutò in causa civile.

Dopo un anno dal matrimonio col D’Elia si stabilì a Riccione, mentre il L. si trovava ancora al campo di concentramento.

Nel settembre – ottobre 1943 venne fermata dalle S.S. tedesche (teste [illl.] Nello) a Riccione e trasportata a Milano, ove al comando tedesco di via Marengo le venne contestata d’essere madre d’un tedesco – figlio Paolo – e d’avere protetto un ebreo, prospettandole la possibilità di venire inviata in un campo di concentramento tedesco e il figlio consegnato al primo marito.

Il comando tedesco era a conoscenza della causa civile, tant’è vero che lo ordinò facendole consegnare i mobili, di realizzare il realizzabile che i tedeschi incassarono, come da allegato 10 novembre 1943 in copia fotografica del comando tedesco.

Nella prova così [ill.] non poi è solo un gesto, ma i segni di una vita [ill.]: sono fatti numerosi, sono atteggiamenti che hanno una significativa continuità, come la denuncia penale del L. contro l’imputata per appropriazione indebita, di poi sfumata, per trasferirsi in sede civile; tutto ciò perché spinto da risentimento personale e avvalendosi della situazione politica del momento, quindi di carattere contingente, per far valere ragioni civili.

Il L., da ultimo emigrante in America, intesta la sua azienda a nome dell’imputata, per sfuggire alla confisca, perché ebreo; non sembrandogli sufficiente l’atto di notorietà che si fece rilasciare in data 9.11.1940 dalla Pretura di Milano circa la sua appartenenza a fasci di combattimento e la sua partecipazione ad azioni squadriste anteriori e posteriori alla marcia su Roma.

Ritenendosi sicuro, si ritenne tale anche di fronte alla mentalità [ill.], che invece diede un significato assorbente al concetto di “ebreo”, con le conseguenze già descritte.

Egli ha una visione tutta sua della giustizia e dei fenomeni umani che hanno una insindacabile unità.

Anzi il suo tentativo di prospettare sostanzialmente lo stesso fatto come collaborazionismo non gli riuscì, mentre risultò chiaro che nessun addebito può essere fatto alla giudicabile per il di lui internamento in periodo non sospetto, quando nessun screzio era sorto fra di loro. Anzi essa gli inviò denaro e razioni, quando egli era internato e procurò inutilmente di ottenere la sua liberazione.

Né d’altro canto può costituire prova la rimostranza che durante il periodo dell’invasione vari ufficiali tedeschi frequentavano la di lei casa, [ill.] anche di notte inoltrata, perché manca qualsiasi nesso fra tali visite e il collaborazionismo. Trattasi d’una supposizione od ipotesi, delle quali potrebbero farsi infinite.

E per converso non venne confermato il già accennato documento in copia fotografica, che nella vendita dei beni del L., imposta all’imputata dal comando tedesco, essa avesse lucrato in modo qualsiasi.

S’impone pertanto che la sua assoluzione con formula piena, perché il fatto non costituisce reato.

 


Imputato del delitto di cui all’art. 5 D.L.L. 27.7.1944 n.159, R.D.L.L. 22.4.1945 n.142 e 58 c.p.m.g. per aver in Milano nell’ottobre 1943 denunziato alle S.S. germaniche la persone ed i beni dell’ebreo Alessandro L. allo scopo di lucro […]

P.Q.M.

La corte

Visto l’art. 4796 C.P.P.  assolve A. Silvia del reato ascrittole, perché il fatto non costituisce reato.

Ordina

La sua scarcerazione se non detenuta per altra causa.

Anno:
1947

Tribunale:

Corte di Assise del Circolo di Milano. Sezione II Speciale.

Presidente:
Alberto Zoppi

Tipologia di accusa:
Saccheggio
Estorsione

Accusati:

mostra tutti

Vittime:

mostra tutti

Collocazione:

Archivio di Stato di Milano, Corte di assise straordinaria di Milano, b.9.